Ho finito di leggere il bel volume che il professor Glauco Maria Cantarella ha dedicato a Gregorio VII; il professor Cantarella è stato assistente del mitico professor Capitani (Ovidio), docente di storia medioevale all’Alma Mater, col quale sostenni il difficile esame prendendo, al primo tentativo, un gustosissimo 30 di cui sono ancor oggi molto orgoglioso.

Ricordo un episodio, delle lezioni del professor Capitani: parlando di non ricordo quale argomento, si mise a citare, in greco, il Credo; di fronte allo sconcerto di gran parte della platea di studenti interruppe la citazione con un’affermazione del tipo: “dimenticavo che siete ignoranti (alias non avete fatto il liceo classico, non rammento se l’avesse esplicitato)”, riprese quindi la citazione, stavolta in un ben più popolare latino, comprensibile da un più ampi numero di uditori (tra i quali il sottoscritto).

L’atteggiamento del professor Capitani era aristocratico, dava per scontato che i suoi interlocutori fossero già in possesso delle conoscenze necessarie per seguire le sue lezioni; questo atteggiamento l’ho ritrovato nel libro del professor Cantarella.

Un volume impegnativo, molto complesso, con abbondanza di riferimenti che richiedono una buona conoscenza del periodo per essere minimamente compresi. Un libro apparentemente ostico ma che bisogna leggere.

Ricordavo vagamente di avere studiato il periodo della riforma gregoriana come un movimento compatto guidato da una serie di pontefici che, alleati coi monaci di Cluny combattevano contro il malcostume ecclesiastico e la prepotenza del potere politico, cioè l’imperatore.

Il libro del professor Cantarella ridiscute questo luogo comune e descrive un periodo turbolento, di grandi movimenti che hanno spesso condizionato se non imposto scelte ai vari attori, come nel caso di Enrico IV e Gregorio VII.

Veniamo a quest’ultimo, di origini non certe, non proveniva sicuramente da Soana (come normalmente si crede) ma da un paese della Tuscia, Raouaco, non meglio identificato; di buona famiglia, monaco a San Gregorio al Celio, mentre non è certa l’appartenenza al movimento cluniacense.

Collaboratore di vari pontefici, diplomatico, con ampie conoscenze nel mondo francese e tedesco, una figura per la quale era ipotizzabile il soglio pontificio, non l’unica, ad esempio anche San Pier Damiani aveva molte possibilità, ma le qualità di Gregorio lo hanno fatto ritenere il più idoneo alla successione di Alessandro II.

Gregorio VII si trova ad affrontare una serie di problemi sia col potere politico, l’impero di Enrico IV, sia con la stessa chiesa dell’epoca, con tutti i fermenti riformisti ad esempio della pataria milanese.

Con l’impero la questione è arcinota come lotta per le investiture; il professor Cantarella spiega che il termine investitura non era molto utilizzato ma, comunque, indicava una prassi comune da secoli: i vescovi detenevano quei diritti pubblici delle città utili a garantirne il funzionamento quali il diritto di erigere mura, battere moneta, esigere le imposte e organizzare la forza militare.

Consuetudine che precedeva addirittura il regno di Teodosio che aveva riconosciuto come già consolidata una tale attività.

I sovrani non conferivano quei diritti ma si limitavano ad accettare la fedeltà dei vescovi, ne riconoscevano l’esercizio del potere, da parte loro, i vescovi, accettavano l’investitura formale come garanzia ad opera della suprema autorità riconosciuta.

La novità di Gregorio sta in questo: proibizione di una prassi consolidata e indiscussa, ma facendolo con strumenti giuridici e canonistici tutti appartenenti al passato.

La lotta per le investiture è inscindibilmente legata alla questione petrina: il Papa è successore di Pietro, non del suo immediato predecessore (come avviene per i sovrani) e la sede apostolica è suprema istanza di qualunque causa, immune dalla chiamata in giudizio ad opera di chiunque.

Ancora una volta nessuna innovazione ma che innovazione: nessuno prima di Gregorio VII aveva concretizzato nel governo pastorale questa pretesa di superiorità; era stata pensata, si pensi ai precedenti di Sant’Ambrogio che “scomunica” l’imperatore Teodosio (strage di Tessalonica, 390 d.C.) o la lettera di San Gelasio I all’imperatore Anastasio (del 494 d.C.) ma mai prima di allora era divenuta prassi di governo.

Lo si vede benissimo nella questione patarina: il clero milanese (filoimperiale) in opposizione ai “riformatori” patarini che combattono il nicolaismo e la simonia; il Papa, nel 1074 ingiunge la castità al clero secolare, lo equipara ai monaci, che per definizione fanno voto di castità, sono angeli in terra.

Questo nuovo statuto del clero, di fatto isolato dal resto del mondo, ha le sua fondamenta nel Papa, che scavalca l’autorità vescovile e trova, ancora una volta, l’opposizione dei vescovi.

Ma Gregorio non si ferma e, forte di questa successione dal primo apostolo, stabilisce che chi non obbedisce alla Sede Apostolica cade nell’errore e questo errore è eresia.

Viene elaborato uno strumentario che porterà frutti successivamente: per usare una metafora che mi è piaciuta, Gregorio VII recupera i chicchi di grano che in precedenza erano stati seminati e li macina, producendo una farina che altri impasteranno per la completa elaborazione del primato papale.

Il professor Cantarella, con felice sintesi afferma, di lui che fu “imbattibile nell’invenzione della restaurazione”.

Sappiamo che Gregorio VII venne sconfitto, famosa la frase pronunciata su letto di morte, in esilio, abbandonato anche dal popolo romano; di lui sopravvisse ufficialmente la memoria eroica, scomparve invece completamente come fonte canonica.

Graziano, nel suo Decretum, non lo cita mai, ma la sua produzione è simile alle rovine dell’antica Roma, riutilizzata perché, dice il professor Cantarella, imprescindibile.

Da Gregorio VII si sviluppa un modello di chiesa di cui ancor oggi siamo figli, il suo pontificato ha indirizzato la storia successiva, condizionandola, ha fornito la chiesa di uno scibboleth.

Il libro del professor Cantarella è da leggere.

Parma, 29 giugno 2020, solennità dei Santi Pietro e Paolo