Sono stato coinvolto in un paio di incontri, come relatore, da un amico di vecchia data, nella Romagna solatia che ho sempre nel cuore; non ho potuto rifiutare (non si rifiutano mai le richieste/proposte degli amici – attenzione a non equivocare la parola “amico” troppo spesso banalizzata) ed è finita che ho trascorso quasi due giorni a Rimini e dintorni.

La prima giornata è volata tra viaggio, pranzo in compagnia con l’amico Cristian, l’incontro formativo ed una ottima cena in compagnia di un gruppo di amici che rappresentano una consolidata tradizione di stima e affetto (qualcuno mancava, con mio grande rammarico, ma i presenti sono stati splendidi).
Casualità ha voluto che proprio nel frangente di questi due incontri venissi convocato anche presso il tribunale ecclesiastico per esservi interrogato per una questione di nullità matrimoniale.
Non mi era mai capitata una simile esperienza che ho affrontato con quegli scampoli dello spirito da incallito clericale che ancora albergano nel mio animo; avendo giurato di conservare il segreto non dirò nulla, se non che è sempre un’esperienza drammatica quella di testimoniare sulle macerie della vita di una persona cui si vuol bene.
Mi viene in mente la nota frase di Giacomo Contri «L’analista non può fare il bene, eppure lo conosce»: non ho pretese di fare l’analista ma ricordo che mi opposi a quel fidanzamento e seguente matrimonio; avevo ben chiaro l’errore e lo avevo anche chiaramente manifestato ma inutilmente, conoscevo il bene, ma, appunto, non potevo farlo.

Il che mi richiama alla mente la resistenza che l’uomo ha alla fecondazione, all’essere passivo, cioè recettore da altri, dal lavoro di altri.

Questo appuntamento mi impegna per un’ora circa, dopo di che sono libero fino alle 12:30, libero di camminare per il centro di Rimini, senza meta, a caso.

Sono allora capitato in piazza Malatesta, che ho trovato irriconoscibile rispetto ai miei tempi quando era sempre affogata di auto in sosta vietata e le svolte a sinistra, ovviamente vietate, si sprecavano nonostante l’attività sanzionatoria abbastanza frequente.

Ho trovato Porta Montanara, di cui ignoravo l’esistenza, ma tutta l’area è stata sistemata a dovere; è stato fatto sicuramente un bel lavoro, che non mi aspettavo.

Stessa sensazione di inatteso l’ho provata entrando in un altro luogo sconosciuto, inesistente ai tempi in cui ci ho vissuto io, il Giardino di Paolo e Francesca, sul retro del Palazzo dell’Arengo.

Un luogo davvero bello, con opere di artisti contemporanei che si mescolano al verde rendendo piacevole sia il godimento del verde (valorizzato dalle opere) sia quello delle opere (incastonate nel verde).

Non che tutte le opere mi siano piaciute, ma l’idea è buona e la approvo.

Dal Giardino sono passato a fare un salto nella Chiesa di sant’Agostino, altro luogo incantato di Rimini, un tempo anche cattedrale della città, con gli straordinari affreschi di Giovanni da Rimini risalenti ai primi decenni del 1300.

Sfortunatamente l’accesso all’abside dove si trovano gli affreschi è interdetto, non posso visitarli, ma la visita è sempre piacevole; mi soffermo anche davanti alla tomba del beato Alberto Marvelli, deceduto prematuramente a causa di un incidente stradale, a 28 anni.

Una vita interessante, la sua, dedicata ad attività sociali e di assistenza ma anche politica; fu il primo fondatore di una cooperativa edile non orbitante nell’area della sinistra.

Capito poi in Piazza Cavour dove scopro che i palazzi dell’Arengo e del Podestà sono stati destinati a sede del PART, acronimo di Palazzi dell’Arte Rimini; l’acronimo non è felicissimo ma l’idea mi sembra buona.

Decido di entrare, anche per rivedere quei palazzi dove ho lavorato come “direttore” della mostra del Meeting per l’amicizia tra i popoli “Antiche Genti d’Italia” (tenutasi tra il 20 marzo ed il 28 agosto 1994).

Il museo è frutto della collaborazione tra il comune di Rimini e la Fondazione San Patrignano, anche questa una buona idea.

La visita, praticamente in solitaria, è piacevole: emerge sempre la mia totale e assoluta ignoranza e difficoltà di comprensione dell’arte contemporanea m alcune opere le trovo comunque godibili alla vista.

Mi sono piaciuti, ad esempio, la Figura Galante di Sandro Chia, per il mix di colori che mi suggerisce l’idea di grande luminosità e movimento; la miscela di colori da sempre mi attrae perché mi ricorda l’eccesso di emozioni e pensieri che cerca una via per manifestarsi, per rendersi visibile e, perché no, appetibile ad altri.

PART RIMINI

Curiosa anche l’opera di Carsten Höller dal nome improbabile per me italofono ignorante, “Poster von Krutikov Fliegender Stadt“: qui il mix di colore (azzurro) e forme geometriche molto astratte mi ricorda la scienza e le sue “allucinazioni”, una sorta di Viaggio al centro della terra” o “Dalla Terra alla Luna” di Jules Verne in salsa XXI secolo.

Splendido, di Emilio Isgrò, “Le tavole della Legge o la Bibbia di vetro“; avrei preferito la scritta in latino invece dell’inglese ma l’idea di un volume (enorme) in vetro mi sembra un’ottima idea per rappresentare la fragilità di una Parola che si propone restando immutata nel tempo ma fragilissima, soggetta in ogni istante alla rottura (e quante rotture, cioè violenze ha subito la Parola nei secoli ed ancor oggi).

Non comprendo il senso della scultura di Mimmo Paladino “Dormiente” ma mi piace e non è poco; dello stesso autore apprezzo anche la tela “Cinema” che trovo a fianco di un’altra opera molto interessante, stavolta di Achille Perilli, “Coniugi perversi“: due rettangoli all’interno dei quali dei graffi lasciano intendere due figure umane, sono una buona, sebbene molto ingenua, raffigurazione di una coppia perversa; guardando l’opera si percepisce un senso di disagio e di disarmonia, di contrasto, il che è una visione, come dicevo, ingenua della perversione che, soprattutto oggi indossa vesti suadenti ed apparentemente inclusive.

Ho trovato interessante anche “Dragonfly” di Matteo Pugliese, col commento del catalogo: “È un po’ un desiderio di liberarsi da quel vincolo che spesso si traduce in lotta: l’artista sembra darci un messaggio di incoraggiamento e spinta, mostrandoci la possibilità di fuoriuscire da un ostacolo o da un problema, come fanno i suoi uomini, che con insistenza e disperazione cercano di liberarsi dalle bianche e fredde mura della solitudine e della morte”; non è questa l’idea che mi suggerisce ma l’ho trovata comunque una considerazione non a sproposito.

Molto ma molto bello “Italia a pezzi” di Pietro Ruffo, con l’esaltazione della lentezza del lavoro del disegno, davvero bell’opera.

Mi è piaciuto anche “Pittura R” di Pino Pinelli (viste le sue inziali avrebbe ben potuto chiamarla Pittura P), una serie di affari rossi appesi al muro che accompagna nella salita delle scale (sono inciampato manco a dirlo).

Un bel quadro è quello di Enzo CucchiPer le Marche sul mare“, di un bel colore giallo intenso che mi riempie sempre di allegria e buonumore.

Un’opera che ho apprezzato tantissimo, come ogni volta che ho avuto occasione di vederne una, è quella di Igor Mitoraj, “Luci di Nara“: mi piace la dimensione classica, fuori dal tempo, unita ad un senso tragico di sconfitta, che promana dalle sue creazioni, o almeno questo è quel che io vi percepisco.

Tutta la visita del piano superiore, la Sala dell’Arengo, è accompagnata da un custode molto cortese che mi ha intrattenuto, chiacchierando amabilmente di un po’ di tutto fino al momento in cui mi ha chiesto: “mi scusi, ma lei è un ufficiale dell’esercito?”, scusandosi subito dopo quasi in colpa per una domanda evidentemente ritenuta invadente.

Episodio curioso, visto che ero in borghese e non avevo fatto alcun riferimento alla mia professione che, peraltro, non è quella di ufficiale dell’esercito.

Il pezzo forte del museo resta il Giudizio Universale, unica opera di origine medioevale, di Giovanni da Rimini: il Trecento riminese è un momento nella storia dell’arte che vede la città romagnola fare proprio ed elaborare l’insegnamento di Giotto, passato da Rimini agli inizi del Trecento, diretto verso Padova, un momento di splendore che si spegnerà alla metà del secolo senza lasciare più tracce.

Il tempo scorre veloce ed è ora di avviarmi alla prossima meta, il ristorante Sabbioni, in viale Regina Elena 13, un luogo delizioso dove rivedo una vecchia piacevole conoscenza (il titolare) e dove ho modo di pranzare con l’amica Angelica e suo figlio Giacomo: un momento delizioso.

Sono stato benissimo sia per il trattamento ricevuto sia per la squisita compagnia, ma il tempo è tiranno: le 14:30 sono l’ora fatale del secondo incontro a Bellaria e devo scappare senza potermi concedere tutto l’agio che avrei desiderato.

Chiudo con un paio considerazioni generali: ho trovato Rimini, perlomeno nel centro, una città completamente diversa rispetto ai tempi in cui ci ho vissuto e lavorato io, molto bella e capace di valorizzare il patrimonio di storia e cultura che possiede.

In questi anni è stato fatto un lavoro di cui va riconosciuto il valore, a prescindere dalle simpatie o antipatie che uno possa nutrire verso l’amministrazione comunale.

Io non ho mai stimato le amministrazioni che ho avuto modo di conoscere, ma è giusto dare atto di quel che di buono è stato fatto.

Che resti ancora tanto da fare e che lo stile di governo sia sempre e ancora quello che preferisco non definire per non dire sconcezze lo rilevo da alcuni fatti di cui sono informato dagli amici.

Uno di questi episodi è esemplificativo: un gruppo di minoranza propone, in consiglio comunale, di invitare il Sommo Pontefice felicemente regnante, Francesco, in visita a Rimini, proposta bocciata dalla maggioranza.

Scelta legittima, ovviamente, se non fosse che il sindaco, espressione di quella maggioranza che il Pontefice a Rimini non lo voleva, lo invita in visita alla città.

Altri episodi? sarebbe sufficiente ascoltare le dirette del consiglio comunale per capire, ma stendiamo un velo pietoso, i riminesi, come i cittadini di ogni altro comune italiota, sono bravi a blaterare contro questo o quello sui social media ma difficilmente sanno imputare alle amministrazioni le relative responsabilità e operare perché vengano modificate scelte errate.

Ma non roviniamoci la piacevolezza di questo paio di giorni riminesi sprecando parole che nessuno ascolterà.

Un grazie a tutti e ciascuno degli amici e colleghi che hanno contribuito a questa due giorni per me da incorniciare.

Rimini, 8 marzo 2022 memoria di San Giovanni di Dio