Per la prima volta, causa bidone (giustificato) del mio consueto compagno di viaggio, sono partito con un’amica (dovevamo essere in 5, ci siamo ridotti in due), la cara Silvia. Partenza da Bologna, come al solito; con Ryanair, come sempre, sotto la pioggia… arriviamo a Siviglia con un tempo bigio che mi fa temere che siano falsi i luoghi comuni sul clima di questa città, ho quasi freddo.

Appena usciti dal terminal, la fermata dell’autobus (la domenica una sola corsa ogni ora) è assai comoda anche se un passaggio un po’ più frequente di mezzi non guasterebbe (biglietti venduti a bordo a 2,30 € – andata e ritorno con leggero sconto ma valida solo se effettuata in giornata cosa che lo rende praticamente inutile).

Nella lunga attesa riesco a procurarmi la piantina della città (c’è l’ufficio turistico all’interno dell’aeroporto) distribuita gratuitamente; con l’autobus arriviamo alla stazione ferroviaria di Santa Justa in pochissimo tempo (una decina di minuti) e da lì, a piedi, fino all’albergo, un delizioso (ed economico) albergo vicino al Museo de Bellas Artes (Hotel Zaida).

Alla reception c’è un ragazzo molto gentile che ci informa che le camere saranno disponibili dopo le 12.30, tuttavia ci indica dove depositare le valigie così che iniziamo subito un giretto esplorativo.

Debbo dire che l’albergo, silenzioso per essere in Spagna, è stato ricavato da una tipica abitazione col patio ed ha riscontrato la mia approvazione nel rapporto qualità prezzo visto che le camere erano grandi e pulite, certo qualche dettaglio da sistemare ma ci tornerei sicuramente (35 euro a notte in una camera spaziosa anche se la finestra dava sulla sala interna).

Pomeriggio dedicato alla Giralda e alla Cattedrale: le parole si rivelano insufficienti per parlare di ciò che ho avuto il piacere di contemplare e, d’altro canto, vorrei trovare forme alternative al ripetere, che rischia di sconfinare nella noia, quanto belle sono le opere dell’ingegno che nei secoli l’uomo ha saputo realizzare.

Dicevo la Cattedrale: ingresso a pagamento (8 € comprensivi della visita alla Chiesa del Salvatore) ma ne vale la pena; il retablo mayor ed il sarcofago di Colombo (oltre ad un paio di altri sarcofagi di vescovi) sono ancora davanti ai miei  colmi di ammirato stupore. Direi che nessuna cattedrale spagnola ha mai deluso le mie aspettative.

In Andalucia il barocco supera sè stesso, la sovrabbondanza delle decorazioni è talmente ricca ed esagerata da non lasciare uno spazio vuoto per una pausa… altra caratteristica sono le statue in legno decorate che mai ho visto in tale quantità e, per la quasi totalità, tutte dedicate a Gesù e alla Madonna sofferenti.

Il contrasto è stridente, violento: da una parte il sole, il calore, la simpatia, dall’altra questo senso di morte e di sofferenza così sfacciatamente esibite in tutte le forme, come se non fosse possibile trovare una soluzione a questa opposizione (un po’, insomma, come l’Ade greco).

Visitata anche la chiesa del Salvatore ed altre chiese sparse, ci dedichiamo alla Casa de Pilatos, interessante esempio di abitazione  andalusa; anche qui ingresso a pagamento (sempre 8 €) con inclusa una breve visita guidata  con un giovanotto gentile e simpatico che mi ha permesso di capire tutto quello che diceva (eh sì, i miei progressi nella comprensione sono evidenti).

Il giorno successivo è sotto l’egida del los reales alcazares (7,50 €): anche qui non ho da dire altro che è bellissimo; assomiglia all’Alhambra (o viceversa, non so quale sia il più antico) solo che è più piccolo ma più colorato, un gioiello che merita davvero la visita; con l’aggiunta di 4,20 € si può visitare, al primo piano, anche il Cuarto Real Alto ovvero la residenza reale (visita con audioguida in numero ristretto); ovviamente non sazio mi sono poi trasferito alla Plaza de Toros e alla biglietteria del teatro della Real Maestranza per cercare di comprare i biglietti della Traviata, esauriti purtroppo.

Dai tori al flamenco il passo è breve così ci siamo spostati al museo del flamenco ove era in corso uno spettacolo gratuito, anche se ormai alla fine: breve esibizione di flamenco con una ballerina seguita da altra che si è lanciata in una interessante danza del ventre … la mia preferenza è per il flamenco!

Nonostante le piaghe ai piedi della povera Silvia, che stoicamente non ha ceduto al dolore per seguirmi ovunque, il cammino è continuato fino all’Hospital de la Caridad  (5 €) fondato da Don Miguel Mañara ovvero il personaggio storico che ha fornito il materiale per la creazione del personaggio di Don Juan, ovvero Don Giovanni.

Nel girovagare tra chiese ed oratori, incontriamo un tipo che mi informa (che abbia colto nei miei occhi un interesse che manco io pensavo di avere?) che la stessa sera si sarebbe svolto, in quella chiesa, un concerto di musica barocca spagnola e inglese, precisando, sant’uomo, che era pure gratuito. Potevo mancare? certo che sì, però, smentendo le previsioni, ho deciso di andarci, ovviamente di comune accordo con la mia compagna di viaggio.

Bel concerto, anche se i miei gusti musicali sono assai rozzi e la mia incompetenza è riconosciuta universalmente ho apprezzato con sincero entusiasmo soprattutto i brani musicali di Purcell; il coro è stato, in ogni caso, davvero molto bravo ed è stata una serata davvero piacevole e inusuale.

Il giorno successivo, mio compleanno, inizia con la visita ad un piacevole museo de bellas artes  (gratuito per i cittadini comunitari muniti di documento) per trascorrere nella visita ad un altrettanto gradevole all’Hospital del los venerables sacerdotes e al Palacio de Lebrija (8 € per la visita completa con visita guidata dell’appartamento al piano nobile, 4 per visitare solo il piano terra) dove,  al piano terra, ci sono dei bei mosaici pavimentali recuperati dagli scavi romani vicini alla città.

A pranzo ci sbafiamo la cola de toro che tanto avevo decantato dopo averla mangiata a Madrid: stavolta non è andata bene come la precedente, la mia era tiepida se non fredda e la digestione ha richiesto varie ore; non che questo inconveniente ci abbia frenato. La sempre più santa e martire Silvia mi accompagna a visitare la Cartuja, cioè il Monastero di Santa Maria de las cuevas, centro andaluso per l’arte contemporanea.

Avevo visitato, in precedenza, la Cartuja di Granada che mi aveva incantato, così che l’aspettativa era grande: sotto un sole cocente che stava mettendo k.o. la povera Silvia (non ha mai ceduto, però, né si è tirata indietro), dopo una pausa per rinfrescarci le idee al bar del museo (Silvia ha chiesto un te verde freddo e le è stato preparato un te bollente,  al che stava svenendo, salvata all’ultimo momento dalla comparsa di un bicchiere coi cubetti di ghiaccio; non hanno bibite già pronte come abbondano da noi).

Dopo avere seguito isolate frecce rosse sparse in giro per un parco dove non c’era un cane (il caldo aveva iniziato a farsi sentire con un sole che ricordava a tutti l’inizio dell’estate) troviamo infine la biglietteria dove scopriamo che l’ingresso, quel giorno era gratis.

Altro giro in cerca dell’ingresso (un paio di indicazioni in più non guasterebbero) per riuscire a vedere una bella mostra di fotografia ma, all’inizio la struttura è deludente perchè sembra mancare tutto del glorioso passato.

La sorpresa l’avrò poco più tardi quando potrò visitare una cappella dove sono sepolti i benefattori del monastero: bella, bellissima, vale la pena venirci solo per questa. Curiosa una statua giacente su uno dei sarcofagi: aveva un buco in bocca che abbiamo scoperto essere dovuto al fatto che il personaggio ritratto era morto a causa di una freccia, ricevuta, appunto in bocca.

In questo monastero, utilizzato poi come fabbrica di ceramiche, è stato sepolto anche Cristoforo Colombo, per una quarantina d’anni… ed ancora è rigoglioso un grande albero che la leggenda dice piantato dal figlio del genovese.

Durante la visita della Cartuja è accaduto il fatto più simpatico di tutta la vacanza, e devo ringraziarne, ancora una volta Silvia: lei ha conosciuto un giovanotto e si è messa a chiacchierare con lui fino a che, giunto sul posto a recuperarla (si era presa una pausa), me lo ha presentato.

Abbiamo passato un’oretta buona a chiacchierare amabilmente ed è stata un’esperienza davvero simpaticissima e che mi ha messo di ottimo umore per vari giorni e questo perchè la situazione mi è sembrata da subito straordinaria: capitato in Spagna (abitata da vari milioni di persone che parlano lo spagnolo) ho avuto modo di chiacchierare e praticare così il mio spagnolo con un ragazzo tedesco che parlava tanto e gesticolava (come gli ho fatto notare due caratteristiche inconsuete per i gelidi tedeschi) proprio come un italiano qualunque.

Ho potuto parlare spagnolo come mai fino ad ora  e la cosa mi è piaciuta tantissimo, poi con un ragazzo, studente di informatica a Karlsruhe, intelligente e con un pensiero competente che, combinazione ulteriore, si chiama Sebastian (come il nostro santo protettore), insomma una serie di coincidenze che a volerle predeterminare mai ci sarei riuscito.

Divertito dall’incontro, terminata la visita della ormai mitica Cartuja ci siamo portati a visitare un altro po’ di chiese (ero in astinenza) così che anche per Silvia resterà una vacanza significativa per avere battuto tutti i suoi record personali di visita a luoghi sacri, il girovagare ci ha portati pure nella Iglesia de Jesus del Gran Poder dove la sera prima un matto aveva preso a botte la statua di Gesù, fratturandogli un braccio.

Dimenticavo anche la visita al Barrio di Santa Cruz che, ancora una volta, mi ha ricordato Granada, carino ma niente di straordinario almeno per i miei gusti.

Dopo esserci dedicati ad alcune compere, libri per me e Silvia, un cd per il mitico Gabriele e tshirt per i miei supernipoti (tutti promossi, con Simone, il maggiore che ha chiuso con le scuole medie superando il tanto temuto – da noi – esame di terza media) ci siamo concessi una cenetta a base di pinchos, deliziosi parenti dei nostri tramezzini per tornare poi in albergo a fare le valigie.

Il mattino seguente prendiamo il filobus che ci porta fino alla fermata del bus per l’aeroporto, così è finita questa splendida vacanza.

Alcune cose mi hanno un po’ deluso in questa bellissima città: come a Granada gli escrementi canini sparsi ovunque non sono certo un bel segno di civiltà, il costo e la difficoltà a trovarle, delle bottiglie di acqua gasata; tutto il resto mi è piaciuto anche se la città, la domenica soprattutto, sembrava disabitata, praticamente deserta con tutto ben chiuso, che non mi sembra l’ideale per una città turistica anche se, devo dire, la cosa non mi ha turbato più di tanto (che facciano meglio loro di tutti quei commercianti riminesi che passano intere giornate estive dentro a negozietti tutti uguali e che vendono in buona parte robaccia fino a tarda ora?).

La Spagna mi è sempre nel cuore tanto che, stavolta, ho provato a fare un breve resoconto del viaggio anche nella loro meravigliosa lingua come si può leggere nell’articolo precedente.