Santa Maria della Vita è un luogo che conoscevo già, anche se l’avevo visitato in ben diversa sistemazione molti anni fa.
Ci sono tornato, trovandomi in centro città ed avendo il desiderio di rivedere quel che ricordavo come qualcosa di straordinario: a differenza della volta precedente la visita a quello cui ambivo io è, attualmente, a pagamento e fa parte del circuito Genus Bononiae (quindi con sconti a seconda del biglietto acquistato per visitare altri luoghi del circuito).

L’accesso alla chiesa è libero e gratuito, lo dico per evitare confusione, ma sono il Compianto di Niccolò dell’Arca e l’Oratorio dei Battuti a essere la destinazione principale, sebbene già le sibille (Cumana, Eritrea, Frisia e Persica) poste nei pennacchi della cupola (progettata da Antonio Galli da Bibbiena ed una delle più alte di Bologna) siano decisamente un bello spettacolo.

Me eccoci al Compianto su Cristo morto di Niccolò dell’Arca: “urlo pietrificato” lo definì Gabriele d’Annunzio; l’opera è di straordinaria potenza evocativa, con le figure femminili in particolare, che testimoniano uno strazio inconsolabile.

Bologna, ma tutta l’Emilia, custodisce vari compianti, un episodio di cui non si trova cenno alcuno nei Vangeli; osservando il Compianto di Niccolò dell’Arca sembra di assistere ad un quadro, anzi ad uno scatto fotografico di una sacra rappresentazione, una foto catturata durante uno spettacolo teatrale.

Secondo il parere di Giovanni Gusmini (studioso che ammetto di non conoscere ma che ho trovato citato in una pagina del quotidiano Avvenire) il Compianto, la rappresentazione del corpo di Gesù Cristo sdraiato dopo la deposizione dalla croce e “contemplato” da un Coro di personaggi che può contemplare le tre Marie (Maria madre del Signore, Maria di Magdala e Maria di Cleofa), San Giovanni evangelista, Giuseppe d’Arimatea e Nicodemo, sarebbe una derivazione dalla Vesperbild (che significa Immagine del vespro), la rappresentazione, estremamente patetica, di origine tedesca di Maria che regge sulle ginocchia il corpo irrigidito del figlio Gesù.

Dal mondo tedesco sarebbe poi arrivata in Italia grazie agli ordini religiosi ed in particolare i domenicani, ma quanto all’uso delle immagini anche i francescani non scherzano come ci ricorda il Presepe.

Guardando il Compianto, infatti, a me veniva in mente proprio il Presepe, due momenti sicuramente diversissimi tra loro, nascita e morte, ma anche due passaggi ineludibili nella vita di chiunque e, nel caso della morte, evento molto presente nella quotidianità medioevale tra guerre, carestie, pestilenze.

Cosa accomuna Presepe e Compianto? A mio parere è proprio la scelta di fare uso delle immagini per colpire il fedele, per coinvolgerlo, facendolo immedesimare: quel che si vuole colpire è l’aspetto emotivo, basato sulla contemplazione.

Ricordo un amico riminese che, dopo avere visto, ai tempi, il film di Mel Gibson “La Passione di Cristo” disse ad alcuni presenti, tra i quali il sottoscritto: “avevo in programma una partitella a calcetto con gli amici, ma l’aver visto le sofferenze di Gesù mi ha fatto rinunciare, ci andrò un’altra volta”.

Immersione nel dolore e immedesimazione, nella speranza della consolazione attraverso espiazione e rinuncia: pedagogia delle immagini, un’alternativa di civiltà rispetto alla cultura della parola (ovviamente i mezzi tecnici all’epoca erano scarsi ma non è questo il problema).

Niccolò dell’Arca, da maestro qual è, rende la terracotta, materia prima in apparenza così poco nobile, un elaborato di eccellenza, così come sapranno valorizzarla tanti artisti suoi pari tra i quali, anche per identità di soggetto, non si possono dimenticare Guido Mazzoni e Antonio Begarelli, da Modena.

Ma c’è un altro capolavoro, all’interno dell’Oratorio dei Battuti, ed è il Transito della Vergine, opera di Alfonso Lombardi databile agli Venti del Cinquecento: in questo caso il gruppo è ben più numeroso, sono 15 le statue, ed è rappresentato un episodio anche stavolta non evangelico ma tratto dai vangeli apocrifi (e recuperato anche dalla Legenda Aurea di Jacopo da Varagine).

La scena, abbastanza inconsueta, è quella della morte di Maria Santissima il cui corpo giace sul feretro, accompagnato dagli apostoli: un sacrilego sacerdote ebreo si avvicina per rovesciare il feretro e bruciare il corpo della Vergine ma un angelo, apparso miracolosamente, amputa le braccia all’empio infedele che, ovviamente, si convertirà riconoscendo Gesù Cristo come Figlio di Dio.

Evidenti sono i richiami a Raffaello (La Scuola di Atene) e Michelangelo, segno evidente della cultura dell’autore che ha realizzato l’opera mentre l’origine del soggetto viene attribuito ad un’ondata di antisemitismo che a metà Quattrocento aveva coinvolto gli ebrei, notoriamente dediti alla pratica del prestito ad interesse ed in risposta ai quali era nato il primo Monte di Pietà (nel 1473).

AI lati della cappella delle belle statue di Alessandro Algardi, san Petronio e san Procolo (un protomartire compatrono di Bologna la cui chiesa è famosa per una certa lapide con scioglilingua in latino di cui ho parlato in un post del 2011 che cito: “si procul a proculo proculi campana fuisset nunc procul a proculo ipse foret” che si traduce all’incirca così: “se Procolo fosse stato lontano dalla campana di San Procolo ora Procolo sarebbe lontano dallo stesso San Procolo”) e di Giulio Cesare Conventi, san Francesco e san Domenico.

Dopo questa edificante e gradevolissima visita, restandomi un po’ di tempo a disposizione decido di dedicarmi alla chiesa di san Colombano che, purtroppo, chiesa non è più in quanto utilizzata come esposizione della collezione Tagliavini; anche questo luogo fa parte del circuito Genus Bononiae.

La chiesa, nella cripta, ha una bella Crocefissione duecentesca attribuita a Giunta Pisano ma è imperdibile il barocco oratorio di san Colombano, affrescato con episodi della Passione e del trionfo di Cristo, mentre la collezione di strumenti musicali del maestro Luigi Ferdinando Tagliavini è sicuramente tappa imperdibile per gli appassionati del genere mentre il sottoscritto è rimasto vagamente indifferente essendo in materia molto più che ignorante.

Alcuni clavicembali, o almeno credo che quello fossero, sono davvero splendidi ma soprattutto per le decorazioni perché, per il resto, non sono certo in grado di valutarne l’importanza.

Una delle custodi, ad esempio, mi ha indicato un pezzo, sottolineando che si trattava di un arpicordo (credo) e che di tali strumenti ne esistono 7 in tutto il mondo (e ben 3 conservati in san Colombano): il mio commento da disgraziato farabutto e ceffo è stato “si vede che non hanno avuto successo, altrimenti ne avrebbero prodotti molti di più”: ammetto di essere stato cinico e baro a dare siffatta sfrontata risposta, ma l’ignoranza musicale (nonostante gli erculei e disperati tentativi dell’amico Gabriele Trivelloni), lo ripeto è proporzionale all’intonazione della mia voce.

Evidenzio soltanto che la vista dall’alto della chiesa conduce l’attenzione al pezzo centrale, nel transetto, un clavicembalo, che è opera di scuola parmense.

Visito di corsa anche la Chiesa della Madonna di Galliera ma la giornata è ormai conclusa ed è giunto il momento di tornarmene in quel di Parma.

Bologna, 7 novembre 2021