Mors et vita duello conflixere mirando: la morte e la vita si sono affrontate in un prodigioso duello ed oggi, ancora una volta, come ogni giorno per migliaia di persone, la morte ha preteso il contributo che le è dovuto, si è presa il mio amico Federico.

E io mi trovo, da solo, davanti ad una tastiera, a piangere a dirotto: mi commuovo facilmente, questo è risaputo, ma in questo caso …

Ho incontrato Federico al liceo, entrambi finiti casualmente nella sezione B del liceo scientifico Giacomo Ulivi, 41 anni fa, il 10 settembre 1978; ci siamo conosciuti col tempo, non il primo giorno, ovviamente.

Il rapporto non è partito bene, agli inizi: Federico appariva ai miei occhi di campagnolo impacciato e timidissimo, come lo spigliato ragazzo della buona borghesia parmigiana, il che mi intimidiva e non poco.

Poi, in seconda, commise l’errore di prendere il motorino, il mitico Garelli rosso, per farci un giro (poche centinaia di metri), senza il mio permesso, colpa tremenda per uno che aveva, allora, un caratterino definibile come leggermente rigido (non sono migliorato di tanto).

Per un po’ lo tenni a distanza (come si tiene a distanza quello verso cui si prova interesse), poi, finalmente, diventammo amici, una strana amicizia, la nostra, inspiegabile per molti aspetti.

In un qualche modo io ho svolto il ruolo di padre, di persona saggia ed equilibrata cui ricorrere nei momenti di difficoltà o stanchezza, il che la dice lunga su quanto fossimo fuori testa (citando il Vangelo di Matteo, cap. 15: “Ciechi e guida di ciechi”).

Abbiamo passato moltissimo tempo assieme, studiando come matti; all’esame di maturità fummo protagonisti di un curioso episodio: il buon Federico non si sentiva forte in matematica così escogitai un diabolico piano.

Avevo pensato di portare con me una confezione di, non ricordo il nome corretto, forme geometriche di plastica, utili per aiutare nei disegni di parabole, ellissi e iperboli varie; questa confezione, sottile e trasparente aveva, come fondo e sostegno, un cartoncino bristol bianco; secondo gli accordi, in caso di necessità, avrei copiato sul cartoncino gli esercizi, lui avrebbe chiesto se qualcuno, in aula, avesse quegli strumenti, casualmente sarei stato l’unico ad averglieli e … immaginiamo il resto.

Lui finì nel primo banco, di fronte alla commissione, io verso il fondo dell’aula per cui l’unico modo di comunicare era quello che avevo pianificato; così facemmo ma con un inghippo: la lunghezza degli esercizi era tale che fui costretto a saltare alcuni passaggi puramente di calcolo; lui, nell’agitazione del momento copiò pedissequamente e saltò quei passaggi, banali ma inevitabili, che lo fecero smascherare.

Prese un voto non eccellente, non adeguato al merito della persona, ma l’emozione gioca brutti scherzi ed entrambi ne eravamo spesso vittime consapevoli.

Abbiamo continuato a frequentarci, agli inizi dell’università, che furono duri per entrambi, ma nessuno dei due rinunciò al proposito di laurearci: nel caso di Federico, ricordo che aveva affermato, in classe, un giorno, che desiderava fare il medico e mai cambiò opinione; è stato un medico eccellente e di grandissima umanità come i tanti pazienti dell’ospedale dei bambini e non solo potranno testimoniare.

Ha creduto nel suo lavoro e nell’importanza di agire con umanità, cosa non comune a tutti i camici bianchi.

Superate le difficoltà degli inizi, ci siamo persi di vista e per un bel po’ di anni; io me ne sono andato a vivere in quel di Rimini e ciascuno ha pensato ad altro.

Ci siamo ritrovati, dopo un po’ di tempo, e tutto è ricominciato con la freschezza e spontaneità di una volta.

Abbiamo cenato assieme, svariate volte, coinvolgendo anche quell’orso del buon Paolo Fabbri, quasi fossimo tre moschettieri, uniti da una profonda stima reciproca, abbiamo parlato di tutto, non c’è stato argomento che, con Federico, non abbia affrontato, probabilmente conosco la sua vita tanto quanto sua moglie ed il suo confessore.

Sapeva di poter parlare senza timore di essere frainteso o giudicato.

Capitava che lo andassi a trovare, negli studi medici dell’ospedale, mentre era reperibile per l’elisoccorso, portavo qualche pasticcino e ci bevevamo un caffè, scambiando 4 chiacchiere.

Superfluo dire che quando ho avuto bisogno di una consulenza o di un aiuto non si è mai tirato indietro; gli debbo, per questo la mia gratitudine e quella di mia mamma e mia zia. 

Poi è arrivata la malattia e tutti ci siamo chiesti perché lui; è una domanda comune, credo, di fronte alle tragedie che colpiscono chi ci è caro.

Anche Paolo mi ha posto tante domande, alle quali non ho una risposta, io stesso ne ho alle quali non saprei cosa dire.

Federico ha vissuto tutto il travaglio di questi mesi ed anni, con forza, sopportando il dolore e il venir meno dell’autonomia e delle forze, un calvario che lo ha messo a dura prova.

Ci siamo sentiti quasi quotidianamente, anche solo due parole, per sapere come stava; mi sono illuso che le difficoltà di parola degli ultimi giorni fossero dovute alle conseguenze delle terapie.

Avrei voluto essergli a fianco nel momento supremo, ma non è stato possibile, pazienza.

Ora tutto è confuso e mi vacilla attorno anche se, andato al lavoro, non credo di avere fatto trasparire nulla.

Verso sera, a fine turno, mi veniva da pensare: adesso devo chiamare Fede, oppure “tra poco mi chiamerà Fede”, poi mi sono detto: no, da oggi non arriverà più la chiamata, né sarò io a sentirlo, da oggi tutto cambia.

Non so come sarà il paradiso, quello che so è che il dolore di questi anni ha rappresentato il purgatorio.

Adesso Federico sta bene, quello che di buono ha fatto, in tanti anni di lavoro, non andrà disperso, sarebbe la crudele beffa di una natura matrigna, ma verrà conservato e ritrovato, depurato, alla conclusione dell’esistenza terrena,

In paradiso ci sarà tutto ciò che è buono e bello e giusto è stato fatto da Federico e non sarà poco.

Io non sarei quel (poco) che sono se non ci fosse stato Federico.

Federico ora proteggici, accompagnaci, sostienici tu.

Parma, 12 novembre 2019 memoria di San Giosafat Kuncewycz Vescovo e martire