Il giorno dell’arrivo a Siviglia, di pomeriggio, non abbiamo potuto combinare gran che salvo vagare per il centro, nei pressi della Cattedrale; non ricordavo quasi nulla della visita precedente, per cui il mio senso del disorientamento ha da subito prevalso su ogni altra considerazione.

Scartata la proposta di andare alla Messa prefestiva, ci siamo dedicati alla circumnavigazione della Cattedrale per scoprire quale fosse l’ingresso per i fedeli poi una cenetta in tranquillità, una seconda passeggiata e via a dormire.

Il primo giorno è domenica, quindi santa Messa, in Cattedrale, con un sacerdote che parla del Cordero de Dios in termini interessanti, senza dilungarsi in manfrine moralistiche: 35 minuti di Messa che sono andati più che bene, poi colazione con churros e chocolate all’esterno di un negozietto piccolo, lungo e stretto.

L’accesso per la funzione religiosa ci permette di dare un’occhiata all’interno della Cattedrale ma sarà solo il giorno successivo, pagato il biglietto, che potremo godercela per quel che merita.

Il pomeriggio è dedicato ad un altro luogo simbolo di Siviglia, il famoso Alcázar, il più antico palazzo reale d’Europa e residenza dei sovrani di Spagna quando visitano la città.

L’Alcázar è un luogo splendido, che mi ricorda  l’Alhambra di Granada, con la decorazione tipica dello stile mudejar (arco a ferro di cavallo, decorazioni a stucco cesellato policrome  dette yeserias e in ceramica i cosiddetti azulejos); questo stile, molto utilizzato da Pietro I di Castiglia (detto il Crudele o il Giustiziere secondo la fazione avversa o sostenitrice: la storia scritta dai vinti o dai vincitori è un tema costante nella storia dell’umanità) mostra come la differenza di culture abbia portato innumerevoli guerre ma anche esiti culturali di grandissimo valore. 

La visita dell’Alcázar è un lieto perdersi tra stanze che ripetono quasi ossessivamente motivi arabescati, piscine e giardini che ci tramandano una cosa sopra tutte: quanto amassero vivere nell’agiatezza e nel lusso i sovrani che quelle opere hanno edificato (a partire dagli arabi).

Dopo un lauto pranzo all’interno del bar dell’Alcázar, abbiamo ripreso a camminare per le vie di Siviglia  e, proprio vagando in zona, ci siamo imbattuti in uno di quei luoghi che avevo piacere di mostrare a Stefano, significativo perché legato ad una storia ad un personaggio molto interessante, che ha lasciato un’eredità non comune alla città e al mondo; sto parlando dell’Hospital e dell’Iglesia de la Caridad

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La Confraternita della Carità (Hermandad de la santa Caridad) nacque per dare sepoltura ai vagabondi, agli affogati nel Guadalquivir e ai giustiziati, persone di cui, ovviamente, nessuno si sarebbe preso la cura o perché sconosciuti o nullatenenti o motivo di vergogna per la famiglia; di questa confraternita entrò a far parte tal Don Miguel Mañara Vicentelo de Leca, un sivigliano tipico rappresentante dei nobili del Siglo de oro.

In gioventù Don Miguel si dedica alle attività tipiche dei giovani nobili, duelli in difesa dell’onore, avventure galanti, baldorie varie; mentre ventenne si reca ad un appuntamento galante viene colpito al capo e sente una voce che chiede una bara per il suo funerale; spaventatissimo, torna a casa (dove scopre che all’appuntamento lo attendevano dei sicari per eliminarlo) e decide di cambiare vita, si sposa con una brava ragazza ma rimane vedovo dopo poco tempo.

A questo punto si dedica alla Confraternita della Carità di cui diviene  anche presidente: tale fu il suo entusiasmo che coinvolse molti dei suoi coetanei della nobiltà sivigliana; la sede della confraternita si amplia per fare spazio ad un ospizio che ospita gli ultimi e ad un ospedale che assiste i poveri; Don Miguel si dedica all’assistenza dei condannati a morte e alla conversione dei musulmani.

Il 9 maggio 1679 ha termine la sua vita; sulla sua lapide, che farà porre all’ingresso della chiesa perché sia calpestata da tutti, farà incidere parole che sono testimonianza di un certo spirito culturale dell’epoca: «Qui giacciono i resti del peggior uomo che ci fu al mondo. Pregate per lui»; la chiesa cattolica lo ha dichiarato venerabile.

La storia di Don Miguel Mañara Vicentelo de Leca è stata magistralmente narrata da Oscar Milosz, un altro personaggio dalla vita travagliata.

La chiesa, esempio straordinario di opera barocca, ha la facciata decorata con azulejos (che si ritrovano anche nei cortili dell’Hospital) di colore azzurro che rappresentano i santi patroni della chiesa, Giorgio e Giacomo (San Jorge y Santiago) e le virtù teologali, fede, speranza e carità, ma è l’interno che è spettacolare.

Oltre alle opere di Esteban Murillo, tutte dedicate alla misericordia (ben 4 furono rubate dai francesi e sono sostituite da copie), ci sono due opere di un altro grande pittore barocco, Juan de Valdés Leal, una dal titolo “In Ictu Oculi” e l’altra “Finis gloriae mundi“: opere molto famose e assolutamente barocche nell’esibizione di dettagli macabri; due tele che, da sole, sono la sintesi di un’epoca in cui l’angoscia tiene la scena in ogni declinazione possibile.

Altro elemento da notare è il retablo mayor, opera di Bernardo Simón de Pineda, ove viene rappresentata l’ultima delle opere di misericordia corporale, tipica della Hermandad: la sepoltura dei defunti, qui rappresentata attraverso la sepoltura di Cristo, el Entierro de Cristo.

Il retablo rappresenta quello che la regola della fraternità prevedeva: che il corpo del giustiziato fosse accolto dalle braccia di due confratelli, a imitazione di quel che Nicodemo e Giuseppe di Arimatea avevano fatto col corpo di Gesù, per essere poi consegnato al hermano mayor, il presidente della fraternità.

C’è altro ancora da vedere, ad esempio, il pulpito, come anche i cortili dell’Hospital ove fanno bella mostra di sé altri azulejos anche di grandi dimensioni: questa è una tappa imperdibile per chiunque visiti Siviglia.

Terminata questa visita, ci concediamo una camminata verso il fiume Guadalquivir, la Torre del Oro, la Plaza de Toros ed il ponte che ci porta nel barrio de Triana che si è rivelato deludente; una bella camminata su un lungo fiume ben tenuto ed è ora di cenare e tornare, stanchi ma soddisfatti, in albergo.

Siviglia, 19 gennaio 2020 memoria di San Macario il Grande Abate di Scete, San Remigio Arcivescovo di Rouen e del Beato Marcello Spinola y Maestre Vescovo