Il Museo della Cattedrale di Ferrara è un luogo magico; facilissimo da trovare, a due passi della Cattedrale, nell’ex chiesa di san Romano, un tempo monastero benedettino ed è proprio dal chiostro che si accede alla biglietteria del museo.

La prima parte è dedicata a codici miniati del Tre e Quattrocento e precisamente un innario, un salterio e ventidue corali atlantici rinascimentali, tutti bellissimi; i miniatori sono nomi del tutto ignoti o quasi perché la miniatura non ha mai ottenuto lo status di arte maggiore: Guglielmo Giraldi, Jacopo Filippo Argenta, Martino da Modena, Giovanni Vendramin e don Sigismondo da Fiesso; uno dei corali è stato manoscritto da Raimondo da Parma.

Le miniature sono coloratissime e di quelle dimensioni che mi hanno sempre attirato, un po’ come gli uomini rappresentati nei dipinti di Pieter Bruegel ; vi sono rappresentati animali, santi, decorazioni varie e scene tratte dalla storia sacra o dalle Scritture.

Tra i tanti ci sono alcune rappresentazioni splendide di San Giorgio e il drago, ma anche la Presentazione al Tempio di Gesù, la Resurrezione, e ancora santi, vescovi, profeti, un Geremia splendido, una Natività in cui la lettera N, capolettera, funge da quinta teatrale per definire lo spazio della sacra rappresentazione.

I dettagli di questa scena sono straordinari: l’accuratezza nella riproduzione di arbusti ed alberi e della città (che sia proprio Ferrara?) sullo sfondo sono un capolavoro di abilità.

C’è ancora una Pentecoste deliziosa, un profeta Elia, san Francesco,insomma ogni pagina è da guardare con devota attenzione.

Alle pareti dei disegni del progetto del campanile (riprodotto anche in legno) mai realizzato.

C’è poi una raccolta di materiali lapidei, anche questi tra i miei preferiti; il primo reperto è quanto resta di un ambone che proviene da Voghenza; questa frazione del comune di Voghiera, che dista una decina di km da Ferrara, costituisce probabilmente il nucleo originario da cui ha tratto poi origine la città.

Questo ambone, risalente all’VIII secolo, mi ha immediatamente ricordato quello di maggiori dimensioni, che ho visto a Ravenna, in cattedrale se non ricordo male; nel caso di Ravenna l’ambone era formato da numerosi quadrati contenenti animali di varie specie, in questo caso le formelle sono soltanto 4 per lato e più grandi, con l’interno decorato con direi pavoni e melograni.

Vi sono poi varie 3 santi, Giacomo apostolo, Maurelio e Giovanni Battista, opere di maestranze dell’Italia settentrionale della metà del XIV secolo.

Un san Giovanni Battista che “presenta” un devoto in preghiera ed un bel San Pietro, opera delle stesse anonime maestranze introducono ad uno splendido san Giorgio della bottega di Andrea da Carona e Filippo Solari, autori sconosciuti alla mia grassa ignoranza, a mio disonore.

Dopo questo san Giorgio davvero splendido seguono un san Giacomo maggiore e san Giovanni Evangelista, della medesima mano, altrettanto belli anche se la lorica di san Giorgio lo valorizza in modo veramente splendido.

Sant’Antonio abate, identica bottega di produzione, è un altro capolavoro bellissimo, col santo che ha uno sguardo deciso, direi duro, a mostrare una decisione da guerriero; per molti aspetti queste opere Michelangelo ma probabilmente questa è un’eresia, scusabile per via della conclamata ignoranza di cui sopra.

Proseguo col busto del cardinal Bessarione, molto bello, quindi due rilievi, anche questi decisamente godibili, il Martirio di santa Giustina e Religiosi davanti al papa; un Gesù bambino e lo Spirito Santo, mi perdonerà il Signore, non mi entusiasma, e nemmeno una Madonna col Bambino, seppur bella.

Ancora godibili dei frammenti di plutei (che ho scoperto essere degli elementi architettonici che separavano alcune parti delle chiesa – specialmente presbiterio e cantoria.

La visita continua con un Giove Ammone e un giovinetto, ancora una volta di grande bellezza, poi dei reliquiari, un mosaico Testa della Vergine, per arrivare ad una splendida Madonna in trono col Bambino di Jacopo della Quercia, scultura bellissima.

Questa opera venne realizzata tra il 1403 e il 1408 mentre, nello stesso periodo, tra il 1406 e il 1407, realizzava la sua opera più famosa, lo straordinario Monumento funebre a Ilaria del Carretto.

Ecco subito le ante d’organo dipinte da Cosmè Tura: l’Annunciazione e san Giorgio che uccide il drago: non so spiegare il perché ma ho sempre pensato a questo pittore come se fosse siciliano mentre ho scoperto che è nato e vissuto a Ferrara dove è stato l’iniziatore della scuola ferrarese.

Seguono gli arazzi, che per mio limite fatico a valorizzare come meriterebbero; anche in questo caso protagonisti sono i santi protettori di Ferrara, san Giorgio e san Maurelio, di cui vengono narrate le vicende, concluse per entrambi, col martirio.

Dopo gli arazzi si possono assaporare altre sculture splendide: c’è un bel giglio ed una curiosa Eva filatrice con Caino e Abele in cui il volto della matriarca ha i tratti, durissimi, di una persona a dir poco di pessimo umore.

Un’Eva così arrabbiata non credo di averla mai vista.

Segue un altro piatto forte: la serie dei segni zodiacali e dei mesi, piccoli gioielli, di grande bellezza.

In particolare Il fanciullo allattato da una capra (capricorno), Raccolta della frutta (Gemello che si arrampica sul pero), un purtroppo uomo acefalo (Gemello che coglie le ciliegie), Raccolta delle rape (Novembre), Cavaliere (Maggio), Potatura (Febbraio), Giano bifronte (Gennaio) ed i mesi di Marzo e Aprile, Trebbiatura del grano (Luglio), Preparazione della botte (Agosto), Vendemmia (Settembre): queste rappresentazioni sono opera di un autore abilissimo conosciuto come Maestro dei Mesi.

Queste opere sono davvero splendide ed il Maestro dei mesi meriterebbe di avere un nome proprio col quale ricordarlo; quello che si sa è che è stato un seguace di Benedetto Antelami dal quale ha ripreso e migliorato la realizzazione dei mesi, che Antelami ha scolpito e che sono attualmente custoditi nel Battistero di Parma.

Attivo negli anni tra il 1220 e il 1230, produce dei veri capolavori che rivelano dei dettagli di grande interesse: sono proprio i dettagli che rendono i mesi non delle astrazioni ma figure quasi reali, come nel caso di settembre, col contadino che vendemmia di cui si nota la cuffia aderente al punto da far intravedere la forma delle orecchie e la veste annodata e rialzata per indicare la prossima pigiatura.

Molto bello anche il mese di novembre con la raccolta delle rape, col dettaglio degli ortaggi notevolissimo.

Il ciclo dei mesi è un tema ricorrente dell’arte medioevale; la cosa più significativa di questo tema è la questione del lavoro come forma di misurazione del tempo, che esiste nella misura in cui c’è qualcuno che, cambiando la realtà attraverso il lavoro, lo pone.

Il lavoro sembra perdere quel connotato esclusivamente negativo di punizione, com’era nel Genesi.

Il museo della Cattedrale merita la visita, tappa imperdibile in una città splendida e sonnacchiosa come io percepisco Ferrara.

Chiudo con una nota su san Maurelio che è il patrono di Ferrara ma di cui non avevo mai sentito parlare: la sua storia è narrata in uno dei due cicli di arazzi esposto nel museo; san Maurelio sarebbe stato figlio del sovrano Teobaldo di Mesopotamia, al quale succedette al trono.

Preferendo coltivare la sua fede, Maurelio abdicò in favore di una fratello, venne ordinato sacerdote ed inviato a Roma per risolvere una controversia con uno dei tanti eretici che allora infestavano la chiesa; giunto dal Papa Giovanni IV, viene da questi nominato vescovo di Voghiera (Ferrara ancora non esisteva se non come accampamento militare) a seguito di una visione (gli apparve san Giorgio).

Durante la prima messa episcopale ci fu un’apparizione che lo elogiava per la scelta di avere rinunciato al potere in favore del cristianesimo.

La narrazione prosegue raccontando che san Maurelio, avuta notizia che un terzo fratello aveva commesso fratricidio per usurpare il trono, si recò nella propria patria per rimproverarlo, ma questi lo fece imprigionare, torturare ed infine decapitare.

Un vizio che hanno spesso i cosiddetti potenti.

Ferrara, 10 ottobre 2019 memoria di San Daniele Comboni Vescovo