A Bologna
Domenica 19 febbraio mi sono concesso una gita in quel di Bologna, città a me cara sin dai tempi dell’Alma Mater; trasferta in treno e a piedi sotto i portici di via Indipendenza già molto frequentati dalla varia umanità che accolgono senza discriminazioni di sorta, dai senzatetto che vi trovano rifugio anche per la notte ai questuanti, dai turisti che, come me, la percorrono in direzione di altre mete a quelli che si dedicano anche alle tante vetrine che abbelliscono questo tratto del lungo viale; tra i tanti ci ho trovato anche un vescovo, che si spostava in incognito, con la croce episcopale mal celata e che certo non poteva sfuggire ai miei sensi acuti di incallito ex clericale.
Museo Civico Archeologico
La meta era il Museo Civico Archeologico ove intendevo concedermi la visita all’esposizione temporanea dedicata ai pittori delle domus pompeiane, cosa che ho fatto ma, a esser sinceri, la vera scoperta è stata proprio il Museo Civico Archeologico, che non avevo mai visitato e che si è rivelato una sorpresa, piacevolissima sorpresa.
Museo dedicato alle origini della città di Bologna e del suo sviluppo, quindi percorso almeno in parte cronologico secondo una modalità espositiva di stampo ottocentesco che rende ancora più interessante il percorso museale.
I pezzi esposti sono tanti, non c’è che l’imbarazzo della scelta: si parte dalla preistoria per arrivare all’epoca romana.
Di grande impatto il torso marmoreo loricato dell’imperatore Nerone, promessa, mantenuta, che la visita sarà piena di oggetti interessantissimi e di grande bellezza e qui anticipo un pezzo imperdibile, la testa di Athena Lemnia, una copia in marmo dell’originale bronzeo eseguito da testa di Athena Lemnia, per gli abitanti dell’isola di Lesmo che la donarono poi all’Acropoli di Atene.
Ulteriori curiosità accompagnano questo splendido viso: scambiata per il volto di Apollo, è stata attribuita, infine, ad Athena, da un archeologo tedesco, grazie alla comparazione con una statua acefala conservata a Dresda.
Acquistata da Palagio Palagi, la testa di Athena Lemnia è anche legata al sottoscritto perché “in un dialogo di Luciano di Samosata scritto intorno al 163 d.C., i due protagonisti menzionano le fattezze della Atena Lemnia di Fidia per paragonarle a quelle della bellissima amante di Lucio Vero“.
Che c’entra col sottoscritto? Intanto che ne parla un mio omonimo (leggermente più famoso dello scrivente) ma soprattutto perché il mio capo mi ha soprannominato Lucio Vero non so se intendendo sottolineare l’armoniosa diarchia (caso unico nella storia imperiale romana) con Marco Aurelio o la sua precoce uscita di scena, fatto sta che da allora provo particolare interesse e simpatia per questo sfortunato imperatore da cui senza ombra di dubbio non ho ereditato la folta chioma che lo contraddistingue nei ritratti che ci sono pervenuti (e presenti sia nella collezione numismatica sia nella gipsoteca del Museo Civico Archeologico bolognese.
Partendo dalla sezione etrusca, mi sono piaciute tantissimo le steli funerarie, numerosissime, elaborate, con rappresentazioni di scene di vario tipo, con protagonisti animali, esseri fantastici, cavalieri, posizionate a presidiare le tombe dei personaggi più insigni.
Mi sono piaciute – mi piacciono sempre – le anfore a figure rosse che sono numerose e piacevoli anche se servirebbe una guida esperta per poterne godere dei dettagli e delle differenze.
Così apprezzo sempre moltissimo le varie statue e statuette votive, anche queste numerose e ben diversificate, con soggetti che vanno dalle figure umane molto stilizzate a quelle, del tipo un delizioso gladiatore reziario, più elaborate.
Una splendida situla, un vaso potorio in bronzo, proveniente dagli scavi della Certosa, affascina raccontando vari episodi su quattro registri dall’alto al basso: una parata di uomini armati, una processione di personaggi che recano vari utensili per sacrificio e banchetto, una gara musicale tra scene di caccia e di aratura e una sequenza di animali reali e fantastici, ma non è l’unico oggetto bronzeo da osservare con attenzione perché ci sono asce, fibule e altri oggetti vari che sono uno più bello dell’altro.
Non trascuriamo le iscrizioni sepolcrali, in memoria dei propri defunti, piccolo frammenti del dolore dei congiunti o celebrazione delle glorie dei deceduti.
Notevole anche la collezione numismatica – di cui si può vedere solo qualche pezzo ma molto bello, tipo una moneta di Adriano o di Lucio Vero o dell’imperatore Graziano, eponimo di mio fratello – e la gipsoteca (che mi attrae sempre, specie nella sezione della ritrattistica romana); non mancano neppure alcuni splendidi oggetti in avorio, tra i quali un dittico anepigrafe falso.
Sezione egizia
Discorso a parte merita la sezione dedicata all’Egitto, tanto importante da essere la seconda in Italia dopo quella di Torino ed una delle più prestigiose d’Europa.
Gli egizi sono stati collocati nel seminterrato con le opere esposte in ordine cronologico; di particolare rilievo i rilievi provenienti dalla tomba di Horemheb a Saqqara.
Horemheb è stato un faraone della XVIII dinastia famoso per essersi dedicato alla damnatio memoriae di Akhenaton, atto conclusivo dell’eliminazione dell’eresia amarniana, ovvero quel monoteismo di cui parla Freud ne “L’uomo Mosè e la religione monoteistica“.
La star della sezione egizia, però, è la mummia di Usai, figlio di Nekhet e Heriubastet, un uomo della XXVI dinastia, di cui è presente l’intero corredo funerario, composto dai due sarcofagi, uno antropoide e l’altro a cassa con pilastrini angolari e coperchio a botte.
Durante la visita c’era un’archeologa che raccontava la storia di questo personaggio o meglio della sua mummia ad un paio di famiglie con pargoli al seguito; alla domanda di uno dei bambini – età tra i 7 e i 9 anni – su cosa contenesse una scatola rettangolare facente parte del corredo, l’archeologa non ha riposto, imbarazzata, imbarazzo anche dei genitori di cui uno – una madre – ne è uscita spiegando che conteneva quello che hanno i bambini e le bambine no: un bel caso di inibizione.
Notevole anche la collezione di Ushabti, statuette in materiali vari, il nome significa “colui che risponde” perché, rianimati da una formula magica, presa dal capitolo VI del Libro dei Morti, che portavano, quasi sempre, iscritto o inciso sul corpo: “O ushabti! se io sarò chiamato, e se io sarò numerato per eseguire ogni sorta di lavori che sono eseguiti nel mondo sotterraneo… e sarò numerato in qualunque tempo per fare prosperare i campi, per irrigare le rive, per trasportare le sabbie dall’oriente ad occidente, “eccomi”, dici tu allora” (cit. da Sovrintendenza per i beni archeologici dell’Emilia Romagna), a quel punto essi erano obbligati a sostituire il defunto nei lavori dell’oltretomba.
L’uso di porre queste statuette, a forma di mummia oppure con la zappa o il sacco delle sementi in spalla, inizia nel Medio Regno e si protrae fino all’epoca tolemaica: evidentemente gli egizi avevano una gran paura di faticare nei lavori agricoli dell’aldilà.
Numerosi e molto belli anche gli amuleti di svariate forme e dimensioni.
Non so se avete capito che ritengo d’obbligo una visita a questo delizioso museo.
Bologna, 19 febbraio 2023 memoria del Beato Giuseppe Zaplata religioso e martire