Rieccoci a Natale, una festa che non amo particolarmente per via delle condizioni stagionali, cioè il buio incombente che proprio non riesco ad apprezzare, d’altronde sono nato in estate non a caso.
Ancora Natale, come ogni anno, sempre uguale eppure sempre diverso; l’evento è noto: un tal Gesù, da Nazareth, dando finalmente concretezza a quello che il Libro dell’Ebraismo profetizzava ed attendeva da tempo, ha pensato bene di incarnarsi, cioè di assumere il corpo umano (in realtà “umano sarebbe superfluo”).

Sappiamo anche che le attese messianiche del popolo ebraico furono disattese perché il nuovo venuto non corrispondeva alle speranze ideologiche e quindi politiche (e inevitabilmente religiose) dei dirigenti di quel momento: il suo pensiero provocò scandali e divisioni al punto che la classe sacerdotale, o almeno la sua dirigenza, elaborò la teoria del “meglio che perisca uno piuttosto che tutto il popolo”.

I preti di quel momento, ma la classe sacerdotale è una categoria eterna dello spirito, non meno presente oggi di allora (e non si guardi alla tonaca, che è dettaglio insignificante), lo fecero fuori pensando, come molti pensano, che eliminando il pensatore ne muoia anche il pensiero: nulla di più sbagliato.

Ma tra gli stessi seguaci del Galileo non è che sia andata tanto meglio: che il Figlio avesse scelto di assumere quella limitata, imperfetta, corruttibile carne mortale fu uno scandalo che molte eresie dei primi secoli e non solo tentarono in ogni modo di negare o sminuire, ad esempio supponendo che il Figlio del Signore fosse entrato nel corpo dell’uomo Gesù attraverso un orecchio per uscirne al momento della crocefissione.

Oggi cosa ci dice il Natale, al netto degli orpelli che hanno quasi soffocato l’annuncio?

Che esiste una pietra angolare sulla quale fondare l’intera esistenza, il pensiero di Gesù, per niente bambinello come giustamente hanno riconosciuto i famosi Re Magi, che non gli hanno offerto ninnoli ma doni degni di un sovrano.

Giacomo Contri, parlando del bambino sostiene che questi è un “consulente valido benché inconsapevole su ciò che non va nell’azienda dell’adulto, un consulente af-fabile, angelo custode senza le ali, … il bambino è memento cogitare, depositario individuale del principio di piacere benché ancora senza rappresentanza cioè autorità”.

Esattamente come nel caso dell’illustre neonato; ogni anno Natale ci ricorda che non c’è errore o crimine che non possa essere giudicato attraverso lo scibboleth del pensiero del Figlio del Signore, pensiero sovrano: la buona notizia è proprio questa, che il giudizio libera dalla pena perché nella religione e nella nevrosi, potremmo usarli come sinonimi, c’è molta pena e poco giudizio.

Concludeva, il dr. Contri, il suo contributo con queste parole: «Si tratta di sottoscrivere razionalmente la frase “Se non tornerete come bambini …”, poi reintrodotta da Freud. In contrario c’è l’ordinaria strage educativa degli innocenti: che poi non sono affatto innocenti, perché l’in-nocenza è una scoperta successiva, matura e intelligente.»

Il Padre cui il Figlio fa riferimento non è certamente un educatore ma un partner cui il Figlio rimanda continuamente: l’esperienza di Gesù è quella di una partnership che funziona; egli rifuggirebbe, ad esempio, dalla definizione di genio (discuteva, con molto stupore altrui, competentemente coi maestri della legge all’età di 12 anni circa), per affermare quella di uomo coinvolto in un rapporto affidabile con Qualcuno, il Padre, col quale si può parlare da pari a pari (senza pretesa di pari diritti e doveri astratti) in vista di un guadagno (“Se chiederete qualche cosa al Padre nel mio nome, egli ve la darà” Gv 16,23).

Non a caso le tentazioni nel deserto sono un tentativo di far scivolare Gesù nella logica del comportamento da Dio, di uno che ordina e comanda; la risposta, data da ogni parola e gesto dell’intera esistenza documentata, è, al contrario, la testimonianza che c’è un buon Padre, sovrano (cioè non despota), che intrattiene un buon rapporto con un Figlio, non meno sovrano, senza competizione, invidia, volontà di potenza, con guadagno per entrambi a partire dall’esperienza del corpo (che finalmente non è più prigione) tanto da decidere di conservarlo e farlo ascendere “in excelsis”.

A tutti e ciascuno degli amici e delle persone che ho avuto modo di incontrare, conoscere o rivedere nel corso di quest’anno vanno i miei auguri di Buon Natale.

Ho amici sparsi da Sondrio a Roma, passando per le province di Milano, Reggio Emilia, Modena, Bologna, Forlì, Ravenna, Rimini e Campobasso con una puntata fino a Bari, il pensiero non conosce confini, ciascuno di loro, mi auguro approfitterà del Natale per pensare a futuri affari proprio come pensa ancor oggi l’insigne Neonato col Padre suo.

Per chi conosco poco o non ho ancora incontrato vale lo stesso augurio perché non ho obiezioni ad ampliare la cerchia delle persone sperimentate come affidabili: anche il numero di possibili soci non conosce limiti.