La potrei definire la settimana del barocco per via di una casuale coincidenza: dopo la scorpacciata berniniana di Roma di sabato 6 giugno, ecco di nuovo a baroccarmi in quel di Forlì dove i Musei Civici di san Domenico, come di consueto, organizzano un evento importante, stavolta dedicato al barocco.
Il titolo esatto è “Barocco Il Gran Teatro delle Idee”.
Come faccio ogni volta che passo per Forlì, se posso, è immancabile una visita al cimitero, a salutare l’amico (san) Roberto Mastri, di venerata memoria.
La sua tomba, devo ammetterlo, si trova in posizione assolutamente infelice poiché pur essendo vicinissima all’ingresso si trova esposta al sole per l’intera giornata o quasi, così ogni volta che ci passo trovo piantine rinsecchite.
Mi sono ispirato ad un episodio della serie “The young Sheldon” che mi sta appassionando proprio come “The big bang theory”: la famosissima “Nonnina”, Connie, si reca al cimitero, presso la tomba del marito e si intrattiene a parlare con lui raccontandogli quel che le stava capitando.
Niente di strano mi direte, sono d’accordo ma quella scena mi ha intenerito, l’ho trovata molto commovente senza essere patetica o melanconica; Connie non andava a piangere e lamentarsi.
L’ho maldestramente imitata: mi sono seduto sulla lapide, ormai quasi rovente, abbacinato dal sole, a raccontare le mie avventure e le arrabbiature, ovviamente piangendo perché non riesco ad andare a trovare i miei cari senza versare copiose lacrime.
Per evitare l’arrostimento del fondoschiena mi sono poi allontanato dal cimitero in direzione della mostra.
Lo dico in anticipo: mi è piaciuta, una bella esposizione ma devo avanzare una critica, era troppa.
Sto imparando, col tempo, che è meglio gustare le cose belle poco alla volta, con moderazione, mentre quando ci sono troppe opere da vedere l’attenzione sfugge e rimane molto meno nella memoria; è un’altra banalità, avrete pazienza.
La mostra mi incuriosiva molto perché il barocco è da sempre il mio stile: non ho detto il mio stile preferito, ma il mio stile; non lo rinnego, non ci muovo guerra, quando sarà il momento cadrà come una scoria inutile ma al momento ancora mi ci ritrovo pienamente.
Mi riferisco al barocco romano ma se ripenso ad alcune chiese ed oratori di Palermo o alla Hasamkirche di Monaco di Baviera e alle tante chiese della Spagna che ho avuto il piacere di visitare, ecco quello è il mio barocco: eccessivo, smodato, teatrale, coinvolgente, stuporoso.
Ci aggiungo anche una considerazione di Giacomo Contri che da sempre ha lasciato il segno: “non è vero niente”!
Egli ha anche sostenuto che la categoria “barocco” non è cattolica, anzi è indifferente alla questione credente / non credente; è uno “spirito”. Cultura-Civiltà (https://www.giacomocontri.it/2009/09/nuvole-o-non-e-vero-niente/), oggi imperante.
Visitando la mostra, con l’ultima parte dedicata ad autori del Novecento mi è venuta la domanda se esista il barocco eterno, se sia, una categoria dello spirito che attraversa i secoli permeando di sé le varie culture.
Mi verrebbe da rispondere positivamente; proprio mentre scrivo mi viene da stabilire una correlazione tra il barocco ed il mito di Sisifo, azzardato non v’è dubbio ma l’idea è questa: Sisifo lavora per portare il masso fino alla cima del monte da dove inevitabilmente cadrà giù sul versante opposto.
In realtà Sisifo fatica ma non lavora, condannato (condannato da chi?) a ripetere senza scopo un comportamento afinalistico per l’eternità; in cosa ci trovo analogie col barocco? Mi è venuto in mente questo: il barocco è preda dell’horror vacui, ha paura di un posto occupabile, la sovraproduzione, interminabile, cerca di chiudere ogni buco, di riempire continuamente, ma così facendo crea nuovi vuoti da riempire, in un eterno ripetersi di fronzoli, volute e sovrastrutture che contemporaneamente occultano e rendono manifesto un lavoro che non può trovare pace.
Giacomo Contri legava barocco e docetismo: il docetismo, eresia cristologica nata dal brodo di coltura gnostico, incentra tutto sull’apparenza; Cristo non si è realmente incarnato, non ha realmente vissuto l’episodio della crocefissione e, quindi, non è morto né risorto.
Tutta apparenza: non a caso hanno grande successo illusioni, giochi di prospettiva (vedi quella splendida in Palazzo Spada opera di Borromini), trompe-l’œil, quadrature (Andrea Pozzo alla chiesa di Sant’Ignazio a Roma e la Jesuitenkirche di Vienna) e anamorfosi.
Sottolineo che questa apparenza viene celata da un lavorio intellettuale raffinatissimo: le menti più acute di quel periodo vi hanno contribuito, si potrebbe dire senza risparmio.
Figure come Urbano VIII Barberini ed il mio amatissimo Gian Lorenzo Bernini (assieme ai tantissimi altri, partendo da Borromini) hanno lasciato una traccia eterna sia per come hanno caratterizzato Roma sia per come hanno esportato a livello mondiale il pensiero della Controriforma e dello stile che l’ha incarnata.
Sempre Giacomo Contri lega il barocco alla pop art e Maria Delia Contri, in un intervento al Simposio del 2013 utilizza come titolo “Barocco for ever”.
Barocco eterno! Ci avevano visto con chiarezza.
Anche se Severino Boezio ha chiarito la differenza tra eterno e perpetuo e si dovrebbe correttamente parlare di barocco perpetuo, continuo ad utilizzare barocco eterno richiamandomi a ben più illustri precedenti, ma non insisto in merito.
Tornando alla mostra forlivese, la quantità di opere esposte era tale da stordire, distrarre, come se avessero voluto mostrare tutto di un momento culturale che era onnipervasivo e, ancora una volta, talmente eccessivo da non essere mai totalmente esaustivo nei dettagli.
Non mancavano pezzi pregevolissimi, questo non è in discussione, ma insomma la mostra stessa mi è parsa barocca e tuttavia ho apprezzato molto la parte finale dedicata al Novecento.
Non tanto e non solo perché mostrava i richiami espliciti degli artisti di quel periodo ai predecessori barocchi ma per via del discorso di prima sulla perpetuità del barocco come indefesso lavoro inconcludente; da allora non è che siamo migliorati, com’è sotto gli occhi di chiunque.
Forlì, 9 giugno 2026 memoria di Sant’Efrem, diacono e dottore della Chiesa