Roy Lichtenstein è un artista famoso, a me poco noto, come tantissimi altri, di quelli che ho visto in giro con una certa frequenza, ma senza che mi sia mai dedicato a capirlo meglio.

Di lui apprezzo, come di molti autori dello stesso periodo, l’uso dei colori e dei materiali, molto brillanti ed appariscenti, secondo il mio gusto assolutamente alieno da ogni sobrietà.

Ricordo di avere visto a Barcellona qualche sua opera, città più che adeguata ad accogliere il lavoro di questo artista.

Adesso la Fondazione Magnani Rocca, benemerita da ogni punto di vista, gli dedica una mostra che ho visitato domenica 30 settembre, giusto per prepararmi lo stomaco alla cena prevista per festeggiare gli 80 anni di mia mamma.

Della Fondazione dovrei avere già parlato ma mi ripeto: un luogo straordinario, sembra incredibile che in un angolo fuori dal mondo possa esistere uno scrigno di tanta bellezza: il suo fondatore meriterebbe un Nobel alla memoria per avere valorizzato la campagna parmense in questo modo.

Accolto dalla squisita cortesia degli addetti e da un imprecisato numero di pavoni sia bianchi che dai consueti colori, mi dirigo con decisione nell’area, ormai ben conosciuta, dove si tengono le mostre temporanee.

Ed ecco Roy Lichtenstein, ed ecco come lo presenta la Fondazione: “Il suo caratteristico stile mutuato dal retino tipografico, il suo utilizzo del fumetto in ambito pittorico, le sue rivisitazioni pop dell’arte del passato lontano e recente sono entrate non solo nella storia dell’arte del Novecento, ma nell’immaginario collettivo anche delle nuove generazioni, stampati all’infinito su poster e oggetti di consumo.”

Quel che mi piace di queste righe è il riferimento al rapporto col passato, il recupero di ciò che è stato prodotto in precedenza, rielaborato, un rapporto ereditario.

Il Corriere della sera scrive a proposito della pop art e di Roy Lichtenstein: “Ha sottratto le immagini del consumismo alla volatilità della fruizione trasformandole in icone. “

La pop art ha trasformato gli oggetti di uso comune in oggetti metafisici, quasi a dare loro un’identità che non avrebbero mai potuto avere sia perché prodotti riproducibili all’infinito, sia perché d’uso comune e perciò stesso destinati ad essere accattivanti per il cliente ma insignificanti.

Scrivendo queste righe mi sono venuti in mente alcuni raccoglitori seriali, persone che hanno raccolto, nei loro appartamenti, migliaia e migliaia di scatolette, ovviamente vuote, di prodotti alimentari tipo tonno, legumi o conserve.

Scatolette, come quelle riprodotte da Andy Warhol, accatastate (e riprodotte?) in serie indefinita ed infinita perché nessuna ha quella caratteristica che la possa far distinguere da un’altra in modo da por fine alla raccolta/collezione.

Probabilmente dico una blasfemia ma è come se l’accumulatore cercasse la “barattolità”, l’essenza del barattolo, per definizione irraggiungibile (perchè inesistente) ed esaurisse tutte le sue forze in questo lavoro indefesso.

Un lavoro interminabile, mi correggo: un’occupazione interminabile.

Questa serialità è un rischio che ritrovo nella pop art anche se con alcune differenze non di poco conto: l’artista, a differenza dell’accumulatore, riesce a salvaguardare, almeno una parte, del principio di realtà, nel momento in cui riesce a trarre un profitto dalle sue produzioni.

Trarre un profitto significa mettere in atto un lavoro di rapporto che, per quanto distorto possa essere, comunque, mantiene anche qualche legame con la realtà.

L’altra differenza è che trasformando l’oggetto in icona, sancisce come normale il rapporto con l’oggetto, che si presenta in tutta la sua potenza metafisica di assoggettamento, svela, irride ma rende socialmente accettabile il rapporto feticistico con le merci.

Se l’intento degli artisti di questo periodo è l’irrisione dell’omologazione consumistica, in realtà ne è tanto funzionale da legittimare l’omologazione, celebrare la produzione industriale di quantità enormi di prodotti sempre uguali che, nella loro serialità diventano oggetti contundenti, narcotizzanti, ipnotici: sedativi artistici a portata di mano di chiunque.

Un’operazione barocca: il singolo non è più annichilito dalla stupefacente grandiosità e bellezza delle architetture barocche, lo è dalla tranquillante appartenenza alla società di massa.

Ho scritto tranquillante non a caso, poichè di sedazione si tratta.

Roy Lichtenstein credo appartenga a buon diritto a questa tipologia di elaborazioni, sebbene abbia presente la buona idea del riutilizzo di quanto ricevuto.

Chiaramente, terminata la visita della mostra temporanea, mi sono concesso una visita della collezione permanente, che ho già visto in numerose occasioni, ma che è sempre un piacere rigustare.

Le opere esposte meritano la visita, a prescindere dal resto, ma, a differenza, del passato, stavolta ho trovato piacevoli anche quelle, che in precedenza apprezzavo meno, di Giorgio Morandi.

Me lo allontanava, in passato, una serialità che giudicavo scialba, triste, invero consonante col mio spirito ma non con le sue manifestazioni perché amo celarmi sotto il sorriso ed i colori.

Resta che stavolta, ho apprezzato anche queste opere; con esiti artistici ben differenti, penso che Roy Lichtenstein e Giorgio Morandi abbiano, tuttavia, un tema in comune: la tirannia dell’oggetto.

Quando ne avrò il tempo ci ripenserò.

Ho scattato, com’è immaginabile, qualche foto della collezione permanente.

Parma, 10 ottobre 2018 memoria di San Daniele Comboni Vescovo e dei beati  Edoardo Detkens Sacerdote e martire,  Leone Wetmanski Vescovo e martire, Maria dello Sposalizio (Maria Caterina Irigoyen Echegaray) Vergine