Grazie alla proposta dell’ottimo Danilo, di cui parlerò poi, ho avuto modo di visitare le catacombe di Priscilla, evento clou della giornata di domenica 11 settembre.

Il mattino è iniziato con la visita della basilica dei Santi Apostoli, la prima che ho trovato aperta verso le otto.
Qui sono custodite le reliquie degli apostoli Filippo e Giacomo il Minore; in questo luogo riposa anche Clemente XIV, papa Ganganelli, nativo di Santarcangelo di Romagna, la cui tomba è opera del Canova ma che è invisibile causa lavori di restauro, con mio grande disappunto.

In questa chiesa venne sepolto per la prima volta, i grandi soffrono di questi problemi, le traslazioni, Michelangelo prima che il suo corpo venisse trasferito, di nascosto a Firenze.

Altri riposano tra questi marmi ove risaltano anche alcune opere d’arte: il quadro sul fondo dell’abside, il “Martirio degli Apostoli Filippo e Giacomo”, opera di Domenico Muratori del 1704, è il quadro d’altare più grande di Roma, 20×10 metri.

Si notano  i sepolcri di Maria Clementina Sobjesky, moglie di Giacomo III Stuart (solo il cuore), del Conestabile Filippo Colonna e di sua moglie.

Qui aspetta la resurrezione della carne la salma del Cardinale Agostino Casaroli, piacentino, una delle figure importanti della chiesa italiana  e non solo, del Novecento.

Particolarmente curioso per il suo particolare effetto tridimensionale è l’affresco che rappresenta la caduta degli angeli ribelli di Giovanni Odazzi, che sembrano cadere dal cielo, d’altronde da lì il Signore li ha cacciati.

Dopo i Santi Apostoli la chiesa di san Marcello in via del Corso, molto bella, come quasi tutte le chiese romane che ho visitato.

Fu teatro di due importanti avvenimenti: il primo, risalente al 1323, quando fu affissa sulla porta della chiesa la sentenza di papa Giovanni XXII contro Ludovico il Bavaro; il secondo, l’8 ottobre 1354, quando sulla piazza antistante rimase sospeso per due giorni e due notti il corpo di Cola di Rienzo trucidato dalla folla.

Immancabili le tombe di vari cardinali: Fabrizio Paolucci e Camillo Merlini Paolucci, Giovanni Michiel (e di suo nipote Antonio Orso) che morì avvelenato su incarico del Valentino, col sostegno del di lui padre papa Alessandro VI, e quella di Francesco Cennini de’ Salamandri, vissuto a metà tra cinque e seicento.

Un nome ed una tomba meritano attenzione particolare, quelli del cardinale Ercole Consalvi, segretario di stato di Papa Pio VII, Barnaba Chiaramonti, cesenate.
Egli rimase diacono per tutta la vita ed ebbe anche il soprannome, in condivisione con altri 12 cardinali, di “cardinale nero” perchè obbligato a vestire con la talare di un sacerdote qualunque a seguito della decisione di Napoleone, infuriato per la sua assenza al matrimonio tra lui e Maria Luigia d’Austria, quando il papa non si era ancora pronunciato sull’invalidità del precedente vincolo matrimoniale.

Molto belli anche i busti dei maschi della famiglia Frangipane, opera di Alessandro Algardi; da questa famiglia Boccaccio fa discendere Dante Alighieri.

In facciata c’è invece una curiosa rappresentazione: san Filippo Benizi che rifiuta la tiara papale, a celebrazione dell’episodio che ha visto il santo rifiutare l’elezione a romano pontefice, non unico caso nella storia ma immagino non frequentissimo.

Dopo san Marcello, essendo nei pressi, mi sono dedicato ad una chiesa che avevo già visto in precedenza, Sant’Ignazio,  capolavoro barocco che non posso tralasciare.

Chiesa famosissima per la finta cupola, che è in realtà dipinta, custodisce tra le altre cose, il corpo di san Roberto Bellarmino, quello dell’affaire Galileo Galilei oltre che santo eponimo del mio carissimo amico [san] Roberto Mastri forlivese.

Notevoli le quadrature di Andrea Pozzo, autore anche della finta cupola, che creano l’illusione di una seconda architettura sopra la chiesa esistente, nel soffitto della navata centrale, ove viene rappresentata la Gloria di sant’Ignazio.

Altre opere da notare sono, nella controfacciata, le due statue in stucco raffiguranti la Religione e la Magnificenza di Alessandro Algardi, i rilievi di San Luigi Gonzaga di Pierre Legros e dell’Annunziata, di Filippo Valle.

Notevole anche la cappella Ludovisi, famiglia cui apparteneva il cardinale Ludovico, finanziatore della chiesa e nipote del papa Gregorio XV, il cui monumento funebre, sempre di Pierre Legros, campeggia al centro.

Luigi Gonzaga, Roberto Bellarmino, Giovanni Berchmans sono tra i santi che riposano in sant’Ignazio; tra loro anche la salma di padre Felice Maria Cappello conosciuto come il confessore di Roma per cui è in corso la causa di canonizzazione.

Dopo sant’Ignazio un’altra chiesa straordinaria: Santa Maria sopra Minerva.

Qui riposano le spoglie della compatrona d’Italia, santa Caterina da Siena e del Beato Angelico, celebre pittore; santa Caterina è anche dottore della chiesa e sono curioso di vedere se i preti sono così tonti, ultimamente lo sono più del solito, da diventare politicamente corretti e chiamarla dottora o dottoressa della chiesa.

Scrigno di opere d’arte di straordinaria bellezza: le tombe dei papi della famiglia Medici, Leone X e Clemente VII, di Antonio da Sangallo mentre vicino ai gradini del Coro si trova la famosa statua di “Cristo risorto” di Michelangelo; statua che in origine ritraeva il Redentore nudo poi modificata con la pezzuola di copertura delle pudenda, secondo i dettami del concilio di Trento.

Sepolture di Andrea Bregno, altro grande scultore e della  beata Maria Raggi, la cui tomba è frutto del genio del mio Gian Lorenzo Bernini, così come quella di Giovanni Vigevano.

Molto belle anche le tombe del vescovo Guglielmo Durand e del cardinale Domenico Pimentel.

Fantastica la cappella Carafa, voluta dal cardinale Oliviero Carafa ed affrescata da Filippino Lippi; dedicata a san Tommaso d’Aquino è un capolavoro meraviglioso sia nel racconto degli episodi della vita di san Tommaso sia nell’Assunzione, sia ancora nella entrale Annunciazione.

Tanto altro è contenuto in questo gioiello per cui santa Maria sopra Minerva è una delle tante chiese imperdibili e da rivedere ogni volta.

Queste immersioni nella bellezza mi fanno arrivare tardi all’appuntamento con Danilo e alle catacombe la cui visita viene spostata al pomeriggio, visto che alle 12.00 chiudono.

Passeggiata nei pressi del Vaticano in attesa della riapertura poi ritorno alle catacombe, dove ci becchiamo la visita guidata in inglese.

Avevo visitato in precedenza delle catacombe, molti anni fa, ma il loro ricordo è sbiadito; la visita attuale è interessantissima proprio perchè risveglia ricordi sopiti di gallerie, cunicoli, oscurità e freddo.

Le catacombe di Priscilla, scavate nel tufo, si sviluppano su tre livelli, fino a 35 metri di profondità, per un totale di 13 km; ospitarono circa 40.000 salme tra le quali quelle di numerosi martiri.

Ci sono alcuni affreschi di sicuro interesse, tra i quali la “Velata”, una donna velata in atteggiamento orante, e vari episodi dell’Antico e  Nuovo Testamento, tutti incentrati sull’idea della resurrezione: Giona che esce dal ventre della balena, Anania Azaria e Misaele salvati dalla fornace ardente, il sacrificio di Isacco ne sono alcuni esempi.

Molto semplice ma bella la visitazione dei Magi.

Terminata la visita  ci concediamo un salto in centro, ovvero in Piazza del Popolo, dove il cantiere per il restauro di una delle chiese gemelle che abbelliscono la piazza ci offre riparo durante il secondo nubifragio del week end.

Chiaro che trovandoci a due passi da Caravaggio, non era possibile non farci un salto, giusto per rinverdire antiche memorie e quindi eccoci a santa Maria del Popolo.

Curiosa la leggenda medioevale che spiega l’edificazione della chiesa: su un noce gigantesco, alle falde del Pincio, cresciuto sul luogo ove erano sepolte le ceneri di Nerone, si narra che si aggirasse lo spirito senza pace del crudele imperatore. Papa Pasquale II, che non intendeva sopportare importuni ed inopportuni fantasmi, diede ordine di abbattere l’incolpevole noce ed in quel luogo edificò una chiesa dedicata alla Vergine che essendo pagata dal popolo di Roma ne assunse l’appellativo.

Anche questo edificio custodisce opere tali che varrebbe da solo la visita da qualunque parte del mondo si debba partire.

Famosissimi sopra tutto i due capolavori di Caravaggio custoditi nella cappella Cerasi, la Conversione di San Paolo e la Crocifissione di san Pietro, ma non solo; Bernini, sempre lui, ci ha messo le mani con due belle statue, Daniele e il leone e Abacuc e l’angelo.

La volta è affrescata da Bernardino di Betto Betti detto il Pinturicchio.

Bello il monumento funebre dedicato a Maria Flaminia Odescalchi, giovane moglie di Ferdinando Chigi, che morì a vent’anni dando alla luce il terzo figlio e bellissimo quello di Giovan Battista Gisleni, un architetto scenografo e musicista, che morì a Roma nel 1672, riproducente una grata che imprigiona uno scheletro: nella parte superiore c’è la scritta NEQUE HIC VIVUUS, in quella inferiore, NEQUE ILLIC MORTUUS. Le due frasi si possono tradurre così: “Nè qui vivo, nè lì morto” il cui senso dovrebbe rimandare per un verso alla mortalità della vita presente ed all’immortalità della vita futura.

Ovviamente tombe di cardinali a profusione ed opere fantastiche come nella cappella Chigi dove hanno lavorato Raffaello e Bernini a tacer d’altri.

In questa chiesa è morto il figlio di 7 anni di Andrea Bregno, caduto dai ponteggi lasciati incustoditi dagli addetti e vi è stata sepolta Vannozza Cattanei, amante di Alessandro VI e madre dei suoi 4 figli, nonostante la sua richiesta di essere sepolta in un’altra chiesa.

La tomba di Vannozza è poi scomparsa e la lapide è stata ritrovata nel 1948 sotto il pavimento della chiesa di san Marco dov’è attualmente visibile, sotto il portico.

Finito il temporale e la visita alla chiesa, che ha altri capolavori oltre a Caravaggio, con varie strade allagate, ci siamo spostati all’osservatorio di Monte Mario da dove si gode di una bella vista sulla città, non aiutati dal tempo denso di nuvole.

Un passaggio veloce presso l’ingresso del Foro Italico dove ho visto di corsa il famoso obelisco a Mussolini dux e la giornata è ormai conclusa.

Roma, 11 settembre 2016, XXIV Domenica del Tempo Ordinario