Siviglia, nove anni dopo, una vacanza con varie novità, ma prima un antefatto: partenza prevista per sabato 18 gennaio, ebbene giovedì 16 mi sveglio con un forte dolore al ventre che persiste anche il giorno successivo, tanto che, dolorante e disperato, mi reco dal dottore.

Il mio medico di famiglia, oltre a essere molto competente e perennemente in ritardo, è persona intelligente, ironica e cordiale; mi riceve con una sua affermazione tipica: “oggi mi fanno solo richieste assurde, impossibili!”, al che ribatto che anch’io sono lì per una richiesta miracolosa: “domani ho l’aereo per Siviglia e l’albergo già pagato, mi salvi la vacanza, la prego!”; il dottore mi preme dove deve e mi riempie di medicinali che mi prescrive per alcuni giorni e, il miracolo si è compiuto: il dolore lentamente scema e riesco a trascorrere la maggior parte dei giorni di vacanza senza dolori (ma mi sentivo una farmacia ambulante).

Partenza, dunque, da Bologna dove mi attende, questa è la novità inaudita, un compagno di viaggio insperato; si tratta di un amico e collega cui avevo fatto la proposta tempo fa e che lui aveva accettato subito, senza obiezioni, lasciandomi molto stupito.

Se escludo la vacanza a Vienna, con l’Ipa di Riccione, ormai risalente a secoli fa e fatta in torpedone, questa è stata quella più lunga che mi sono concesso; certo mancava l’ottimo Agostino (mi manca non poco la sua compagnia), ma Stefano è stato un compagno delizioso; un amico che ho ritrovato in concomitanza con la malattia e la morte di Federico.

Sono stato davvero bene, vagando per la città, di chiesa in chiesa oppure tra un monumento ed un’installazione; anche il tempo è stato favorevole se escludiamo l’ultimo giorno, in cui l’acqua è scesa dal cielo ininterrottamente e con un’abbondanza inconsueta per l’Andalusia.

Non farò un resoconto dettagliato dei giorni di permanenza in Andalusia, rimando questa titanica opera ad altri post, ma voglio fissare alcuni punti.

Ho trovato una città, almeno il centro storico, pulita e ordinata, piena di monopattini e biciclette a noleggio, quasi assenti quelle private, con discreta presenza di polizia, sia locale sia nazionale; com’è scontato, il centro è molto turistico e non sempre la qualità dei cibi è stata all’altezza delle aspettative, ma abbiamo trovato alcune tapas ed una paella deliziose, così anche alcune colazioni (adoro i churros col cioccolato ma anche i dolci di un bar – Love Horno Artesano – in piazza de Alfalfa).

Ma lasciamo stare questi dettagli; la cosa che più mi ha colpito, oltre la presenza di alcune chiese (secondo Stefano troppe),  caratteristica che si nota con estrema frequenza, è la presenza di numerosissime immagini sacre, sulla scorta delle nostre Maestà, ma, a differenza delle nostre edicole sacre, normalmente dipinte, qui è il regno delle mattonelle che in spagnolo si chiamano Azulejos.

Con questa piastrelle viene rappresentata qualsiasi cosa; dalle scene sacre alle insegne dei negozi, niente sfugge ai colori brillanti di queste mattonelle.

Ma torniamo alle chiese: sono quasi tutte molto belle, alcune mi sono sfuggite sia a causa di orari non proprio tourist friendly, sia perché mi trovavo in compagnia ed ho trovato giusto privilegiare il compagno di viaggio.

Tutte belle, abbiamo detto, ma anche decisamente connotate da una caratteristica comune: l’eccesso, declinato in due forme, l’eccesso di decorazione e l’eccesso di dolore, anzi di angoscia.

A Siviglia ogni cappella è occupata da un retablo, di dimensioni sempre importanti, in tutti quest retabli o retablos, c’è un protagonista quasi sempre sofferente; o il Cristo del Gran Poder (Jesús del Gran Poder), che a dispetto del nome, porta la croce, o la Madonna addolorata con una spada nel cuore oppure qualche santo gesuita che contempla un teschio o, ancora san Girolamo penitente che si colpisce il torace con una pietra.

Assai diffusa anche la rappresentazione della testa di san Giovanni Battista, deposta sul vassoio che i vangeli ci dicono utilizzato per consegnarla a Salome.

Troppa decorazione, dicevo, quasi anche per me che non amo certo la sobrietà, come se il pensiero si fosse avvitato su se stesso, incapace di uscire dalla fissazione, in un continuo, instancabile arzigogolare che riempie ogni spazio, lasciando quasi senza respiro; mi venivano in mente quelle sedute di psicoanalisi in cui il paziente si perde in un continuo dettaglio, approfondimento se vogliamo, di un problema dal quale non ha speranza di uscire fino a che l’analista non lo invita a dedicarsi ad altro.

Un troppo di pensiero che parassita il pensiero stesso, rendendolo inefficace; questo eccesso.

L’impressione è che non si sappia come uscirne; col barocco della controriforma la chiesa cattolica una soluzione sembra trovarla, ma del tutto inefficace: lo splendore degli ori, la dimostrazione di ricchezza e potenza invita il fedele alla sottomissione; la chiesa si propone come porto sicuro contro le sfide della modernità e dei pericolosi protestanti: in questo periodo sale in primo piano la questione educativa, il primato dell’educazione.

Il pensiero smarrito cerca una strada (come la nevrosi una soluzione), che nemmeno la controriforma sarà in grado di trovare.

Ci trovo un importante parallelo con la corrida (che anche stavolta non sono riuscito a vedere); cos’è la corrida se non la rappresentazione dell’eroe che sfida la morte? Non so se sia azzardato equiparare il coro della tragedia greca con gli spettatori della corrida ma entrambi sono partecipi di quanto avviene in scena e nell’arena.

Il torero, vestito in modo improbabile anche per uno come me, teatrale, esegue uno spettacolo in cui deve dimostrare al pubblico che mette realmente a repentaglio la vita per trionfare sul toro in una contrapposizione che è sempre esiziale: vita – morte, ragione – istinto.

La tecnica, che deve essere impeccabile e raffinata per vincere il toro e ricevere il premio, la si acquisisce con duro sacrificio ed allenamento, non è un sapere per tutti ma solo dell’eroe perché solo a lui sarà riservata la gloria che è un pallido surrogato dell’immortalità.

Al pubblico spetta la contemplazione dell’evento e  la partecipazione alla rappresentazione della morte e alla sua sconfitta, è uno spettacolo che angoscia e consola, ma di una consolazione illusoria, temporanea.

Questo è quanto mi porto a casa da Siviglia poi, ovviamente, tanta bellezza perché ci sono opere davvero splendide che vale la pena guardare con attenzione e di cui parlerò, magari in dettaglio, in seguito.

Il secondo bottino viene da Stefano, che mi ha onorato e stupito quando ha accettato ed è stato un compagno di viaggio davvero splendido; mi sono trovato subito a mio agio con lui anche se devo ammettere di averne una tremenda soggezione.

Abbiamo condiviso ogni meta, salvo il Museo de Bellas Artes, peraltro tappa imperdibile di Siviglia – che probabilmente era troppo anche per lui; non c’è stato argomento che non abbiamo trattato, spaziando dalla religione alla politica allo sport (ebbene è capitato di parlare anche di questo argomento); ho un solo rimprovero da muovermi, quello di essermi lasciato trascinare, spesso e volentieri, dalla mia indole di argomentatore che ama il paradosso, cosa che credo non sia stata molto apprezzata, ma spero di poter rimediare in futuro.

Per meglio spiegarmi ho fatto lo scemo estremizzando le mie ben note posizioni politiche ed ecclesiastiche, ovviamente conservatrici, mentre avrei dovuto fare emergere altri aspetti del mio pensiero che sono, purtroppo, rimasti in ombra.

Io e l’ottimo Stefano siamo diversissimi sotto ogni punto di vista salvo uno, imprevisto, che mi ha molto divertito: nonostante la sua pluridecennale esperienza nei boy scout, ho scoperto che abbiamo identico senso dell’orientamento, pari a zero (io) o quasi (lui), non c’è stata una sola volta che, volendo tornare in albergo, nel centro  di Siviglia, abbiamo azzeccato la strada al primo tentativo, cosa che non ci è stata, tuttavia, di alcun ostacolo poiché è riconosciuto universalmente il mio fiuto per le chiese ed i musei, che mi spuntano davanti al naso quasi senza che me ne accorga.

Altra considerazione interessante: in compagnia di Stefano non hanno avuto spazio alcuno i miei “demoni”, né ho dedicato spazio al lavoro che, come mai mi era accaduto, è rimasto totalmente fuori dall’uscio.

Chiudo con l’idea, sempre di Stefano (io mai l’avrei pensata), di rientrare da Cordoba (abbiamo lasciato Siviglia per un giorno) utilizzando blablacar, cioè rientrando con sconosciuti; non mi sono opposto (so che Stefano non è uno da colpi di testa) e ne sono rimasto molto soddisfatto perché abbiamo condiviso il viaggio con una giovane, carina e simpatica ragazza, Pilar, che si è rivelata molto interessata alla mafia italiana, il che mi ha dato modo di sfoggiare il mio fluente spagnolo.

A lei ho chiesto anche lumi sulla distinzione tra le diverse divise che ho visto presenti in Spagna, nei miei viaggi: la Guardia Civil, la Policia Local e la Policia Nacional, me le ha chiarite solo in minima parte; al contrario, parlando di politica, le ho spiegato la mia posizione, senza equivoci, sfruttando una famosa citazione: “Viva España, viva el Rey, viva el orden y la ley”.

Un bilancio positivo a tutto tondo, nonostante la pioggia quasi torrenziale che ci ha accompagnato l’ultima mattina e gli inconvenienti (mi sono dimenticato di inserire la batteria nella macchina fotografica e non solo, poi mi si è completamente scaricato il telefono che rifiutava di farsi ricaricare, col problema che su quello avevo la copia della carta d’imbarco) che ci hanno limitato un po’ i movimenti; non ho visitato tutto quel che avrei voluto ma è andata bene così.

Grazie a Stefano

Siviglia 18 – 23 gennaio 2020