Non avevo in programma di visitare la mostra dedicata ai Capannoni ma lo stimolo di una alta esponente del mio comando mi ha fatto cambiare idea: ho strappato un breve lasso di tempo a questa giornata particolarmente importante per i felici onomastici di vari amici di nome Marco (con speciale attenzione ad un amico riminese che stimo da anni ed al quale darei chiavi di casa e conto corrente senza esitare un istante) e, felice coincidenza, ricorrenza anche di santa Franca, badessa piacentina, quindi festa di mia mamma.

Bene, torniamo ai Capannoni: prescindendo dalle scale del Palazzo del Governatore, vagamente poco pulite (ma è l’ultimo giorno, scusabile disattenzione), la mostra ha un che di Amarcord (captatio benevolentiae in vista elettorale? sono cinico e baro e pure criticone e prevenuto, lo ammetto) e di celebrazione dei “trionfi” delle amministrazioni del dopoguerra (ovviamente di sinistra) che hanno veramente risolto (parrebbe dalla mostra) il problema dell’integrazione dei ceti “deboli” di quella che un tempo era definita “Parma Vecchia”, ovvero l’Oltretorrente, “De d’la da l’acqua“.

La mostra documenta la divisione tra la città vecchia (in realtà la parte vecchia è quella al di qua del torrente omonimo) e quella nuova, l’una povera, misera e abbandonata a se stessa, senza opere di urbanizzazione, per cui caratterizzata da precarie condizioni igienico sanitarie e, quasi ovvia conseguenza, sociali.

Una città di sporcizia, abbandono e disperazione di contro all’altra ove regnavano il lusso e lo sfarzo conseguente, prima della nobiltà e successivamente della borghesia in ascesa.

La massa dei diseredati ha costituito una comunità turbolenta in continuo instabile equilibrio, fino a quando il sindaco Giovanni Mariotti appartenente a quella “borghesia locale di orientamento radical-progressista, spesso affiliata alla massoneria, sensibile alle sollecitazioni del progresso civile come di quello tecnologico” (cit. sito Treccani) non decise di metterci mano, ispirato dalle idee di modernizzazione che andavano allora per la maggiore.

Ai motivi igienici si sono poi affiancati altri motivi, specie durante il periodo fascista: l’Oltretorrente costituiva un serio problema di ordine pubblico per il regime, che nell’agosto del 1922 aveva visto respinti gli assalti di Italo Balbo, in occasione dello sciopero legalitario peraltro miseramente fallito in gran parte d’Italia.

La necessità di riqualificazione della zona ha portato così alla costruzione dei Capannoni, abitazioni precarie che devono il nome ai tetti spioventi come quelli delle capanne.

La manovra, in realtà, ha il duplice scopo, di riqualificare l’Oltretorrente e disperdere quel tessuto sociale che tanti problemi creava, ma finisce in un fallimento poiché le condizioni igieniche e sociali precarie si perpetuano nella stabile precarietà che hanno le cose provvisorie condannate a divenire poco meno che eterne.

Ecco, l’esperienza dei capannoni si riduce alla spalmatura in varie zone della città, meglio se ben lontane, dei disperati che prima affollavano tutti i borghi della città vecchia.

Emarginazione prima ed emarginazione dopo.

Le precarie costruzioni, dotate di tutte le scomodità utili a renderle sgradevoli, invivibili e poco desiderabili, diventano stabili tanto che abitanti e abitazioni assumono la stessa denominazione.

Capannone, in dialetto Capanòn (senza la pronuncia della n finale), è il classico caso di una metonimia o, a scelta, sineddoche, auliche parole che contrastano con la triste coincidenza di luoghi ed abitanti “primitivi”, rozzi, inurbani.

I Capannoni sono stati via via demoliti ed il loro posto occupato da costruzioni di edilizia convenzionata (credo si dica così), operazione compiuta a metà degli anni Sessanta.

Guardando la mostra ho notato alcune cose: già ai tempi remoti degli inizi di questa triste vicenda, la stampa descriveva e contribuiva a “fissare”, lombrosianamente si potrebbe dire, il tipo del “Capanòn“, essere umano di modi rozzi, incivili, parlante un dialetto particolarmente ostico e poco culturalizzato, insomma non uno da studi ad Oxford; la Gazzetta di Parma, insomma, come sempre e come mi è stato instillato sin da bambino, rappresenta la voce del padrone.

Seconda considerazione: come viene detto e com’è abbastanza ovvio che accada, l’emarginazione crea anche senso di appartenenza ed orgoglio, quindi definirsi Capannoni poteva anche costituire un vanto per molta plebaglia senz’arte né parte, una sorta di orgogliosa presunta diversità dal pensiero borghese dominante, con vaghe tinte anarcoidi, prosopopea che ogni tanto riemerge, inspiegabilmente (?) anche nel parmigiano radical chic di oggi (non a caso i parmigiani hanno nomea, poco invidiabile, di bagoloni).

Terza considerazione: nei pannelli della mostra si parla spesso dei capannoni del Paullo, località di difficile individuazione nella sua genericità che mi ha molto incuriosito essendo che i miei nonni materni, aiutati dall’intera famiglia di allora, in via Paullo (ma ancora toponomasticamente Strada del Paullo) ci costruirono, con molta fatica, sudore e abnegazione, la casa e nessuno mi ha mai raccontato che esistessero dei capannoni in questa via.

Guardando, infine, un pannello della mostra, ho scoperto, se questa possa essere la spiegazione non saprei dire, che l’area che viene identificata come via Paullo (con foto dall’alto di tempi recenti – vedi googlemaps o simili) è, in realtà, un tratto di via Doberdò nel tratto ove si trovano le vie Brozzi e Don Camesasca, insomma un errore geografico di non poco conto (a meno che in anni risalenti non si chiamasse via Paullo anche quel tratto, il che ha dell’inverosimile).

Un 4 in toponomastica, quindi, a chi ha localizzato i capannoni in via Paullo (da che pulpito questa critica, visto che mi perdo in un bicchiere d’acqua vuoto)!

Vengo all’oggi, anzi agli anni Sessanta (ne ho già parlato): essendo io tenero timidissimo, impacciatissimo (oggi si direbbe inibito) e allampanato pargoletto (soprannominato “Biafra” per via delle costole che mi si potevano contare senza fatica alcuna), vivendo in via Paullo, mi trovavo ad una certa non ragguardevole distanza da via Ildebrando Cocconi.

Via Paullo che non è via Paullo

Quella via allora come ora era identificata dagli abitanti di via Paullo, come Capanòn, a quei tempi abitati, secondo le dicerie popolari, tutti e soltanto da aderenti o simpatizzanti del partito comunista italiano che, governando la città, avrebbe così gratificato certi suoi sostenitori.

Da quella zona arrivavano, saltuariamente di domenica (dopo ci hanno provato, con più scarso successo, i testimoni di Geova), venditori ambulanti del giornale organo del partito, L’Unità, che i miei nonni acquistavano devotamente.

Non lo facevano per timore o piaggeria: tutta la mia famiglia materna (quella paterna ai tempi era non pervenuta) poteva vantare quattro quarti di nobiltà di sinistra, sebbene non iscritti formalmente, nessuno dei miei genitori, parenti, conoscenti e benefattori avrebbe mai votato altro se non il partito comunista italiano, identificato come quello che proteggeva e combatteva i padroni.

Io, per un certo periodo, ne presi anche la tessera: la vicinanza al partito non comportò, però, mai alcun beneficio né diretto né indiretto per l’intera mia famiglia (della qual cosa sono retrospettivamente fiero, allora forse meno).

Ma torniamo ai Capannoni: in via Cocconi esistevano quegli enormi caseggiati, orrendi ancor oggi a guardarsi ed urbanisticamente osceni (verde, parcheggi, …) che venivano così identificati; mia madre, donna del popolo, contadina e operaia, anche al bisogno combattiva (ma non posso svelare tutti i segreti in questo post), che ancor oggi non è in grado di parlare correttamente italiano (in casa si parla una miscela di dialetto e italiano, con prevalenza dialettale) e di modi sicuramente non raffinati (si è spezzata la schiena per una vita, non ha avuto tempo e pensiero per altro che lavorare e tirare su due figli, da sola), ebbene questa mia mamma aveva posto il divieto assoluto di frequentare via Cocconi.

Oggi forse verrebbe tacciata di razzismo ma ai tempi per lei si trattava di futuro dei propri figli ed era importante che non frequentassero ambienti che a suo giudizio erano “pericolosi”.

Avevamo, in quella via di sì turpe fama, anche dei parenti (comunistissimi), che ancora ci vivono, ma nemmeno quelli frequentavamo, insomma via Cocconi era una sorta di “Hic sunt leones“, il confine della civiltà.

Giunta l’età della scuola media, mio fratello venne inspiegabilmente destinato ad una scuola (non ricordo il nome) che prevedeva l’utilizzo dell’autobus della linea 7 (torniamo indietro di un secolo): scuola ed autobus frequentata dai capannoni: chiedemmo di trasferirlo, e la richiesta venne accolta, verso il porto sicuro della Pietro Giordani, sullo Stradone, in quello che adesso è Palazzo Giordani (allora era sede della scuola per segretarie d’azienda e, all’ultimo piano, scuola media).

Di questa via non si parla nella mostra, forse perché la riqualificazione qui non è mai stata pensata o forse questi palazzoni sono loro stessi il frutto di una riqualificazione di una situazione precedente ancora peggiore, non saprei.

Resta il fatto che, passandoci adesso quotidianamente (per via di modifiche alla viabilità che la rendono funzionale ai miei spostamenti), provo ancora un senso di estraneità e inquietudine.

Per quanti sforzi si facciano i capannoni resteranno sempre (tra? in?) noi.

Parma, 25 aprile 2022, festa di san Marco evangelista e memoria di santa Franca, badessa cistercense.