In uno dei miei fugaci passaggi in Romagna mi è capitato di prendermi una breve pausa presso la squisita ospitalità di un amico ormai più che ventennale, quella vecchia cozza di Agostino Babbi.
Ho altri amici a Cesena, non me ne vogliano se li ho trascurati, ma Agostino è Agostino.
Ho avuto l’onore e il piacere di soggiornare nella sua nuova abitazione (finalmente ha mollato quei greppi stragreppi di Borello contry) dove mi ha trattato, come al solito, da papa.
Prima di incontrare questo caro amico, mi sono concesso una breve passeggiata in centro storico dove ho scoperto un’esposizione, presso la Galleria del Ridotto, sotto la statua del Pontefice cesenate Pio VI, dal titolo un po’ curioso “Otto anni di arte a Cesena”.


Incuriosito e stimolato anche dalla gratuità dell’ingresso, ho pensato di farci un salto; vi erano esposte creazioni di autori ovviamente a me del tutto sconosciuti: opere di Mattia Moreni, Fabrizio Clerici, Giannetto Fieschi, Joachim Schmettau, Susanne Wheland, Lily Salvo, Gianfranco Asveri e Paolo Borghi.

Le opere le ho trovate interessanti e piacevoli, a partire dalle due sculture.

Le tele mi hanno richiamato alla memoria le opere che “gli amici” di don Pier Alberto Sancisi producevano presso l’atelier che aveva sede nella cooperativa Edith Stein che ben conoscevo ai tempi della sua sede in quel di Poggio Berni.

Erano opere di persone con disagio psichico in cui erano rappresentati contrasti di colori in figure spesso “smontate” e disorganiche, un po’ come varie opere della Galleria del Ridotto.

Mi sono piaciute proprio nella manifestazione di contrasti, nella disomogeneità, nella rottura di simmetria, nella sensazione di caos, e a volte di angoscia, che ne promana.

Il rimando e ricordo di don Piero, tuttavia, non è casuale: ricorre, infatti, oggi il secondo anniversario della morte di questo caro amico.

Lo ricordo ogni sera nelle mie preghiere proprio perché è stato davvero un caro amico e padre che mi ha beneficiato in ogni modo, grazie al lavoro che abbiamo fatto assieme, la domenica pomeriggio, sulle opere di Sigmund Freud e Giacomo Contri.

Credo di non esagerare se affermo che ne sono stato, sotto questo versante, l’unico erede, l’unico che ha continuato a lavorare con gli autori appena citati.

Mi fu anche, e numerose volte, occasione di correzione dei miei pensieri, di stimolo per superare la mia accidia e compagno di cene ed escursioni, dai viaggi in quel di Milano alla gita a Napoli (mitica per gli aneddoti che conservo), passando per la visita a mostre e musei da Ferrara ad Urbino giusto per citare alcuni esempi.

Da lui (e dall’amica Angelica) ho assorbito la passione per l’arte: don Piero era acuto critico ed abilissimo pittore (mi aveva promesso una sua opera ma poi il mio trasloco e la sua malattia …), ma anche l’attenzione al buon cibo, al buon vino ed al cognac.

Ricordo con dolcezza i racconti famigliari sulla produzione del vino che la sua famiglia esportava negli Stati Uniti dove veniva servito sui treni a lunga percorrenza e che lui sapeva degustare con un olfatto raffinatissimo.

O quando mi parlava della cristallina onestà del padre, del suo lavoro a Piacenza, del libro scritto e del secondo volume di cui sperava di vedere la pubblicazione.

Mi tormenta il rammarico di non essergli rimasto vicino fino all’ultimo, spero che mi abbia perdonato per questa mancanza.

Per tutto il resto continuo a portarne l’eredità, con gratitudine.

Parma, 27 dicembre 2021, festa di san Giovanni Evangelista