«Potremmo azzardarci ad affermare che l’isteria è la caricatura di una creazione artistica, che la nevrosi ossessiva è la caricatura di una religione, che il delirio paranoico è la caricatura di un sistema filosofico. »

S. Freud  TOTEM E TABÙ – ALCUNE CONCORDANZE NELLA VITA – PSICHICA DEI SELVAGGI E DEI NEVROTICI 1912-13

 

Siamo al 22 maggio ed uscito dalla visita alla basilica di santa Maria in Vado, non mi rimaneva che arrivare nei pressi di Palazzo dei Diamanti dov’è in corso la mostra intitolata “Stati d’animo Arte e psiche tra Previati e Boccioni”; normalmente sono diffidente rispetto a mostre organizzate per temi che sono talmente generici o “di moda” da non lasciar intendere se valga la pena visitarle. Ma in questo caso è andata bene.

L’introduzione alla mostra è “programmatica”: in poche righe condensa e descrive quanto alcuni importanti artisti italiani hanno elaborato a partire dal clima culturale inquieto che ha caratterizzato la fine del diciannovesimo secolo.

Eccone il testo: « Il racconto prende avvio nel clima di profondi rivolgimenti di fine Ottocento: l’eco della rivoluzione darwiniana e delle nuove “scienze dell’anima” contribuisce ad accendere negli artisti l’interesse per l’introspezione psicologica e per le dinamiche dei sentimenti, da cui scaturiscono, ad esempio, i ritratti magnetici di Segantini e Pellizza e le grandi tele con cui Previati e Morbelli rivisitano in una chiave attuale i temi cari ai pittori preraffaelliti e ai “poeti maledetti.

l percorso si sviluppa poi in un itinerario tematico, tra luci e ombre, attraverso quegli stati d’animo a cui gli artisti italiani ed europei hanno dato forma visiva, traendo ispirazione dall’immaginario scientifico e da una cultura intrisa di misticismo ed esoterismo: dalla melanconia all’abbandono fantastico nella rêverie, dall’abisso della paura alla liberazione degli istinti sessuali, fino all’estasi amorosa e alla sublimazione nei sentimenti di pace e armonia universale. La ricerca di un alfabeto delle emozioni si affianca ad una incessante sperimentazione di procedimenti tecnici, sfociando nella rarefazione formale dei capolavori maturi di Previati, Pellizza e Medardo Rosso, che appaiono tessuti della stessa materia della luce, al punto che, come osserva Boccioni a proposito del primo, «le forme cominciano a parlare come musica, i corpi aspirano a farsi atmosfera, spirito e il soggetto è già pronto a trasformarsi in istato d’animo». L’epilogo dell’esposizione è orchestrato appunto attorno al capolavoro di Boccioni che dà il titolo alla mostra, il trittico degli Stati d’animo, icona della sensibilità moderna protesa verso un campo di forze invisibili. Con uno sguardo radicalmente nuovo, sintesi polifonica di linee e colori, corpi e atmosfera, i futuristi aspirano a porre «lo spettatore nel centro del quadro», trascinandolo nella dinamica delle emozioni e nel ritmo frenetico della metropoli di primo Novecento. » (dal catalogo della mostra)

Ma partiamo dall’inizio: perché ho apprezzato questa esposizione? perché affronta un tema ed un periodo che sono oggetto del mio interesse ormai da tempo, il passaggio tra Otto e Novecento, un momento storico che ha seminato, anzi coltivato un certo passato (la rivoluzione francese, ad esempio), producendo una serie di pensieri che ancor oggi sono di grande attualità.

Quel momento storico è stato individuato come un passaggio alla modernità mentre l’idea che me ne sono fatto io è che semplicemente una forma di religione abbia sostituito un’altra, anzi abbia iniziato a strutturarsi per sostituirla, superandola.

Superandola verso la perversione, che è stata una scoperta freudiana, Freud avrebbe meritato un premio Nobel solo per quello.

La religione nasce, ci insegna, Freud, dal senso di colpa dei figli parricidi dell’originaria orda primordiale.

Questa ricostruzione fissa già il peccato contro il padre, visto come ostacolo al raggiungimento del fine desiderato (la mamma e la donna): non vi è più universo né principio di eredità, l’altro è già ostile al punto da avere necessità della coercizione morale e sociale per convivere pacificamente.

In questa ottica la società diventa un male necessario e non un guadagno ed è già posta la mala pianta della guerra, che è sempre e solo civile, contro i fratelli.

Ne “L’uomo Mosè e il monoteismo” Freud precisa meglio la nascita della religione monoteista ma la sostanza resta la medesima: esiste un padre che occorre far fuori per poter regnare, cioè giungere al godimento, in un regime che è instabile, rapinoso e violento e che ha necessità di un “poliziotto” sovrastante che garantisca ordine e pacifica convivenza. 

Ma il guadagno sociale rende inutile l’omicidio fisico del padre, rimandando a un futuro che verrà la soddisfazione, che sarà il premio, anzi il compenso, delle rinunce attuali.

La religione rimanda ad un al di là futuro, chiedendo da subito il pagamento del pegno, cioè la sottomissione; si potrebbe dire che non c’è religione senza sottomissione e rinuncia, col correlato che vi sarà sempre qualcuno che, al contrario, sa e comanda.

Questo fino a fine Ottocento, all’incirca, quando inizia a prendere forza una serie di teorie che fagocitano la religione, la riutilizzano a propri fini, lasciandola poi da parte come il guscio vuoto di una conchiglia.

Segantini scrive, nel 1891, “L’arte deve rimpiazzare il vuoto lasciato in noi dalle religioni”, e siamo solo all’inizio.

L’ideologia principe che, in quegli anni ha attecchito con forza, come ha ben chiarito George L. Mosse è stata il nazionalismo, coi correlati di vario genere che l’hanno accompagnato, sostenuto e a loro volta sostituito e mi sto riferendo, ad esempio, al razzismo.

Ma non solo: il vitalismo che tanto ha avuto successo coi futuristi.

Ecco perché questa mostra è molto interessante, nella descrizione di un periodo in cui varie istanze stanno comparendo sulla scena.

Il positivismo, con la ribalta della scienza, che oggi, come ideologia, sta facendo rimpiangere il nazismo, aiuta a nascere la psicologia e la frenologia.

Attenzione alla psiche, all’indagine della psiche e dunque ancora scienza e, al contempo, teosofia e irrazionalismo, vitalismo ed esoterismo.

Oltre al nazionalismo tutte queste “invenzioni” troveranno legittimazione nella cultura che all’inizio li ha avversati, senza saperli giudicare, per sfociare in tante, innumerevoli forme di religione sempre più “astratte” dove scompare l’idea di padre, di ereditarietà, di rapporto produttivo con l’altro, fino ad arrivare alle attualissime emozioni, risulta finale (?) di quel lavoro.

In primo piano viene anche la massa, correlato dell’artista che può rappresentarne la guida, il profeta, il contraltare (com’è nel caso dei decadenti).

Massa e scienza (si pensi alle teorie razziste, eugenetiche) ma anche massa e religione (tentativi di sostituire quella storicamente consolidata con altre quali il nazionalismo poi il socialismo).

Assente ma ideologicamente presente in mostra è un’opera che potrebbe rappresentare magnificamente quanto ho appena detto; mi riferisco al famosissimo “Il Quarto stato” del bravissimo Giuseppe Pellizza da Volpedo; ho scoperto che di quest’opera l’autore aveva pensato vari titoli, tutti assolutamente tanto azzeccati quanto chiarificatori, partendo da “Ambasciatori della fame” a “Fiumana”.

«Il Quarto Stato è un quadro sociale – sostiene Pellizza da Volpedo – rappresentante il fatto più saliente dell’epoca nostra, l’avanzarsi fatale dei lavoratori». Avanzare verso cosa o verso dove?

I futuristi proporranno delle soluzioni e nazismo e fascismo ne approfitteranno per elaborarne gli esiti finali.

Del medesimo autore, che coi pennelli ci sapeva fare, c’è in mostra uno splendido “Autoritratto”, altro tema importante poiché è questa l’epoca in cui Cesare Lombroso elabora una teoria scientifica (?) che considera importantissimo lo studio dei volti, la fisiognomica, che ricerca le tracce dell’indole criminale del soggetto. Scientificità delle misurazioni e descrizioni dei volti versus scientificità giuridica del giudizio economico delle azioni (e dei pensieri ed omissioni).

Non intendo citare tutte le opere esposte, né trattare di tutti i temi che queste sollecitano ma gli autoritratti ed i ritratti li ho trovati particolarmente interessanti: ci sarebbe da verificare quali differenze e quali continuità è possibile ricavare durante i secoli, osservando questo genere di produzione artistica.

Ho trovato bellissima una tela “Asfissia!” di un pittore a me sconosciuto, Angelo Morbelli, come il famosissimo “Paolo e Francesca” di Gaetano Previati per non parlare di “Ricordo di un dolore” del già citato Pellizza da Volpedo.

Bellissime le opere di Max Klinger e non meno belle quelle dedicate alla maternità di Giovanni Segantini, tutte assolutamente inquietanti per la teoria della mamma che le sostiene.

La donna, poi, non è ben trattata, se si guarda alla “Cleopatra” di Previati o al famosissimo “Il peccato” di Franz von Stuck.

In questi stessi anni, a Vienna, c’è un medico che inizia un lavoro filosofico di portata immensa, tal Sigmund Freud inventa la psicoanalisi: del lavoro di elaborazione da lui compiuto non c’è traccia negli autori esposti.

In quei decenni si è prodotta un’alternativa di civiltà che ha permesso l’accadere di eventi tragici come le due guerre mondiali e l’avvento e (fortunatamente) la caduta di ideologie mortifere come nazismo, fascismo e comunismo.

Ma la rivolta contro il padre, chiarissima nella Grande Guerra, non si è conclusa con quella; si è ripresentata negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso con gli esiti che vediamo e paghiamo ancor oggi.

Il padre è morto, l’ideologia delle “magnifiche sorti e progressive” che ha subito un duro colpo dai conflitti mondiali si è ripresa la scenario, trasformandosi e diventando sempre più popolare (in apparenza).

Oggi vanno di moda gli stati d’animo, cioè le emozioni, con tutti i rischi che questo comporta, come bene rappresentano il dottor Giacomo Contri ed il professor Ermanno Bencivenga.

Tutti i giorni siamo di fronte ad un’alternativa di civiltà e mai come oggi è utile richiamare alla memoria quella frase di Goethe citata da Freud: «Ciò che hai ereditato dai padri, riconquistalo, se vuoi possederlo davvero.»

Parma, 4 giugno 2018, memoria dei  beati Antonio Zawistowski e Stanislao Starowieyski martiri