L’11 marzo, tre anni fa, era una giornata meteorologicamente splendida, con un dolce sole primaverile.
Mi trovavo a Forlì, alle esequie del mio amatissimo amico (san) Roberto Mastri, di venerata memoria.
Mia madre, a letto, a casa, mi sollecitava a rientrare, cosa che feci, terminato il pietoso rito della sepoltura.
Sono trascorsi tre anni, come dicevo, e quella data era scivolata un po’ nel dimenticatoio, perché tradizionalmente si commemora il transito e solo in subordine la depositio.
Oggi quella data è tornata alla ribalta, il tempo meteo è decisamente più orientato verso il brutto ma non in modo deciso, un po’ di pioggia, freddino, una giornata di fine inverno; sono le 16 quando la mia amatissima zia eponima, cioè la zia Luciana, ha portato a compimento la sua esistenza terrena.
Ero al lavoro, e questo è un cruccio, perché avrei voluto esserle accanto come avvenne con la mamma, ma non è stato possibile, mai avrei pensato che avvenisse così in fretta, sebbene mi aspettassi questo evento a breve (cioè entro alcuni giorni o qualche settimana).
Ero passato a trovarla in mattinata ed avevamo scambiato 4 chiacchiere, le avevo promesso che sarei tornato a fine turno, dopo le 19, a farle un saluto e invece …
La cosa buffa è che mi ha detto: “io e te siamo vicini a morire”, alla mia obiezione che magari era meglio rimandare, si è ripresa e corretta: “io sono vicina a morire presto, non tu”, il tutto in quel dialetto parmigiano della bassa (Casalora, Ravadese, Ramoscello) che si usava come lingua semiufficiale in casa anche con mia mamma; l’ho invitata a pensare a cose più amene.
Ha continuato lodando le qualità che ci accomunavano, cioè il fatto che non crediamo di essere più furbi degli altri: non ho potuto che darle ragione.
Partendo dalle origini della mia vita, alla nascita, la leggenda narra che mia madre, non avendo pensato al nome da dare al suo primogenito (della qual cosa mi sono sempre stupito ma mai sono riuscito a gettare una luce su quello che considero un mistero per me poco onorevole, ma transeat), essendo presente mia zia, decise di prendere spunto dal suo nome e così nacqui Luciano.
Non credo a coincidenze misteriche, quindi non dipende dall’avere lo stesso nome che abbiamo avuto sempre una intesa profonda; di fatto sono cresciuto con due mamme (e mezzo, c’entra un po’ anche mia cugina).
La zia era deputata a impartire le punizioni per le marachelle più gravi:” lo dico a tua zia!” era la minaccia costante di mia madre – immagino in violazione di ogni sistema educativo previsto dalla manualistica di settore – che poteva anche salire ulteriormente di grado col supremo “lo dico a tuo zio!”, una sorta di Sauron dell’ordine costituito.
Debbo confessare di non ricordare un caso di punizione, quindi la minaccia era probabilmente la punizione stessa, chissà.
Invece delle punizioni c’è stato un affetto profondo.
La zia ha condotto una vita entro i rigidi confini del buon moralismo borghese, ispirata alla religione del lavoro, in questo “clima” sono cresciuto.
Lavoro, lavoro, lavoro, ovviamente sinonimo di lavoro, o meglio suo connotato essenziale, considerava essere la fatica, se manca la fatica il lavoro non è più tale, quindi lavoro manuale per eccellenza.
Questa attività si è esplicata in uno scarpificio, all’epoca di grande qualità e prestigio, poco distante da casa, poi in quella di nonna e casalinga.
Lei era la figura che mia madre aveva deciso dovesse prendersi cura di noi bambini, nel caso fosse venuta a mancare: questo è uno dei ricordi più drammatici che conservo, ma la zia non lo sapeva, o meglio lo sapeva ma non c’era necessità di parlarne, non avrei pensato di andare a vivere con nessun altro.
Poi ci sono stati 70 anni di matrimonio col nonno Ermes (così soprannominato da tutti) e 60 anni circa di vita fianco a fianco con mia mamma: assieme hanno anche curato e assistito mia nonna (assieme a mia cugina, a me e al mio allora giovanissimo fratello).
Non sono stati sempre rose e fiori, il caratterino della mamma era notorio, ma le mie abilità diplomatiche, universalmente riconosciute, hanno saputo smussare dove c’era bisogno.
Come mia madre, qualche pensiero cedevole verso quella che oggi chiamano depressione non è mancato, a volte qualche lamentela di troppo rivestita di parole di preoccupazione per qualche problema che, se osservato con un minimo di fiducia, si rivelava una pietruzza facilmente trascurabile.
Poi è arrivato l’ictus che l’ha un po’ rallentata, ultimamente era molto buffa perché capiva quel che le si diceva ma non rispondeva mai a tono, salvo riprendersi appena le si ripeteva la frase.
L’ho spesso intrattenuta narrandole le avventure della Pituf e di Armando (l gatto dei vicini), lei poi chiedeva sempre di mio fratello, sbagliando sempre il nome, così come di mia nipote, erano un po’ le domande ricorrenti, ogni sera.
Le raccontavo le mie avventure quotidiane, per farla distrarre dal pensare alla poltrona sulla quale era ormai condannata a trascorrere l’intera giornata.
Non ho fatto tutto quello che avrebbe meritato sebbene credo di averla ben considerata e ben trattata.
Sono contento che sia morta in casa, come ho sempre pensato dovesse accadere e come è avvenuto per la sorella minore (due sorelle e ben 6 fratelli, potete immaginare come deve essere stata la loro vita negli anni Trenta e Quaranta del secolo sorso).
L’esposizione della salma è avvenuta, per pura casualità, nella stessa saletta dove anche mia madre ha ricevuto l’ultimo saluto.
Seguendo una mia idea, è stato deciso che le ceneri verranno custodite accanto a quelle di mia madre; se e quando il Signore disporrà, io sarò il terzo occupante, così attenderò la resurrezione in compagnia delle due donne che più hanno segnato la mia vita, in ogni suo aspetto.
Debbo enorme, impagabile, gratitudine a questa zia che mi ha sempre sostenuto, con garbo e discrezione ed in questo triste momento mi torna alla mente quando eravamo in vacanza, in tenda come a lei è sempre piaciuto, credo in quel di Cesenatico, e ci preparava delle baguette tagliate a metà spalmate di burro e marmellata di amarene o burro e zucchero.
Sarà un caso ma le marmellate che prediligo sono proprio quelle di amarene (e ciliegie).
Grazie per avermi trattato bene per tutta la vita, mia amatissima zia Luciana.
Parma, 11 marzo 2026, terzo anniversario della depositio di (san Roberto Mastri)
2 commenti
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Grazie mio caro e prezioso amico; mi hai fatto ricordare, col tuo messaggio che avevo tre persone a me carissime nate nello stesso giorno, l’8 dicembre: l’amico (san) Roberto Mastri, la mia amatissima zia Luciana ed il terzo lascio a te immaginare chi possa essere