Omelia per Roberto Mastri – seconda edizione

Uno dei benefici collaterali della mia escursione bolognese di cui parlerò in altra occasione, è stato l’indirizzo email – stavolta buono visto che la mia precedente ricerca non aveva dato buoni frutti – del sacerdote che ha celebrato le esequie del mio compianto amico carissimo, Roberto Mastri.

Ho visitato, infatti, la basilica patriarcale di san Domenico, dopo una prima volta risalente a secoli addietro, ed ho preso l’inconsueta iniziativa, vincendo la mia naturale ritrosia, di disturbare un padre domenicano orante, in una guardiola vetrata; a lui ho chiesto come poter contattare il sacerdote che aveva celebrato la messa esequiale di Roberto.

Il gentilissimo frate mi ha fornito la mail (seppur poco fiducioso della sua correttezza) che si è rivelata quella giusta; ho contattato Fra’ Pietro Zauli o.p. che, con squisita cortesia, mi ha risposto ed inviato il testo dell’omelia in originale (che qui di seguito riporto nella sua versione definitiva ed integrale).

Quanto alle glosse, termine non citato a caso nella tradizione giuridica bolognese, rimando al post precedente; qui ne approfitto per ringraziare innanzitutto Fra’ Pietro e per esortare lui a farsi parte diligente perché qualcuno dotato degli strumenti adeguati, dia inizio al processo di beatificazione di Roberto Mastri.

Vero è che si dovrebbe attendere almeno 5 anni dal decesso ma è altrettanto vero che , se adeguatamente stimolato, il buon Roberto potrebbe sin da ora impegnarsi per qualche miracolo, che sono certo che il Padre non gli negherà.

Da parte mia ho già iniziato, lasciando in seconda istanza il beato Carlo d’Asburgo, che avevo individuato come intercessore.

Ogni volta che penso a Roberto non posso fare a meno di considerarlo come santo, tutta la sua vita, nelle parti a me note ovviamente, è connotata dalla sequela Christi secondo il carisma di don Giussani: non ricordo un episodio in cui Roberto non abbia reso testimonianza della speranza che era in lui.

Sempre con amabile dolcezza, ironia e umiltà ma anche con rigorosa serietà intellettuale, giudicando sempre con chiarezza i peccati, accogliendo con paziente carità i peccatori.

Non l’ho mai sentito dubitare, vacillare o venir meno al carisma, anche quando riconosceva di essere stato eccessivo, come accaduto ai tempi dell’università (ad entrambi).

L’insegnamento è stato il suo concretizzare nel quotidiano i famosi talenti: ha giocato la vita nella stima del pensiero altrui, incarnando il famoso “gareggiate nello stimarvi a vicenda”: il giudizio sugli errori e l’accoglienza era proprio tra i banchi di scuola che venivano esplicitati, nel diuturno impegno con gli studenti e, forse ancor più, coi colleghi.

Ogni studente, anche quelli che ha dovuto sanzionare con durezza (rari casi invero), è stato trattato come possibile partner, cioè come interlocutore, non tanto da educare – non è stato un educatore – ma da stimare cioè trattare con apertura di credito.

Fra’ Pietro credo abbia colto la sua ironica serietà, espressione di questa stima per il pensiero potenziale o in atto, di ciascun suo studente, collega o amico.

Ecco, dunque, il testo riveduto dall’autore, Fra’ Pietro Zauli, dell’omelia nella messa esequiale che ringrazio ancora per le parole pronunciate e per la cortesia nell’avermele condivise.

Ho deciso di pubblicare questo testo oggi, a due mesi dalla morte del carissimo Roberto.

Omelia per il funerale di

Roberto Mastri

  1. «Padre» è chi liberamente dà la vita a chi stima libero

1. Penso che tutti noi converremmo nel dire che se c’è qualcosa che ha descritto bene Roberto Mastri è questa classica espressione: un uomo dell’istituzione. Ebbene era un uomo dell’istituzione che indubbiamente ha dato la sua vita alla scuola, per la scuola! Ma non vorrei che questa espressione fosse fraintesa perché, se è vero, come è sempre stato vero – ed è una grazia che il Malpighi, la nostra scuola, cerchi di viverlo – che la scuola è anzitutto scuola di persona, non è a un’istituzione ciò a cui Roberto ha dato la sua vita, la sua abnegazione e la sua fedeltà. Ma è a quelle persone che la scuola intende servire: a noi! Ha dato la sua vita a noi, in quella forma di paternità particolare che è la docenza, ma che è a tutti gli effetti paternità! Perché quando un uomo dà la vita a un altro nuovo ritenendolo irriducibile a lui e stimandolo libero, questi è un padre. E guardate che io ho imparato nel corso degli anni della mia vita religiosa a capire che quel rigore di Mastri – che poteva sembrare un mero amore per la regola in quanto regola – era invece stima, un atto di stima alla libertà che è chiamata a scegliere e che, quando sceglie di contravvenire alla regola, è chiamata a farsi carico delle sue responsabilità. Solo la libertà carica di responsabilità è libera, il resto è un gioco, è davvero un gioco. Roberto ci ha impedito, come studenti, di giocare soltanto a fare gli studenti ma di esserlo sino in fondo. E questo fa di noi la sua famiglia, per questo gesto gratuito di vita.

2. Roberto non ha lasciato figli ma in un certo senso i suoi studenti sono stati i suoi figli, i suoi colleghi sono stati i suoi fratelli, i suoi docenti sono stati i suoi mentori, sono stati i suoi padri, affianco ai suoi genitori naturali, a sua mamma che è qui che veglia sulla sua salma. E questo ci rende responsabili, come famiglia, di Roberto anzitutto nella intercessione. Come cristiani la preghiera di intercessione è la prima cura delle persone che amiamo. Essere grati significa a questo punto pregare perché veda quanto prima il Creatore, qualora dovesse attendere prima di questo immenso dono. Data la sua rettitudine io dubito che avrà, come dire, problemi all’ingresso. Soprattutto ho il mio omonimo lassù, Pietro, insomma cercherò di intercedere in maniera particolare per lui… del resto, glielo devo, essendo stato mio docente di filosofia e studiando io filosofia evidentemente qualcosa passa, qualche “gene” davvero passa nell’insegnamento (in tal senso è paternità). Ebbene siamo carichi di una responsabilità e dobbiamo farci carico delle preghiere per lui.

  1. La morte è un’obbiezione a noi, non a Dio

3. D’altro canto, le letture non sono fatte per parlaci di Roberto, la cui vita rimane un mistero tra lui e il suo Creatore. Le letture (sembrerà banale dirlo ma in realtà bisogna sempre ribadirlo) sono fatte per coloro che ascoltano e quindi per noi, interpellano noi.

4. In modo particolare, c’è un’espressione cristiana, che è: “Tornare alla casa del Padre”, con cui noi cristiani normalmente indichiamo il trapasso dei nostri morti. Guarda caso quest’espressione è rubata dalle pagine del Vangelo, da episodi che tuttavia non sembrano sempre parlare di questo. Una di queste pagine è proprio quella che abbiamo letto oggi, è la lettura del giorno, per cui non ho voluto cambiarla benché la liturgia dei defunti lo rendesse possibile. La lettura di oggi è rivolta specificatamente a noi, perché c’è il rischio – e guardate che ora noi siamo in un certo senso nella situazione più del secondo fratello o primogenito, che del prodigo – ebbene, c’è il rischio di stare di fronte al ritorno alla casa del Padre di un figlio e di non volere entrare in comunione con lui, di rimanere scandalizzati. Il Vangelo ci mette perciò in guardia. Esiste una gelosia che tiene l’uomo lontano da Cristo, una gelosia nei confronti di Dio perché pare che la sua pronta generosità ci tolga qualcosa. La troppa bontà che Dio elargisce ad altri ci fa, in un certo senso, sentire in difetti, come se l’Infinito non potesse essere tutto per ciascuno, come si fosse qualcuno capace di esaurirLo. Questo ci dice che non l’abbiamo ancora capita fino in fondo.

5. Ma ci riguarda ancor più da vicino un secondo rischio, che ci tocca proprio nella celebrazione di oggi. Vi è il rischio di essere gelosi dei nostri fratelli che il Padre a chiamato a Sé. C’è il rischio di non volere entrare, di rimare fuori, di escluderci anche dalla forma di comunione che ci è concessa fin da qui con coloro che sono ritornati alla casa del padre. Questo Vangelo, perciò, cambia e deve cambiare anche tutto lo sguardo che abbiamo sulla morte.

6. Infatti, c’è il rischio di rimanere così scandalizzati da dire che se esiste un Dio che permette una morte, tutto sommato giovane, che peraltro ha passato parte della sua vita a combattere contro la malattia, un Dio che permette una cosa simile o non è buono o non esiste. E siccome ci è profondamente difficile – questo è uno dei buoni effetti del cristianesimo a differenza del paganesimo – siccome ci è difficile credere che un Dio non possa essere buono allora diciamo che non esiste. Ma guardate che, e su questo mi permetto di insistere, la mortela morte in questo mondo non è un’obiezione a Dio! Se pensiamo, riflettiamo, a che cosa stiamo dicendo quando parliamo di morte non stiamo obiettando nulla a Dio. La morte sta come un testimone di fronte alla nostra vita e il suo dito scheletrico ci ammonisce, il suo sguardo cavo ci fissa negli occhi e ci dice: “Ricordati! Per amor di Dio ricordati, che la tua vita non è tua, che la tua esistenza non è tua, che il tuo essere non è tuo!”. I filosofi non scoprirono forse Dio proprio dalla contingenza delle cose? Dal fatto che il mondo continui nonostante tutte le singole cose del mondo finiscano – dicevano – noi non possiamo che credere che debba esservi qualcosa di superiore e irriducibile a tutte le cose del mondo.

7. La morte, lo ripeto, non è un’obbiezione all’esistenza di Dio, o meglio lo è solo all’esistenza di quel dio che pretendevamo di essere prima di incontrarla: quel dio non esiste e come cristiani non potremmo che essere d’accordo.

8. È così: non hai scelto la data della tua nascita. Anche questa, persino la notizia di quel felice giorno, ebbene, l’abbiamo ricevuta, perché se non ci fosse qualcuno che ci dicesse quando siamo nati, non sapremmo neppure l’unicità di questo giorno. Ugualmente, non possiamo allungare di un minuto la nostra vita. Dalla data di nascita alla morte, tutta la vita è compresa in una massima: “Non sono padrone”.

  1. Perché non sono signore della mia vita mi è Signore

un Amore più grande di me

9. E guardate che questo, che in realtà ci spaventa, è al contrario assolutamente rincuorante. Proprio perché non sono padrone non dipende tutto da me, ma anzitutto dipende da Colui che mi ha dato a me stesso. Niente delle cose che viviamo ci appartengono e tuttavia sono, sono senza essere state consultate perché qualcuno ha profondamente pensato che dovessero essere. Siamo nel pensiero di qualcuno che ci ha voluto a tal punto da farci essere, da non permettere neppure che i nostri limiti, le nostre fragilità, tutto quello che ci compete costituisca un’obiezione al fatto che noi dovevamo e dobbiamo essere! Al fatto che siamo un dono.

10. E questo dono che noi siamo è creato per un incontro la cui soglia passa attraverso quella cortina misteriosa che è posta tra l’Aldiqui e l’Aldilà e che noi chiamiamo morte. Se tanta cortina separa la nostra vita da quella che sarà, ebbene, per il peso di questa cortina capiamo la grandezza del mistero che ci attende, perché niente, se non la morte, poteva nasconderla, velarla e renderla così misteriosa. Dalla grandezza della morte, quindi intuiamo la grandezza del mistero che la morte copre. D’altronde, noi sappiamo che il Cristo ha varcato questa cortina due volte, la prima facendosi uomo per venirci incontro e per prenderci per mano. La seconda volta la varcò morendo, affinché questa mano superasse sicuramente quella soglia, perché quella soglia non ci facesse più paura, perché la potessimo varcare non solo con l’anima ma con l’anima e col corpo. Noi cristiani crediamo nella risurrezione! Noi cristiani crediamo che ci rivedremo con gli occhi con cui ci stiamo guardando ora. Noi cristiani crediamo che è talmente prezioso il nostro volto che nessun dettaglio di esso andrà perduto: questo è la resurrezione, l’immortalità nel dettaglio della nostra meravigliosa corporeità. Questa è la resurrezione!

  1. L’Eternità non è un tempo raffermo

ma una vitalità senza limiti

12. Ebbene il Cristo del Vangelo di oggi ci insegna a vivere la morte come una festa, sì, come una festa. Al punto che, guardate, non è fisso nella liturgia che il colore di oggi debba essere il viola. Questo dipende dalle conferenze episcopali che si adattano alla cultura del posto. E vi sono posti che la celebrano in bianco, perché il ritorno alla casa del padre è una festa!

13. Questo ci illumina sul significato dell’Eternità. C’è un’antica preghiera, polverosa, e come tutte le cose polverose talvolta nascondono sotto vari stati di grigio un’antica lucentezza, ebbene questa preghiera è l’Eterno riposo. Essa inizia così: “L’eterno riposo dona a loro Signore, risplenda ad essi la luce perpetua riposino in pace”. Noi normalmente ci fermiamo quasi sempre alla prima parola, è quella che segna il nostro impatto e ci dice “riposo”. Che cosa si fa nel riposo? Si dorme! Ma veramente il riposo non è propriamente il dormire anche se questo è il modo in cui noi lo intendiamo al massimo grado. Il riposo è il toglimento della fatica, il togliere la fatica. Poi, però, non so se avete notato il verso successivo che dice: “Splenda ad essi la luce perpetua”. Splenda. Non so se vi è mai capitato – nei conventi succede quando ancora capita che non abbiano montato le tapparelle – di dover dormire nel primo pomeriggio con la luce abbagliante del sole, lì, puntata radiosamente sul viso. Tutto fai meno che dormire! Ciò significa che questo riposo in cui splende la luce perpetua non c’entra niente con il sonno. Ma se al riposo è togliamo l’inattività e la fatica, che cosa rimane? Un’attività piena e senza fatica. C’è un subbuglio nei cieli che noi non ci immaginiamo. Probabilmente Roberto non è mai stato indaffarato come ora! Anzi siamo noi i nottambuli, agli occhi dei santi quelli sonnambuli che vanno in giro biascicando in mezzo ai sogni imprigionati nel mondo spesso onirico dei nostri pensieri, delle nostre angosce e dei nostri, talvolta non troppo prudenti, progetti. Siamo noi che dormiamo! E loro ci guardando da svegli, sì, ci guardano vegliano su di noi. Come diceva Victor Hugo (1802-1885), con una frase mirabile a me profondamente cara: I nostri defunti non sono gli assenti, ma gli invisibili, essi stanno guardando i nostri occhi pieni di lacrime con i loro occhi pieni di gloria.

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