Interrompo, per un momento, il sunto del bellissimo libro di Emilio Gentile, L’apocalisse della modernità, per “festeggiare” un anniversario: oggi, 16 dicembre 2014, sono 4 anni che lavoro (anche se adesso in prestito) per il comune di Modena; da domani inizia il quinto, e spero ultimo, anno concluso il quale il mio auspicio è di trovare un altro posto dove prestare la mia opera.

Sono trascorsi 4 anni, come dicevo, da quando ho lasciato Rimini e gli amici romagnoli, per approdare in Emilia; non intendo far bilanci, quelli vanno fatti quotidianamente: l’esame di coscienza che ogni buon cristiano (io non lo sono, a scanso di equivoci) dovrebbe fare ogni sera come indica il salmo 4 al versetto 5b: “loquimini in cordibus vestris,/ in cubilibus vestris et conquiescite”, che è traducibile in “nel vostro letto, in silenzio, esaminate il vostro cuore”.

Cuore sta per “pensieri, parole, opere, omissioni” ed esame si potrebbe riscrivere come bilancio, quello di un’azienda, con entrate e uscite o, meglio, ricavi, guadagni e perdite: niente di intimo, nemmeno parole e omissioni sono intime.

Niente bilanci come si usa fare a fine anno, con l’illusione vagamente angosciosa, che l’anno nuovo possa portare una qualche novità, come se fosse il semplice trascorrere del tempo il motore del cambiamento.

Ho avuto modo di parlare, tempo fa di kronos e kairos, non mi dilungo oltre.

Dunque che significato ha questa data? fondamentalmente scandisce il tempo che mi manca per poter chiedere la mobilità, visto che il mio distacco attuale è provvisorio.

Come ogni data, poi, è occasione di ricordi che, in questo caso, vanno ai colleghi e agli amici che ho avuto modo di incontrare ed apprezzare. Ogni volta che ho deciso di cambiare sede di lavoro, a prescindere dai motivi, più o meno obbliganti, mi sono trovato a dover lasciare delle persone e questo è stato sempre un enorme cruccio e un freno non indifferente. L’idea era quella i perdere i contatti con le persone, di disperdere un patrimonio di giudizi ormai consolidati di affidabilità. Quando ho lasciato Rimini, ad esempio, c’erano persone con le quali i rapporti erano ottimi e da anni, mi riferisco, ad esempio a Umberto Farina, Roberta Berardi, Andrea Rosa, Marco Guerrieri, Ivano Savoretti, Maria Grazia Verni, la piccola Porky’s, la Wonderdanielina, Fabio Montebelli (di sicuro ne dimentico qualcuno): con loro sapevo (e so) di poter lavorare con profitto e l’idea di lasciarli mi ha angustiato non poco.

Ma sono andato a Modena e lì, nonostante il clima più freddo, ho avuto occasione di conoscere altre persone che si sono aggiunte alle precedenti; ricordo Cristian Cosimo (il mio prediletto, inutile nasconderlo), Andrea Piselli (ripenso alla curiosità con cui lo attendevamo a fine anno quando anche lui iniziò, con me l’avventura), Elisa Fancinelli, Paolo Piccinini, Claudio Castagnoli, Fiorella Artioli, Sabrina Menghini (un mito), Nicola Barozzi e anche qui ne trascuro sicuramente altri. Non parlo, adesso, degli amici di Parma, che ho a portata di mano e di cui approfitto ogni volta che posso (sebbene ancora non arrivi a concedermi le serate alla Scala, nonostante i ripetuti inviti).

Con alcuni di questi amici modenesi ci siamo visti anche qualche sera fa, con rinnovato piacere.

Li considero un tesoro perchè ciascuno, secondo le proprie peculiarità, è stato ed è tuttora, saltuariamente, occasione di miglioramento, riflessione, correzione; un tesoro proprio come i denari che si tenevano negli scrigni dai quali si attingevano per gli affari importanti.

Il tesoro mi fa venire in mente la parabola dei talenti e Gollum: in lui il tessssoro era un’idea fissa, una mania, si potrebbe chiamarla teoria, il centro di gravità permanente da cui non staccarsi mai pena l’angoscia dell’amor perduto (un amore che non esiste e che è piuttosto un tiranno crudele come Sauron docet).

Gollum è il contraltare dei protagonisti della parabola dei talenti, anzi potrebbe essere quello che va a scavare la buca dove custodire il tesoro ricevuto: è l’idea malinconica del possesso esclusivo, dell’autosufficienza di Narciso.

Ben altro pensiero hanno avuto gli altri, a partire da chi li mette a disposizione, i talenti: il guadagno sta nel lavoro aperto a ogni possibile partnership.

per questo il mio non è uno sguardo da adolescente, che contempla gli amici del cuore, ma un investimento per il futuro, perchè possa riaccadere quel che è già successo: gli amici che ho citato sono la memoria vivente di buone esperienze; per questo li considero importanti, a motivo dell’essermi stati o esserlo ad oggi, partner.

Ho già criticato la criminalità del detto “chi lascia la strada vecchia per quella nuova, sa quel che lascia, non sa quel che trova”, le persone, gli uomini e donne di cui ho parlato ne sono la confutazione.

Ovunque è possibile coltivare il giardino così che altri possano mostrare interesse; non ci sono garanzie che avvenga nè automatismi (dove lavoro adesso sembra esservi solo terreno arido, roccioso e improduttivo) ma possibilità.

La vita è lavoro, l’idea della pensione è angosciosa, ma lavoro senza sudore della fronte e dov’è possibile il riposo.

Riposo e pensione sono alternative di civiltà; nella parabola dei talenti, peraltro, una volta arricchito l’investitore, questi non gli dà la mancia, non li manda in pensione, ma gli offre il governo di città.