Torno ancora su D’Annunzio che, tra le altre cose, mi ricorda molto Andy Warhol nella compulsione a circondarsi di cose, oggetti; in entrambi i casi l’arte è una forma elitaria e inconsistente: la pop art come il Vittoriale celebrano il nulla, che nel caso specifico è celato dietro il movimentismo del titolo: memento audere semper.

Un nulla a misura dell’artista che non può fare a meno di sostenere l’artificio a pena di trovarsi di fronte alle difficoltà di pensiero che lo angustiano: Atlante che fa del reggere il mondo la sua missione; senza la terra da reggere si troverebbe dis-occupato (e potrebbe pensare ad altro).

Non è un caso, credo, che uno degli aspetti peculiari di D’Annunzio sia l’ardimento (si trova ripetuta ossessivamente, tra le altre, la frase “ardisco non ordisco”), la sfida, l’eccesso di adrenalina dell’azione eroica (il volo su Vienna, l’impresa di Fiume, la cosidetta beffa di Buccari).

L’audacia, la forza, la tecnologia che sembrano rendere invincibili o comunque fanno sembrare possibile superare ogni limite; il clima futurista, il mito della guerra, il volante rotto di Sir Henry  Segrave, detentore di record di velocità e morto nel tentativo di superarsi; l’elica dell’idrovolante con il quale nel 1925 Francesco De Pinedo compì il volo a tappe di 55.000 chilometri da Sesto Calende a Melbourne e Tokio. Reliquiario dell’azione ardimentosa dell’eroe moderno: memento audere semper!!! Perduta l’idea di un moto a meta con soddisfazione non resta che la compulsiva spinta a superare limiti che di fatto non esistono; l’azione per l’azione, atto “perfetto” ed al tempo stesso destinato ad essere superato un istante dopo perchè non c’è pace, non basta mai, non ci si può fermare.

Ricordo la canzone di Vecchioni Samarcanda: il reduce dalla guerra intravede tra la folla una nera signora che lo guarda con malignità, per sfuggirle col cavallo più veloce fugge a Samarcanda dove incontra la stessa donna che spiega allo stupito, sconfitto e rassegnato cavaliere che appunto a Samarcanda lo stava attendendo. La canzone parla dell’appuntamento con la morte, ma se al posto della morte mettiamo l’angoscia quel testo è perfetto per il vate.

Primato dell’azione sul pensiero perchè il pensiero arriva a chiedere il conto: il rimosso ritorna, ormai è un adagio addirittura banale, col suo carico di angoscia.

Dalla guida siamo informati che l’impresa di Sir Henry Segrave era stata caldeggiata o comunque sostenuta da D’annunzio che, leggo oggi su wikipedia, volle anche l’azione di  conquista della Quota 28 (nei pressi del Timavo) ove perse la vita il Maggiore Giovanni Randaccio.

Padre di eroi o soprattutto di defunti in giovane età?