Bernini e i Barberini

Succede che uno scopre che a Roma, a Palazzo Barberini, ci sarà una mostra dedicata ad un artista che è unanimemente riconosciuto come straordinario; succede che quella mostra termini il 14 giugno e che qualcuno non ha alcuna intenzione di farsela scappare.

Quel qualcuno sono io e la mostra è dedicata a Gian Lorenzo Bernini.

Questo richiamo, peraltro, ha funzionato come la famosa famigerata madeleine di proustiana memoria perché mi ha ricordato che Roma vide un evento altrettanto importante a lui medesimo dedicato, a Villa Borghese.

Correva l’anno 2018, a inizio gennaio, e la visitai assieme, udite udite, a mamma e nipotina: fu la prima ed ultima volta che riuscii a convincere mamma a fare un viaggio e lei accettò solo per la presenza della nipote, ma andò bene così.

Stavolta ho condiviso l’idea con i soliti amici della domenica ed è accaduto l’impensabile: uno dei miei amici secolari (risalenti al secolo scorso quanto a conoscenza ed amicizia) ha accettato di buon grado l’invito ad una sfacchinata in giornata.

Siamo partiti da Reggio Emilia, stazione mediopadana, con Italo, in prima classe, sfruttando le occasioni che derivano dal privilegio di essere ormai ultra sessantenni, vecchi bacucchi insomma.

L’orario è un po’ infame ma va benissimo per una gita in giornata; fortunatamente il viaggio procede senza inghippi ed alle 09:30 circa siamo in quel di Roma.

Mi concedo una veloce e poco frugale colazione a base di un delizioso cannolo siciliano, nei pressi del Viminale, sede di quel ministero che è riuscito a sabotare la riforma della professione che da anni svolgo con sempre minor entusiasmo e poi via verso l’agognata meta.

Arrivati con leggero anticipo entriamo senza fare fila ed eccoci subito storditi da tanta bellezza.

Ci sono le opere del padre, all’inizio, del padre o in collaborazione con lui: Gian Lorenzo è un figlio d’arte come si suol dire, uno che ha saputo far suo quel che dice Goethe e cita Freud: “Ciò che hai ereditato dai padri, riconquistalo, se vuoi possederlo davvero.”

Gian Lorenzo ha fatto tesoro, letteralmente, di quel che ha ricevuto.

Parlare di Bernini mi vergogno, cosa poteri dire da ignorante come una talpa, su un artista studiato da secoli in tutto il mondo?

Elencare le opere esposte sarebbe inutile e noioso quindi mi limito, per ora, ad un episodio curiosissimo: mentre passeggiavo in una delle stanze dedicate ai busti papali, due gentili signore, non italiane, si sono rivolte alla mia augusta persona, nel fluente idioma della perfida Albione.

La prima domanda si è rivelata semplice, ovvero volevano sapere se parlassi inglese, mi sono schernito e salvato con un banale e mai impegnativo “a little bit”, che va bene con tutto; ringalluzzite dalla fluidità del mio idioma, si sono infine espresse con quel che stava loro a cuore: mi hanno evidenziato l’impressionante somiglianza con il busto di Maffeo Barberini, il Pontefice Urbano VIII.

Due sentimenti contrastanti si sono combattuti nel mi intimo: la tentazione di pavoneggiarmi oltre ogni limite e rendere noto al mondo intero questa lusinghiera simiglianza, chissà forse originata da illecite unioni risalenti nei secoli, e quella più prosaica di chiamare uno psichiatra ed attivare un percorso di trattamento sanitario obbligatorio per le due malcapitate.

A parte questa gemma, devo ammettere che vedere e rivedere tante opere di Gian Lorenzo assieme è sempre una grandissima emozione: per ragioni sentimentali mi limito ad evidenziare lo straordinario san Sebastiano che si trova nel Museo Thyssen-Bornemisza di Madrid.

Opera giovanile, risale al 1617, che mostra già tutta l’abilità tecnica ed intellettuale del Nostro: il santo è rappresentato poggiato e sostenuto da un albero che sembra una croce, in una posa “ambigua” nel momento in cui sta per perdere i sensi ma contemporaneamente sembra abbandonato ad un rilassamento molto mondano, terreno.

Estasi come abbandono psichico e fisico, nulla dell’umano viene tralasciato: davanti al fedele c’è un giovane uomo, molto bello, discinto al punto giusto, che sa coinvolgere e commuovere, è un santo, modello eroico da imitare e venerare ma, contemporaneamente, è un giovane desiderabile ed in cui ci si può immedesimare, ritratto in una posa che è inconsueta ma scenografica, che non mette a disagio pur rappresentando un evento drammatico.

Poi c’è un fantastico san Lorenzo, sulle braci ardenti della graticola per passare alla questione dei busti, ritratti di pontefici, cardinali e non solo, tutti e ciascuno di tale bellezza da lasciare senza fiato.

I busti, di pontefici e non solo, rappresentano una consistente porzione delle opere esposte: questo mi ha permesso di scoprire che è con il Nostro che nasce l’idea di busti in marmo “celebrativi” e non esclusivamente in memoria, quindi ritratti di persone viventi e non solo effigi da utilizzare sulle tombe.

Questa idea ha riscosso un certo successo se la mostra ci documenta una produzione di altissimo livello di concorrenti del buon Gian Lorenzo, come l’allievo Finelli (molto determinato a superare il maestro), l’Algardi e il Duquesnoy.

Di Alessandro Algardi c’è uno straordinario busto del cardinale Antonio Santacroce mentre di Giuliano Finelli ci son quelli del cardinale Domenico Ginnasi e di Michelangelo Buonarroti il Giovane: in questo c’è una bellissima ape che trova riparo sotto il colletto del Buonarroti, a testimoniare il legame con la famiglia Barberini.

Opera di Duquesnoy è il busto di John Barclay,  novellista e poeta, precettore del cardinale Francesco Barberini, classico ed intenso, davvero splendido, come ogni opera esposta a dire il vero.

Ho anche scoperto che Bernini introduce l’uso di rappresentare i pontefici col camauro e non più con la tonsura ecclesiastica (come aveva fatto coi busto di Pio V e mi sono accorto che i ritratti in mozzetta, non solo quelli opera di Gian Lorenzo, hanno spesso uno o più bottoni non allacciati o parzialmente allacciati, dettaglio di poco conto ma credo ritenuto molto utile per manifestare il virtuosismo dello scultore.

Un aneddoto ho trovato simpatico e interessante, relativo ad un’opera non esposta, il busto di Pedro de Foix Montoya: il monsignore spagnolo lasciò l’opera nello studio di Bernini per lungo tempo (cosa di cui Gian Lorenzo non fu affatto contento), il che gli valse una notorietà di cui non aveva mai goduto in precedenza: i prelati che frequentavano lo studio avevano iniziato a riconoscerlo in strada, facendolo emergere da un anonimato a cui difficilmente sarebbe sfuggito.

Lo scultore del momento come ascensore sociale.

Sono pochi ma tutti intensissimi i busti dedicati a figure femminili; è d’obbligo ricordare quello dell’amante di Bernini, la famosissima Costanza Piccolomini Bonarelli; è forse l’unico marmo non frutto di una committenza ed ha un’intensità davvero straordinaria, la donna rappresentata è divenuta “immortale” grazie a questa rappresentazione.

La povera Costanza, amante di Gian Lorenzo poi coinvolta in un ulteriore rapporto clandestino col di lui fratello minore, è stata vittima di un’aggressione che l’ha vista sfregiata (il fratello invece “solo” vittima di un tentato omicidio): il Nostro eroe era di carattere fumino, un grandissimo str … ma quelli erano tempi in cui la mentalità era molto diversa e non avrebbe senso giudicare col metro di oggi, ciò non toglie che Bernini si sia comportato da bastardo.

Ogni opera meriterebbe una riflessione a sé stante ma non ne ho le competenze né avrebbe senso farlo quindi mi accomiato ricordando a tutti che Palazzo Barberini merita una visita anche dopo la chiusura di questa mostra temporanea: è un luogo incantato, uno dei tanti di Roma che contribuiscono a rendere la Città Eterna un unicum irripetibile.

Una nota a margine: il mio spirito molto rigido si sarebbe molto scandalizzato al vedere quel che succedeva ai tempi dei nostri eroi: corruzione, nepotismo, leccapiedismo (non esiste, lo so ma meglio di quel che mi veniva da scrivere), attività rigorosamente messe in atto da ambosessi.

Il moralismo che è in me mi grida di stigmatizzare ma, ripensandoci con un istante di calma, mi è venuta una banale riflessione: è vero sicuramente che la curia romana di allora era un verminaio (come da sempre e immagino per sempre) e che la facevano da padroni personaggi di dubbia moralità quando non veri e propri maschi patriarcali e tossici (come il Nostro) ma è altrettanto innegabile che la Roma barocca, in tutto lo splendore che ha generato, sia nell’Urbe sia nell’orbe terracqueo, non avrebbe visto la luce senza quella gente.

Non traggo conclusioni di sorta, in questa strada il pensiero arranca ancora.

Roma, 6 giugno 2026 memoria dei Santi Artemio e Paolina, martiri

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