Mi sono bevuto d’un fiato, dopo averlo sorbito in due anticipi, il bel romanzo di Matteo Nucci “Il toro non sbaglia mai”; mi è piaciuto tantissimo, mi ha coinvolto come non mi accade spesso.

Nucci scrive bene, sa trasmettere emozioni ed anche quando è più filosofico o didascalico lo sa fare senza perdere in interesse e scorrevolezza.

Ho gustato tutto, fino all’ultima pagina, poi mi sono andato a vedere qualche video di corrida (José Tomás indulta a “Ingrato” en Nimes ed anche la disgraziatissima morte di El  Yiyo e quella di Paquirri).

Ne sono rimasto assai impressionato,un brivido mi ha attraversato il corpo ed un moto di commozione mi ha avvicinato al giovane matador ucciso da Burlero.

Brividi, appunto, che per un verso mi atterriscono, pensando a quel povero ragazzo e, per altro, mi incuriosiscono a vedere, dal vivo, una corrida, progetto che vorrei realizzare questa estate.

Il romanzo, dicevo, è appassionante; il finale me lo aspettavo un po’ diverso, con la morte ingloriosa del protagonista; Nucci, invece, lo mantiene in vita facendo emergere le turbe psichiche decisamente gravi che lo ingabbiano in un mondo alternativo.

Tornando al mondo dei tori, il libro mi ha permesso di capire le differenze tra la corrida come lotta e come spettacolo, cioè arte. Vi è poi la questione della verità che è sempre presente nel libro ma che mi sembra una delle cose meno significative e mi spiego.

La corrida mi pare uno spettacolo barocco, esasperato e scenografico al massimo: un uomo, che rappresenta tutti, sfida il toro (le forze ctonie, la parte oscura di sé?) vestito con un abito talmente appariscente da far sembrare quasi grottesco chi, al contrario, è coraggioso, abile, elegante nei movimenti.

I calzetti fucsia che indossano i toreri sono talmente appariscenti che anch’io, che notoriamente amo i colori vivaci, avrei qualche difficoltà ad indossali ed il traje de luces non brilla certo di sobrietà.

Tutto mi sembra sopra le righe, proprio come è l’architettura barocca; ricordo alcune statue di Madonne o di Gesù che ho visto in giro per la Spagna del sud (che ho visitato poco purtroppo) che manifestavano pena e dolore di nuovo con espressioni urlate, spasmodicamente eccessive. Questo è un tratto della Spagna che mi colpisce: il sole, la luce e queste rappresentazioni angosciose di dolore e morte, come se non fossero riusciti, nei tempi, a risolvere la questione della vita se non attraverso forme socialmente approvate di sfida alla morte stessa, teatralizzando la lotta tra l’uomo ed il toro.

Sicuramente è una lotta ma, anche e forse soprattutto, una rappresentazione artistica, una forma di arte come potrebbe essere un’opera lirica o una pièce teatrale: “Il torero deve conoscere il suo toro, capirlo, interpretarlo, deve adeguare al suo animale la tattica di seduzione, gli si deve avvicinare nella maniera che al toro spetta. La seduzione è contingente: cambia a seconda della situazione e dell’animale da sedurre. Ma quando si realizza, allora tutto diventa vita, arte, bellezza, eros, una danza infinita di avvicinamenti e respingimenti. Fino alla fine”.

Ma come per il barocco, è tutto falso: lo spettacolo esorcizza la paura della morte, sfidata e, solitamente, vinta dal matador nel rito collettivo, ma non risolve la questione che l’ha originata.

Nucci parla di verità, verdad torera ma anche verità come via di ricerca continua di sé; una verità inattingibile,in fondo, perché quel che conta è solo il cammino di ricerca, il non accontentarsi mai dei risultati raggiunti, il mettere sempre in discussione.

Ne sentivo una breve intervista, scovata in rete, in cui diceva di essere studioso di Platone e platonico a sua volta, ecco appunto il problema. In Platone esiste una verità che è sovrastante l’uomo, qualcosa di cui l’essere umano è mancante (e sempre resterà tale) perché nessuno mai, nemmeno i filosofi, potranno compiutamente conoscerla. Percorso tortuoso, senza meta possibile, mi ricorda certi slogan anni 70: l’importante è il viaggio, oppure Forrest Gump, nella fase del camminatore indefesso (che raccoglie numerosi adepti). L’uomo risulta schiacciato da un ordine superiore cui può solo tentare di avvicinarsi ed al quale sottomettersi, perché, in fondo, questo solo è possibile di fronte alla verità. Poi ci saranno dei sapienti che, avendone maggiore conoscenza, avranno il compito di educare le masse.

Non c’è traccia di verità come imputazione di un beneficio ricevuto da un altro, norma giuridica che permette l’orientamento dei moti del corpo in vista di una meta raggiungibile.

Per questo la corrida rimane nell’alveo della menzogna barocca; non vi è soluzione possibile nell’arena, se non la morte o la ripetizione del rito, come si prendono gli ansiolitici, ansiolitico di massa.

Il torero cosa diventa, se è bravo? se non finge (ecco qui si affaccia una verità di tipo imputativo: il torero finge di lottare col toro, ingannando il pubblico o si comporta con verità, mettendo a repentaglio davvero la vita?) egli diventa un eroe, acclamato dalle folle e dalle donne che, generosamente, gli si concedono.

L’eroe potrebbe essere definito come colui che avendo sfidato ciò che gli altri temono, ha raggiunto un superiore stadio di conoscenza, attraverso il dominio di sé, un idolo, cioè qualcuno da invidiare, imitare e, in fondo, da isolare perché quel che fa l’idolo agli altri non è concesso e proprio per questo egli assume una posizione di privilegio.

Non è mia intenzione sminuire il valore delle corride, non a caso sono appassionato del barocco, ma evidenziarne l’aspetto tragicamente superegoico.

Chiudo con due citazioni, molto diverse tra loro, prese sempre dal libro di Nucci.

“Il toro non sbaglia mai. A sbagliare siamo sempre noi uomini. A sbagliare è sempre e solo chi ha la possibilità di decidere”;

la seconda riguarda Tiresia, il veggente cieco della mitologia greca:

“E Tiresia perse la vista perché Era gli strappò gli occhi. Lo fece quando Tiresia fu invitato a assistere all’amplesso fra lei e Zeus e a giudicare chi ne traesse il maggiore godimento. Era, infatti, accusava Zeus di molti tradimenti e Zeus le rispondeva che il piacere femminile però è di gran lunga maggiore. Fu chiamato Tiresia, essere mortale saggio, consapevole perché conosceva un passato femminile: per sette anni aveva vissuto nelle fattezze di una celebre prostituta. Adesso, tornato uomo, doveva stabilire quale fosse l’orgasmo più soddisfacente fra le due massime divinità. Si espresse con numeri: se in dieci parti si divide il godimento, una è quella che assapora Zeus, nove quelle che spettano a Era. Zeus sorride. Era andò su tutte le furie e gli strappò gli occhi”.

La prima è patente nella giustezza, anzi nella verità di quanto affermato: il toro, animale, cioè governato dall’istinto, non sbaglia, poiché a quella legge di moto è indefettibilmente assoggettato; non può sbagliare chi è determinato da un ordine cui non si può (né pensa) di sottrarsi, è ciò che connota l’animale e che lo rende efficiente nell’affrontare la vita.

L’uomo può sbagliare perché non è munito di istinti (salvo quelli che si crea da solo) ma di una legge da rielaborare continuamente, ” termine di paragone permanente e incessantemente aggiornato” (blog del 13/01/2014 di Giacomo Contri); una legge non indefettibile, essendo giuridica, cioè frutto di un’operazione di iuris prudentia, senza presupposti teorici astratti.

La seconda citazione, Tiresia, dice bene del platonismo; nemmeno gli dei supremi hanno il criterio per giudicare la soddisfazione. Innanzitutto ed ancor prima queste divinità sono ben invischiate da quel vizio che è l’invidia: il voler stabilire quanto godimento tocchi ad uno o all’altra non è che un’operazione invidiosa di divisione di una torta con sottrazione all’altro di qualcosa”. Invidiosi e perciò anche bellicosi e pericolosi, come la fine di Tiresia sta a testimoniare.

Sono anche degli incompetenti, ovvero dei platonici poiché hanno bisogno di un giudice terzo, oggi di uno psicologo o meglio di un sessuologo che dica loro quanto ciascuno godrà nell’amplesso, con la stupidità di dover misurare qualcosa che non ha alcun senso misurare. Sono dei separati in casa, non certo una coppia di coniugi, tra loro non vi è rapporto.

Ricorrono allora a qualcuno che avendo conoscenze superiori, impartirà la lezioncina del caso, svelerà loro la verità, una verità che non gli appartiene, nell’incapacità di formulare un giudizio di convenienza (mi piace) degli atti di cui sono reciprocamente destinatari.

Nucci ha il pregio di saper raccontare, bene Platone, nelle forme culturali della Spagna di qualche decennio fa.