Ho casualmente saputo, oggi, che ieri, 27 dicembre, festa di san Giovanni Apostolo ed Evangelista, è deceduto don Pier Alberto Sancisi, don Piero per tutti, un sacerdote riminese che mi onoro di avere avuto come caro amico.

Ne sono sinceramente addolorato perché è venuta a mancare una persona che ha inciso profondamente nella mia vita.

Non ricordo esattamente in quale occasione ci siamo conosciuti, credo grazie ai buoni uffici di quel mito di Angelica, un’amica che è stata un tesoro inestimabile nei miei anni riminesi.

Un giorno, poi, ho accettato l’invito ad un incontro che don Piero aveva organizzato per parlare di Freud, studiato e meditato con l’ausilio delle opere di Giacomo Contri.

Abbiamo passato assieme tante domeniche pomeriggio, con altre persone che si sono unite di volta in volta, e poi allontanate, leggendo le opere di Freud e commentandole, esaminandole e paragonandole al pensiero di natura che Giacomo Contri stava via via elaborando.

Organizzò anche un convegno a Rimini, al Grand Hotel, intitolato “Mosè Gesù Freud“, il 20 maggio 2006 per sostenere il lavoro di elaborazione del pensiero di natura.

Fu anche il fondatore della cooperativa Edith Stein che, ai tempi, si trovava nella casa di fronte alla chiesa di Poggio Berni dov’è stato parroco per tanti anni.

Una vocazione adulta, la sua, e molto particolare, nata grazie all’incontro con don Giussani, durante gli anni vissuti a Piacenza come tecnico chimico presso una cementeria.

Amante dell’arte, del buon cibo e del buon vino, assunti con grande moderazione, da intenditore qual era (condividevamo l’idea che  il buon vino ed il buon cibo sono all’opposto dell’etilismo e della bulimia) ,don Piero sembrava un tipo scorbutico per via del suo parlare chiaro e diretto, poco diplomatico o accomodante, ma aveva un cuore di rara delicatezza e generosità.

Pittore egli stesso, mi aveva promesso un suo quadro, purtroppo la malattia gli ha impedito di realizzarlo, ma interessato anche alla scrittura: aveva pubblicato “La mente onnipotente”, una serie di delicati e curiosi racconti delle sue esperienze coi “mattacchioni”, sperava di pubblicarne una nuova edizione ma, anche in questo caso, il tempo è stato tiranno.

Siamo andati spesso a Milano, ai simposi della società amici del pensiero,  a Urbino, agli incontri organizzati dalla dottoressa M.G. Pediconi di cui era grande estimatore perché don Piero riteneva, giustamente, che il pensiero di Giacomo Contri costituisse una ricchezza su cui valeva la pena investire tutto: la fede, le opere, la cultura, l’arte, ogni aspetto della vita di don Piero è stato caratterizzato dal paragone con Gesù, Sigmund Freud e Giacomo Contri .

Ricordo con particolare piacere le gite, a Caldarola, a Ferrara e soprattutto a Napoli per una  mostra dedicata a Caravaggio e per vedere il Cristo velato di cui don Piero aveva letto un articolo sulla rivista FMR di Franco Maria Ricci. 

Fu un viaggio straordinario perché don Piero era particolarmente di buon umore e ben disposto verso gli autoctoni, a differenza di me che ero prevenuto e guardingo, così non si scompose minimamente quando il taxista transitò davanti all’albergo senza fermarsi e alla mia richiesta di spiegazioni si giustificò dicendo che aveva capito male l’indirizzo, errore suo ma costo extra a carico nostro.

Poi, in pieno centro storico, pedonalizzato, non ricordo esattamente in quale zona fossimo, incontrammo due bambini che scorrazzavano a bordo di due veicoli che non avrei saputo identificare: don Piero si divertiva moltissimo ad osservarli e a fare considerazioni sul loro modo di comportarsi, molto “libero”.

Altri due episodi curiosi: eravamo fermi in uno slargo di non so quale strada, guardando la piantina; senza alcun motivo apparente si fermò accanto a noi un camioncino, ne scese un uomo che ci disse: “secondo me voi cercate da mangiare, la pizza migliore di Napoli la trovate da (non ricordo il nome) che si trova qui vicino, prendendo per di là”; io ero rimasto esterrefatto, avendo l’unica intenzione di farmi i fatti miei, mentre don Piero addirittura entusiasta, partì in quarta, tutto allegro: “sì, sì, andiamo a mangiare lì”; ci trovammo in un posto dove si mangiava tutti assieme, seduti di fronte a una tavolone di marmo, senza piatti e soprattutto con i tipi di fronte a noi che chiedevano: “da dove venite?” e saputo che venivamo da Rimini, si misero a parlare ci calcio (all’epoca c’era non so quale partita in ballo che prevedeva la possibilità di una retrocessione o di un avanzamento, non ne ho idea, che vedeva coinvolta la squadra romagnola ed una campana se non partenopea).

Io di calcio non so nulla, non mi interessa, non ho mai visto una partita del Rimini, quindi figuratevi quanta voglia potessi avere di colloquiare con perfetti sconosciuti, ma anche in questo caso don Piero si divertiva tantissimo ad osservare questa umanità così “intraprendente” che io traducevo in insopportabilmente invadente; la visita proseguì con la cattedrale dove venimmo abbordati da un tipo che voleva farci da guida, ovviamente non richiesto, col mio solito scandalo e la divertita reazione di don Piero.

Il clou lo avemmo al finale, al momento di saldare il conto, quando don Piero disse all’albergatore che intendeva pagare con carta di credito: il viso dell’uomo si rabbuiò come se avessero dato della poco di buono a tutte le componenti della sua famiglia ma l’ottimo don Piero seppe ribaltare il malcontento quando gli disse che avevamo alloggiato presso quella struttura perché consigliati da non so quale avvocato riminese; il gestore, di fronte a quel nome, si aprì ad un sorriso così cerimonioso e compiaciuto che sembrava gli avessimo dato la notizia della vittoria del primo premio della lotteria.

Ancora dopo anni, ricordando questi episodi, don Piero si divertiva come un bambino e rideva di gusto nel raccontarlo agli amici.

Ci sarebbe tanto da dire senza esaurire gli interessi poliedrici e la squisita umanità di don Piero: quante volte abbiamo cenato assieme, a casa sua, ai Tre re, lì vicino, o in vari ristoranti di Milano.

A testimonianza del suo gusto raffinato ho due aneddoti che descrivono bene il suo carattere schietto: una volta, tornando da non ricordo dove, ci fermammo a mangiare a Bologna, in zona stazione ferroviaria, dove ordinammo due lasagne; una volta arrivate, don Piero mi chiese: “come sono secondo te?”, risposi in maniera interlocutoria per non fare brutta figura, inoltre ero affamato, lui le lasciò nel piatto e quando arrivò il cameriere, lo liquidò con un lapidario: “sono immangiabili”.

Una seconda occasione me lo rese mitico; era da poco cambiata la gestione di un locale che lui frequentava spesso, una sera mi propose di andarci, per sperimentare la novità; arrivati sul posto, don Piero si presentò al cameriere che fu molto (troppo) cerimonioso, ignorando con chi avesse a che fare; al tavolo ci chiese cosa volessimo bere e don Piero chiese un buon Sangiovese, il cameriere gli propose una marca di vino, decantandola come ottima, con don Piero che gli rispose, con grande semplicità “mediocre qualità”, il cameriere, superato il primo imbarazzo, fece una seconda proposta, accolta.

Arrivato al tavolo, con la bottiglia, l’untuoso cameriere fece assaggiare il vino, don Piero lo annusò, un breve assaggio e: “sa di tappo”; il cameriere stava quasi collassando ma ancora non era arrivato il meglio, la scelta delle pietanze; scegliemmo entrambi il coniglio; iniziammo a mangiarlo quando don Piero mi chiese: “come ti sembra?”, convinto, risposi che mi sembrava ottimo e lui, “sì è buono, non male, ma è riscaldato”, inutile dire che io mai me ne sarei accorto.

Si avvicinò l’incauto cameriere a chiedere se andasse tutto bene e don Piero: “sì coniglio buono, però riscaldato”, il cameriere, ovviamente, cercò di negare con tutte le forze, con dovizia di argomenti a difesa della serietà del locale ecc ecc; in quel mentre uscì il cuoco, che lavorava nel locale già in precedenza e conosceva don Piero, e, sentito il dialogo intervenne dicendo: “è vero, è riscaldato, come sostiene don Piero, gliel’ho proposto perché ritenevo che fosse venuto particolarmente bene e perché è persona che conosco”.

Don Piero ringraziò cortesemente mentre il cameriere andava a nascondersi nelle più profonde segrete del locale.

Come sacerdote, don Piero era speciale perché affrontava le questioni senza pregiudizi o clericalismi; avrebbe apprezzato poter tenere un corso sulla figura di Gesù Cristo, in seminario, ma i vescovi coi quali ne aveva fatto cenno, non valorizzarono mai questa proposta (mi sarei stupito del contrario); le sue prediche erano inconsuete e si ascoltavano con piacere ed interesse (normalmente durante le prediche sonnecchio o leggo essendo mediamente banali quando non insopportabili), la sua generosità concreta e mai esibita.

Ecco, don Piero era così, schietto e diretto ma senza drammi e senza mai rancore, colto, ricercatore, curioso.

Non parlo della sua gatta, che curava amorevolmente.

Purtroppo le circostanze della vita mi hanno portato via da Rimini e questo ha allentato le frequentazioni, non la stima e l’affetto che don Piero ha sempre meritato; devo confessare che mi sento in colpa per averlo lasciato, d’altronde ho una vita costellata di errori e fallimenti.

Non potrò partecipare alle esequie perché lavoro, ma ho iniziato a ricordarlo nelle mie preghiere per i defunti.

La sua curiosità, lo spirito di iniziativa, la libertà di pensiero e la generosità mi accompagneranno sempre: gli devo una gratitudine come a pochissimi, una gratitudine filiale perché è stato un padre e non in senso metaforico.

Parma, 28 dicembre 2019 festa dei Santi Innocenti