Sant’Apollinare in Classe, Classis e non solo: questi gli obiettivi della mia ultima giornata a Ravenna; nonostante alcune difficoltà famigliari, anche l’ultima giornata di formazione a Ravenna è stata proficua per visitare anche luoghi che non conoscevo o che non rivedevo da tempo.

La basilica di Sant’Apollinare in Classe è un luogo già visitato più volte ma i mosaici che rendono Ravenna una città straordinaria, sono talmente belli che era impossibile non tornare a darci un’occhiata.

Iniziamo dal campnile, rotondo e con finestre che aumentano l’apertura via via salendo, così in senso ascensionale si hanno monofore, bifore e trifore, con effetto ottico di grande leggerezza.

Ma non è il campanile l’attrattiva principale; il centro di tutto il complesso è la straordinaria basilica, a tre navate che si conclude con un abside che incanta.

Abside e arco di trionfo che lo precede sono la perla del complesso: al centro è rappresentato il santo patrono di Ravenna (e dell’Emilia Romagna, per quanto questo sia poco noto) in atteggiamento orante, immerso in contesto naturalistico reso con curiosa attenzione: alberelli, rocce, animali ed uccelli sono davvero curiosi e splendidi.

Dodici pecore gli stanno ai lati a rappresentare il popolo di Dio per il quale il santo martire intercede, mentre le tre nella fascia superiore, rivolte verso la Croce, sono i tre apostoli testimoni della Trasfigurazione, Pietro, Giacomo e Giovanni.

Sopra Sant’Apollinare c’è una curiosa rappresentazione di quella che si ritine essere la Trafigurazione sul monte Tabor: un grande circolo, contenente il cielo stellato ha al centro una croce gemmata col volto di Cristo all’intersezione dei bracci, sopra compare la mano di Dio e ai lati Mosè ed Elia, la Legge e i Profeti.

Sotto la Croce compare la scritta: Salus Mundi, mentre sopra si leggono le lettere greche che compongono la parola pesce: ICHTHYS (in greco ΙΧΘΥΣ) acrostico di Iesus CHristos, THeu hYios, Soter (in greco Ἰησοῦς Χριστός, Θεοῦ Υἱός, Σωτήρ), ‘Gesù Cristo, figlio di Dio, Salvatore’.

Nell’arco trionfale c’è un clipeo con Gesù benedicente e i simboli degli apostoli, leone, aquila, angelo e bue.

Altre rappresentazioni interessantissime si trovano ai lati, più recenti (VII secolo contro il VI del complesso dei mosaici): in una vengono rappresentati Melchisedech , Abele e Abramo (come in Sant’Apollinare Nuovo).

Melchisedech, che significa re di giustizia, sacerdote e re di Salem, benedice Abramo dal quale riceve le decime: di lui si parla, quindi nell’Antico Testamento, nel libro della Genesi (14,18) e nel salmo 110 “Dixit Dominus”, dove si dice: “Juravit Dominus et non pænitebit eum: Tu es sacerdos in æternum secundum ordinem Melchisedech” ovvero “Il Signore ha giurato e non si pente: Tu sarai sacerdote per sempre, secondo l’ordine di Melchisedech (o alla maniera di Melchisedech)”.

Ma questa figura è ripresa nel Nuovo Testamento e riferita a Gesù nella Lettera agli Ebrei 5,5-10, dove si ripete il concetto e tale è la sua importanza che lo stesso Canone della Messa lo cita proprio assieme ad Abele il Giusto e ad Abramo nostro padre nella fede.

Il Canone Romano testualmente recita: “Supra quæ propítio ac seréno vultu respícere dignéris, et accépta habére, sícuti accépta habére dignátus es múnera púeri tui iusti Abel, et sacrifícium Patriárchæ nostri Abrahæ: et quod tibi óbtulit summus sacérdos tuus Melchísedech, sanctum sacrifícium, immaculátam hóstiam.” (Volgi sulla nostra offerta il tuo sguardo sereno e benigno, come hai voluto accettare i doni di Abele, il giusto, il sacrificio di Abramo, nostro padre nella fede, e l’oblazione pura e santa di Melchisedech, tuo sommo sacerdote.)

Fanno buona compagnia a questo sacerdote, Abele, il cui sacrificio fu ben accetto dal Signore ed Abramo che non esitò ad offrire il suo unico figlio, salvato in extremis dall’angelo.

Sul lato sinistro, invece, viene rappresentato l’imperatore Costantino IV Pogonato, coi fratelli Eraclio e Tiberio, che conferma il diacono Reparato nei privilegi della chiesa ravennate.

In fondo alla navata sinistra della chiesa c’è un piccolo ciborio del IX secolo, con un altare il cui paliotto è un fronte d’altare scolpito con gli apostoli, mentre al di sotto si trova una fenestrella confessionis.

Un altro pezzo forte di questa basilica straordinaria è costituito dai sarcofagi, nelle navate laterali: è risaputo che sono un tombomane che si esalta di fronte alle sepolture (in epoca romantica avrei fatto un figurone pazzesco) e qui c’è di che soddisfarmi.

Molto bello, tra gli altri, il sarcofago con la Traditio Legis, una scena abbastanza consueta in ambito romano su cui magari tornerò più avanti.

Dopo questa corroborante visita, pur avendo poco tempo a disposizione, decido di andare a visitare il nuovo museo, segnalatomi dalle cortesi addette alla biglietteria: si tratta di Classis, il Museo della città e del territorio, che si trova a poca distanza.

Ad essere sinceri non è che questa visita mi abbia entusiasmato, soprattutto perchè c’è molto multimediale, il che è contro la mia religione!

I pezzi esposti sono in ordine cronologico ed esplicativo della storia della città e questo non è affatto male, anzi, tuttavia non sono numerosi i reperti e, nel caso si abbia poco tempo, ovviamente può essere una visita “aperitivo” cioè che lascia il desiderio di tornare (che già non sarebbe poco).

Tra i vari pezzi posso esimermi dal segnalare un sarcofago? Bene, è quello di Gaio Giulio Mygdonius, un nativo della Mesopotamia che racconta la sua storia in prima persona: dalla nascita come uomo libero, alla schiavitù, col lieto fine della cittadinanza romana e l’agiatezza, visto il monumento funebre che si potuto pagare.

In un altro c’è un epitaffio su vita e morte degno di nota, purtroppo non posso trascriverlo perchè la foto mi è venuta sfuocata.

Molto curiosa, infine, la serie di lucerne, in realtà di produzione africana, ma testimonianza dei commerci e del buongusto che connotava anche oggetti di uso comune, graziosamente decorati.

Quel che mi ha molto convinto ed ho apprezzato è l’operazione di recupero dell’ex zuccherificio, un edificio imponente che deve avere costituito un bel problema prima di questa operazione di archeologia industriale.

Giusto a livello di memoria, senza pretese di ricavarne chissà quali indicazioni, ma mi viene in mente che anche a Parma abbiamo avuto uno zuccherificio (ex Eridania, così era chiamato) che è rimasto abbandonato per decenni per essere poi recuperato e così pure a Cesena: si potrebbe farne una storia economica sulla coltivazione della barbabietola e la commercializzazione dello zucchero.

Proprio di fronte c’è un piccolo museo a cielo aperto, denominato Museo della pesa, che ricorda le operazioni di pesatura delle barbabietole, prima dell’ingresso nello stabilimento.

L’orario dell’incontro incombe ed allora via di corsa verso via Rocca Brancaleone, che è diventata una delle strade da me meglio conosciute di Ravenna.

Non so se avrò modo di tornarci in futuro, ma è certo che Ravenna è una città splendida, non finirò mai di dirlo.

Ravenna, 5 dicembre 2018, memoria di san Saba archimandrita e di San Giovanni Almond Sacerdote e martire