Dopo la mostra dedicata a Boldini a palazzo Albergati mi sono spostato verso Palazzo Pepoli: la meta, in realtà era il quasi sinonimo Palazzo Pepoli Campogrande ma la mia notoria disattenzione ed il senso dell’orientamento inesistente mi hanno portato a questo museo, quello della storia di Bologna.
La visita è stata, tutto sommato piacevole anche se mi confermo sempre più nella poca simpatia che provo nei riguardi dei musei multimediali.

A prescindere dalla storia di Bologna, ci sono alcuni pezzi sicuramente notevoli, come alcuni ritratti (di donna vecchia di Agostino Carracci e di donna cieca di Annibale Carracci, Autoritratto da vecchio di Bartolomeo Passarotti) e busti che non mi hanno lasciato indifferente, tra i quali segnalo quello, opera di Lorenzo Bartolini, di Elisa Bonaparte Baciocchi, sorella del più famoso Napoleone, che fu anche granduchessa di Toscana.

Questo busto mi ricorda l’opera con gli stessi protagonisti, modella e scultore, che ora ha nome “Monumento Malvezzi Angelelli“, di cui ho raccontato la storia nel post dedicato alla Certosa di Bologna.

Tra i busti, in terracotta, spicca quello del generale Giuseppe Grabinski, ufficiale della truppa napoleonica che sicuramente non brillava per la modestia, come si nota anche dal monumento funebre, anche questo in Certosa, ma decisamente bello anche l’Autoritratto di Giacomo de Maria, scultore di origine bolognese che affianca il ritratto di Antonio Aldini dello stesso autore.

In marmo, invece, Silverio Montaguti, immortala Giosuè Carducci, anziano e pensoso.

Un pezzo che non poteva non attirare la mia morbosa curiosità è stato il calendario delle funzioni quaresimali, opera del pittore Claudio Porroni detto il Mutolo: si tratta di un lungo foglio di carta disegnato a riquadri che riportano i giorni di digiuno e astinenza dalle carni e quelli delle cerimonie tradizionali del periodo della quaresima; è un’opera settecentesca anche se, a prima vista, avrei pensato fosse decisamente più antica.

Una splendida Madonna Annunciata di Francesco Raibolini detto Il Francia è un’opera per cui vale la pena visitare Palazzo Pepoli, così come il piccolo teatro in cui si è esibito anche Mozart (se non ho capito male).

Altra chicca che ha deliziato il mio palato abituato alla sobrietà, sono state le porcellane, raccolte in una stanza, sono talmente “eccessive” com’era di moda direi nel Settecento, da farmi venire l’acquolina in bocca: le avrei viste bene nel salotto di casa, anche se leggermente infombranti.

La parte poi più interessante è quelle dedicata alla modernità, coi dipinti futuristi, le pubblicità ed un busto, a mio giudizio davvero splendido, intitolato “DUX“, opera di Thayaht (Ernesto Michaelles ) – autore che è quasi inutile che vi confessi di ignorare totalmente.

In quest’opera è stato riconosciuto il più noto Duce italiano, tal Benito Mussolini da Predappio, lo stesso che ha commentato: “Questo è Benito Mussolini così come piace a Benito Mussolini”: l’opera mi pare davvero splendida testimonianza di un’epoca nella quale stavano trionfando tutta una serie di “miti” e ideologie che, guardando la scultura, avrebbero dovuto suggerire una domanda di tal fatta: “ma dove abbiamo la testa?” Pochi se la posero allora e sappiamo i disastri che ne sono conseguiti; è bene precisare che anche oggi la domanda è di stretta attualità e non mi riferisco solo ai vaccini.

Eccomi poi al salone centrale dove spiccano 12 busti di bolognesi illustri, 12 donne bolognesi che si sono distinte in vari settori; ne onoro anch’io la memoria, citandole tutte.

Iniziamo con Cornelia Zambeccari, erudita in lingue e poetessa, ritratta con un viso talmente austero da far preoccupare; Ippolita Paleotti, nipote del celebre cardinale, che a metà Cinquecento era poetessa in latino e greco; Bettisia Gozzadini, invece è stata una docente, siamo in pieno Duecento, presso lo Studium bolognese di diritto; Novella Calderini anche in questo caso una giurista, come un’altra delle 12 donne effigiate, Bettina Calderini, anche in questo caso una giurista, col curioso particolare che entrambe le sorelle erano bellissime e sono state docenti all’università; Elisabetta Sirani, figlia di un pittore allievo di Giudo Reni, deceduta precocemente a 27 anni, forse per avvelenamento e sepolta in San Domenico accanto a Guido Reni, suo maestro; in pieno Trecento spicca Giovanna Bianchetti Bonsignori, erudita e moglie e madre di insigni giuristi; a metà XIV secolo ecco Dorotea Bocchi, professoressa, e ben pagata ci dicono le cronache, di filosofia; di Lavinia Fontana, famosa pittrice, figlia del pittore Prospero Fontana c’è poco da aggiungere, vista la sua notorietà; altra docente di diritto, siamo in epoca trecentesca, è Maddalena Bianchetti Bonsignori, una scultrice del Cinquecento, invece, è Properzia de’ Rossi; un’altra filosofa ed erudita è Costanza Bocchi, come alcune altre dame di questo elenco morta prematuramente.

Un tratto che le contraddistingue praticamente tutte è l’avere avuto una parentela nello stesso ambito in cui hanno avuto successo: figlie o mogli di giuristi, pittori o eruditi, hanno saputo approfittare dei “tesori” che avevano a portata di mano e farli fruttare egregiamente, nonostante l’ostilità di una cultura sicuramente poco incline a riconoscere alle donne le capacità che sicuramente non mancavano a molte altre meno fortunate.

La visita si chiude con una sala, al piano terra, dedicata a Giorgio Morandi, celebre pittore di nature morte che mi suscita sempre una certa inquietudine melanconica (come se ne avessi bisogno).

Deludente, invece, l’area dedicata alla storia della mortadella, da cui mi aspettavo decisamente molto di più.

Bologna, 7 novembre 2021