Qui si vedono alcune tombe, tra le quali mi è piaciuta tantissimo la tomba Peretti, di cui non ho ritrovato notizie ulteriori e che mi ricorda le statue dei paesi dell’est, sotto il regime comunista.

Una sorta di sguardo dritto al futuro ed inno alla rivoluzione che (non) verrà.

Altra tomba da non perdere quella Rancati ove l’angelo della morte, ritratto vecchio, calvo e barbuto, apparentemente stanco, sembra riposarsi sulle lapidi della famiglia.

C’è anche la tomba dei fratelli, di Augusto Wildt che ho scoperto a Forlì, grazie ad una bellissima mostra, e che mi piace ogni volta di più.

Questa tomba, ormai fagocitata dall’edera, sembra ancor più drammatica di quanto lo scultore  intendesse suggerire (e non era poco).

L’edera mi ricorda la famosa canzione di Nilla Pizzi, che cito, nella sua prima parte:

“Chissà se m’ami oppure no
chi lo può dire?
Chisà se un giorno anch’io potrò
l’amor capire?
Ma quando tu mi vuoi sfiorar
con le tue mani
avvinta come l’edere
mi sento a te.
Chissà se m’ami oppure no
ma tua sarò.
Son qui tra le tue braccia ancor
avvinta come l’edera
son qui respiro il tuo respiro
son l’edera legata al tuo cuor
sono folle di te e questa gioventù
in un supremo anelito
voglio offrirti con l’anima
senza nulla mai chiedere.
Così mi sentirai così
avvinta come l’edera
perché in ogni mio respiro
tu senta palpitare il mio cuor
finché luce d’amor
sul mondo splenderà
finché m’è dato vivere
a te mi legherò
a te consacrerò la vita.”

L’edera è un parassita, che lentamente strangola la pianta cui si attacca; lentamente, senza fretta ma inesorabilmente (in realtà ho scoperto che non è un parassita nel senso che succhia la linfa altrui, ma usa dell’albero cui si attacca come sostegno, spesso provocandone la morte).

L’amore dell’edera è mortifero, ma con l’inganno, appunto, di far credere che è amore.

Più onesto mi sembra Oscar Wilde con il verso “Yet each man kills the thing he loves”, che ricordo cantato da Jeanne Moreau in un cupo film che ho visto molti anni orsono, di un cattivo maestro dell’epoca. Il film era “Querelle de Brest” di Rainer Werner Fassbinder, tratto da un’opera di Jean Genet. Datato 1982, avevo 18 anni: diciamo che ho sfiorato il baratro.

Ne uccide comunque più l’edera della spada.

 

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