Primo anniversario

Un anno, è trascorso un anno, termine che don Piero Sancisi, di venerata memoria, diceva essere il tempo giusto per un lutto importante; ovviamente non lo diceva lui soltanto ma ricordo chiaramente le sue parole in proposito.

Nel mio caso, come avevo ampiamente previsto, il lavoro non si è affatto concluso e forse non giungerà mai a conclusione: ognuno ha i propri fardelli e questo è uno di quelli che mi affatica da tanti anni.

Dicevo che è trascorso un anno: non è stato costellato di eventi particolarmente significativi, se escludo la laurea della mia cara nipote Laura.

Ho reimparato a vivere come vivevo in quel di Rimini, mi sono abbastanza isolato, nonostante le buone intenzioni in senso opposto, insomma nulla di particolare.

Tengo la posizione.

Stamattina messa in parrocchia, visita al cimitero, mentre nel giardino è fiorito il primo narciso della stagione, margherite e viole costellano il verde muschioso dell’inverno, ed il pomeriggio l’ho dedicato alla visita della casa natale di san Guido Maria Conforti, dove c’è una cappellina che ho trovato aperta e dove mi sono brevemente intrattenuto.

Ho allargato lo sguardo alla corte, grande, dove un tempo vivevano famiglie numerose, dedite alla mezzadria, cioè al lavoro nei campi e nella stalla dividendo i frutti col padrone.

In questa corte, tipica della campagna emiliana, viveva una famiglia di mezzadri in cui la moglie del contadino, incinta del settimo figlio, proprio qui dava alla luce la seconda femmina e settima creatura.

Erano i miei nonni Angiolino e Ines e la figlia si chiamava Franca, colei che 26 anni dopo avrebbe dato alla luce il suo primogenito, che oggi scrive queste misere righe in memoria.

Una vita anonima, mi viene in mente il termine scialba (ma sono ingeneroso, lo so), quella di mia mamma, costellata dal tanto duro lavoro, cui non si è mai sottratta né mai risparmiata, forse due storie d’amore (di una sono certo, sulla seconda nutro qualche dubbio) poi cura della casa, dell’orto e giardino.

Estrema sintesi ma non voglio dilungarmi.

Non sto esprimendo un giudizio negativo, ma una semplice descrizione di una vita vissuta nell’anonimato, senza grandi imprese, come la mia e quella di tanti che conosco.

Non ho mai capito perché abbia deciso di frequentare e poi sposare mio padre: mi rimane mistero irrisolto, che non ho mai osato illuminare e dissolvere parlandone con lei, un fortissimo senso del pudore ha sempre trattenuto entrambi dal fare cenno a qualsiasi forma di rapporto amoroso.

Non ho mai parlato di questi argomenti con lei, né mai mi sarei sognato di pronunciare certe parole volgari attinenti alla fisicità delle persone.

Durò poco il rapporto con mio padre, si ruppe in tantissimi cocci: abbiamo pagato tutti un prezzo decisamente troppo elevato, ma su questo sono arrivato ad un giudizio di pace.

L’indulgenza plenaria che ho (spero) di avere acquisito nella mia ultima visita ad limina apostolorum l’ho dedicata a lei, così oggi sono abbastanza fiducioso che sia in quel luogo che noi cristiani chiamiamo paradiso, intenta a chiacchierare con il mio caro san Roberto Mastri, con Federico, col santo professor Maurizio Malaguti, che conobbe in occasione della mia laurea, ma non solo chiacchierare, piuttosto a lavorare, senza fatica e con profitto, dedita alle attività che aveva trascurato durante la vita terrena.

E ad allietare le loro attività spero che ci sia l’amatissimo Briscoletto: mi aggrappo ad una frase del compianto san Roberto: “nulla di quel che di buon ci è accaduto andrà perso”, quindi anche il micio che ne combinava di tutti i colori, sarà con lei.

Non riposare, cara mamma, ma lavora, in pace.

Parma, 26 febbraio 2026, memoria di sant’Alessandro di Alessandria, pariarca

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