Uno degli slogan che si leggono in casa di D’Annunzio riguarda i peccati capitali, che vengono limitati a 5 come le dita di una mano.

Dal tradizionale catalogo cattolico due ne vengono espulsi ed è abbastanza intuitivo comprendere quali: lussuria ed avarizia.

D’Annunzio era un lussurioso, un compulsivo, probabilmente un vecchio satiro (siamo recidivi) ed allo stesso modo era un prodigo, cioè uno scialacquatore; per mantenere vivo il suo mito, la sua immagine di riflesso non poteva non sperperare qualsiasi cifra e nello stesso tempo, non poteva non avere la convinzione che il denaro gli fosse dovuto proprio per il suo genio; avrebbe potuto tranquillamente considerarlo una necessità quotidiana banale e volgare, sterco di satana perchè i geni non devono sporcarsi le mani con pensieri così meschini come il gestire il denaro.

Il denaro e le donne a un tempo bisogno e conferma del ritratto ideale che il vate si era costruito e propagandava al mondo (e a sè stesso prima ancora).

Ateo e massone, interessato al mondo dell’occultismo doveva essere un personaggio assolutamente religiosissimo (come tanti pensatori sedicenti laici di oggi) secondo la giusta accezione di religione che ci viene da Freud.

Il pensiero di D’Annunzio vive di “essenze”, di metafisica, mai di diritto: il poeta, il vate, il comandante, l’eroe; credo che la frase che è riportata nella stanza del mascheraio possa valere ancor prima che per Mussolini per lui stesso: “Aggiusta le tue maschere al tuo viso ma pensa che sei vetro contro acciaio”.

Instancabile lavoro di Atlante per reggere il mondo (lavoro senza pace, senza fine, senza meta, senza sosta) e acquietare (inutilmente) il lacaniano superio “osceno e feroce”: chissà come doveva sentirsi vetro contro l’acciaio di un superio onnipotente.

Un altro motto che ho trovato, e che mi pareva incomprensibile visto lo stile aulico di D’Annunzio, è il famoso (e poi fascista) “me ne frego”; debbo a wikipedia la soluzione del dubbio: “Sembra che il motto sia stato ripreso da un discorso avvenuto il 15 giugno 1918 a Giavera del Montello tra il Capitano Zaninelli e il Maggiore Freguglia, suo comandante durante la battaglia del solstizio. Freguglia chiamò Zaninelli e gli disse che con la sua compagnia doveva attaccare un caposaldo Austriaco a Casa Bianca; Freguglia aggiunse che era una missione suicida, ma che andava portata a termine ad ogni costo. Zaninelli guardò Freguglia e rispose: “Signor comandante io me ne frego, si fa ciò che si ha da fare per il re e per la patria“. Si vestì a festa e andò incontro alla morte.”

Dovere e azione: triste eredità.

Noto ancora una volta il tornare in forma di farsa della tragedia: muore eroicamente il capitano Zaninelli ma la sua frase diventa il ritornello di una ridicola canzoncina fascista che irride alla perfida Albione.

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