Debbo alle sollecitazioni dell’amico Gabriele Trivelloni e di un collega guastallese la lettura di “Un anno sull’altipiano” di Emilio Lussu.

Dal titolo si intuisce che la vicenda si svolge in montagna, senza essere un trattato sull’alpinismo; la montagna è muta testimone della terribile vicenda umana della guerra, della Grande Guerra, che ha avuto nelle Alpi uno dei teatri privilegiati.

Dichiaro subito che il libro mi è piaciuto moltissimo.

Emilio Lussu riesce a descrivere con grandissima capacità la vita delle trincee in montagna, il cameratismo, l’opportunismo, la stupidità, l’eroismo.

La cosa che mi ha colpito di più è la mancanza di condanna della guerra; vi sono descrizioni impietose delle stragi, che si percepiscono insensate ma il giudizio è quello di un militare competente che critica l’incompetenza dei superiori.

L’ironia, pacata e perciò stesso ancor più sferzante, è una cifra di tutta l’opera ma le figure su cui ricade sono ottusi ufficiali o uno sciocco sindaco, la guerra non è in discussione.

Lussu è stato un interventista, come lui stesso dichiara al generale che lo interroga sull’amore alla guerra; l’evento bellico in sé non è criticato perchè Emilio Lussu, in fondo, non sembra disapprovare quell’esperienza che ha inciso, comunque, nella sua vita in maniera determinante.

Umanamente è una posizione comprensibile ed onesta: chi ha investito il proprio acume intellettuale di giovane laureato nell’esperienza bellica, vivendola in prima persona al fronte, capisco che faccia fatica a condannarla come un’esperienza del tutto negativa.

Anzi.

La guerra pensata dallo stato maggiore è quella ancora legata ai canoni ottocenteschi, dove preponderanti erano il coraggio e la forza di volontà; l’evoluzione della tecnologia aveva già dato segnali chiari durante il conflitto russo nipponico: l’invenzione della mitragliatrice, in grado di sparare ben 500 proiettili al minuto,  richiedeva un cambiamento radicale delle strategie belliche.

I generali italiani evidentemente non se n’erano accorti e nemmeno le accademie militari che formavano ufficiali secondo i metodi consueti, serve dirlo? antiquati.

Ne è un esempio l’episodio del tenente di cavalleria siciliano dal parlare affettato: punto sul vivo in una questione d’onore, del tutto insignificante, si suicida, letteralmente, esponendosi nella feritoia 14, presidiata da un tiratore con fucile a cavalletto.

“- A un ufficiale del «Piemonte Reale» tremano le gambe meno che al suo cavallo.

Un colpo di fucile seguì alle sue parole. Mi voltai. Il tenente era alla feritoia n. 14 e stramazzò al suolo. Mi slanciai per sostenerlo: ma egli era già morto. La palla l’aveva colpito in fronte.”

Questione di onore e coraggio come anche l’episodio seguente con protagonista il famigerato generale Leone:

“- Se non hai paura, – disse rivolto al caporale, – fa’ quello che ha fatto il tuo generale. 
– Signor sì, – rispose il caporale. E, appoggiato il fucile alla trincea, montò sul mucchio di sassi. Istintivamente, io presi il caporale per il braccio e l’obbligai a ridiscendere. 
– Gli austriaci, ora, sono avvertiti, – dissi io, – e non sbaglieranno il tiro. 
Il generale, con uno sguardo terribile, mi ricordò la distanza gerarchica che mi separava da lui. Io abbandonai il braccio del caporale e non dissi più una parola. 
– Ma non è niente disse il caporale, e risalì sul mucchio. 
Si era appena affacciato che fu accolto da una salva di fucileria. Gli austriaci, richiamati dalla precedente apparizione, attendevano coi fucili puntati. Il caporale rimase incolume. Impassibile, le braccia appoggiate sul parapetto, il petto scoperto, continuava a guardare di fronte. 
– Bravo, gridò il generale. – Ora puoi scendere. 
Dalla trincea nemica partì un colpo isolato. Il caporale si rovesciò indietro e cadde su di noi. Io mi curvai su di lui. La palla lo aveva colpito alla sommità del petto, sotto la clavicola, traversandolo da parte a parte. Il sangue gli usciva dalla bocca. Gli occhi socchiusi, il respiro affannoso, mormorava: 
– Non è niente, signor tenente. 
Anche il generale si curvò. I soldati lo guardavano con odio. 
– È un eroe, – commentò il generale. – Un vero eroe.”

L’episodio del tenente “suicida” parla di una guerra vissuta ancora con gli ideali dell’eroismo che richiamano tempi passati in cui l’ufficiale era il più valoroso e coraggioso e perciò dimostrava, per primo, la sua audacia, davanti a tutti; un ufficiale da guerra napoleonica insomma, in cui l’onore ha una valenza assoluta.

Nel secondo caso vi è una forte stigmatizzazione dell’episodio ma questa riguarda il generale, un assoluto idiota, che espone inutilmente i suoi soldati a prove inutili.

Onore è una parola che è sempre presente, in trasparenza, come dovere e cameratismo, ideali che sopravviveranno anche alla guerra e a cui faranno appello certe forze politiche per affermare i loro obiettivi anche grazie all’uso della forza.

C’è un episodio interessante che racconta Lussu:

«Avevo di fronte un ufficiale giovane, inconscio del pericolo che lo sovrastava. Non lo potevo sbagliare. Avrei potuto sparare mille colpi a quella distanza, senza sbagliarne uno. Bastava che premessi il grilletto: egli sarebbe stramazzato al suolo. Questa certezza che la sua vita dipendesse dalla mia volontà, mi rese esitante. Avevo di fronte un uomo. Un uomo!

Un uomo!

Ne distinguevo gli occhi e i tratti del viso. La luce dell’alba si faceva più chiara ed il sole si annunziava dietro la cima dei monti. Tirare così a pochi passi, su un uomo…come su un cinghiale!

Cominciai a pensare che non avrei tirato. Pensavo. Condurre all’assalto cento uomini, o mille, cento altri o mille altri è una cosa. Prendere un uomo, staccarlo dal resto degli uomini, poi dire: “Ecco, sta’fermo, io ti sparo, io t’uccido” è un’altra. Fare la guerra è una cosa, uccidere un uomo è un’altra cosa. Un uccidere un uomo così, è assassinare un uomo.!»

Episodio interessante perchè ci rivela il senso di umanità dell’autore ma anche il suo senso dell’onore: la guerra prevede l’uccisione di altri uomini, ma uccidere un uomo indifeso gli sembra immorale.

Poi va oltre: non è solo indifeso, è un uomo; è un essere che è uscito dalle sagome dei nemici per diventare un uomo.

Un uomo che poi tornerà ad essere un nemico, ma in quel momento non è un nemico, una sagoma, ma un essere umano: Giacomo Contri sostiene da tempo che per uccidere è necessario compiere l’operazione inversa a quella descritta.

I serial killer, ma anche l’assassinio qualunque, devono compiere un’operazione preliminare prima di passare all’atto: trasformare la futura vittima in una sagoma, dopo di che una o centomila non fa nessuna differenza.

La tecnologia della Grande Guerra ha molto favorito la trasformazione in sagome dei soldati perchè altra cosa è affrontare un uomo viso a viso, altro è sparare contro sagome in movimento con una mitragliatrice.

 Emilio Lussu e con lui tanti giovani dell’epoca furono interventisti, favorevoli alla guerra, chi per un motivo, chi per un altro, ma tutti accomunati dall’idea che il benessere e la tranquillità borghesi avessero trasformato l’uomo in un bottegaio, mediocre, privo di ideali, lascivamente corrotto.

Un bagno di sangue avrebbe rigenerato gli spiriti nobili, ridato linfa vitale alle popolazioni abbruttite, creato un uomo nuovo: la guerra non è stata una catastrofe naturale, un evento inevitabile.

La guerra è un evento umano, esclusivamente umano: questo ci testimonia Emilio Lussu, un evento voluto, soprattutto dalle élite culturali del tempo, dai tantissimi giovani che l’hanno vissuta come una ribellione all’ordine dei padri.

Gli anni immediatamente precedenti lo scoppio della Grande Guerra sono stati il Sessantotto del periodo a cavallo dei due secoli: i figli hanno voluto distruggere l’eredità dei padri, che non è detto che fosse positiva, ma opponendosi con la forza, non sono riusciti dalla logica di predominio e comando.

Ne è seguita una carneficina immane.

Dal Sessantotto è nato il terrorismo.

Ci vedo una costante: perchè i figli possano acquisire il tanto sospirato potere hanno bisogno di far fuori i padri, anche uccidendo se stessi; uno dei due deve morire.

Lo aveva ben chiaro Shakespeare che nell’Enrico VI, parte terza, mette in scena proprio l’omicidio del figlio ad opera del padre e quello del padre per mano del figlio:

Suona l’allarme.

Da una parte entra un figlio che ha ucciso il padre (con il cadavere tra le braccia).

 FIGLIO
Soffia male il vento che non porta profitto a nessuno: quest’uomo che ho ucciso combattendo corpo a corpo può possedere una certa quantità di corone, e io che adesso, per caso, gliele prendo, prima di notte forse lascerò la vita e i suoi soldi a qualcun altro, come è successo a costui che è morto. Ma chi è? Dio mio, è il volto di mio padre, che in questo scontro ho ucciso senza saperlo. O tempi pesanti, che generano tali eventi! Il re mi ha arruolato per mandarmi qui da Londra, e mio padre, essendo al servizio del Conte di Warwick, stette dalla parte degli York, arruolato dal suo signore; e io, che ricevetti la vita dalle sue mani, con le mie mani gli ho tolto la vita. Dio, perdonami, non sapevo quel che facevo. Perdonami, padre, perché non ti ho riconosciuto. Le mie lacrime laveranno questi segni insanguinati; basta con le parole, finché non le avrò prosciugate.

[…]

Da un’altra porta entra un padre (che ha ucciso il figlio), trasportando il cadavere.

PADRE
Tu che mi hai contrastato in modo così aspro, dammi il tuo oro – se hai dell’oro – perché l’ho comprato con cento colpi. Vediamo un po’: è questo il volto del nostro nemico? No, no, no, è il mio unico figlio! Ah, ragazzo, se t’è rimasto un soffio di vita, apri gli occhi: guarda, guarda, quali scrosci, spinti dalla bufera del mio  cuore sulle tue ferite, si abbattono a uccidere i miei occhi e il mio cuore! Misericordia, Iddio, per questa epoca infelice! Quali nefandezze, così feroci, così omicide, criminose, sediziose, e innaturali, genera ogni giorno questa contesa micidiale! Ahimè, ragazzo, troppo presto tuo padre ti diede la vita, e, vivendo troppo a lungo, te l’ha tolta!”

Ad oggi non vi è stato alcun progresso, se non piuttosto un continuo peggioramento: l’idea di padre come possesso legittimo in quanto ereditario della sovranità non pare godere grande fama.

Parma, 8 dicembre 2016 nella Solennità dell’Immacolata Concezione di Maria