Alcuni episodi accaduti in questo convulso periodo pre natalizio, convulso soprattutto per le difficoltà pratiche e di salute incontrate, non certo per le questioni consumistiche.

Il primo episodio non riguarda me personalmente, ma un mio amico e collega, un giovane ispettore che lavora  in un comando non troppo distante da Parma: alcune sere or sono mi ha chiamato per farmi parte di un intervento del pomeriggio.

Si trattava di un intervento molto delicato, su un caso di tentato suicidio: fortunatamente conclusosi nel migliore dei modi, grazie anche all’intervento efficace dei colleghi.

Mi ha fatto piacere che il giovane ed ancora entusiasta collega ed amico abbia voluto condividere con me l’entusiasmo che traspariva da tutti i pori, segno dell’adrenalina che ancora scorreva in corpo (e che spinge a condividere i successi ottenuti) ma anche segnale della passione che ci mette nello svolgere il lavoro che compie, in ogni circostanza ed ogni giorno.

Un giovanotto che sta crescendo bene e che sa utilizzare le giuste leve per rapportarsi coi collaboratori, ai quali ha riconosciuto il principale merito dell’evento: avendo avuto modo di frequentarlo durante vari corsi di preparazione e formazione, provo a mia volta un moto di orgoglio nel sentire che si concludono bene questi interventi così umanamente toccanti.

Un lavoro, il nostro, spesso avaro di soddisfazioni perché emerge sempre e soltanto l’aspetto repressivo oppure vengono in primo piano le critiche, spesso stupide e ingenerose.

Mi è anche capitato di leggere un articolo, sulla Gazzetta di Parma, un giornale locale che prima di tornare in città non leggevo mai e che ora leggo saltuariamente quando mi capita tra le mani: giornale famoso perché il parmigiano tipo lo legge soprattutto per l’ultima pagina (o meglio la penultima), quella dei necrologi.

In questo articolo si parla del caso Bonsu, che la politica locale evidentemente, non è ancora riuscita ad elaborare , ma quel che mi interessa è la dichiarazione di un consigliere che testualmente dice (cito dalla Gazzetta): “il ruolo degli agenti comunali deve essere ben diverso da quello di potenziali sceriffi. Piuttosto, si deve puntare al recupero del ruolo di assistenti dei cittadini dei vigili di un tempo”.

Intanto mi è piaciuta molto l’equiparazione di polizia e carabinieri agli sceriffi, perchè qualcuno lo sporco lavoro di prendere i cattivi lo dovrà pur fare e quel ruolo spettava allo sceriffo, nel Far West, dove il ruolo di questa leggendaria figura era proprio quello di tutela dei deboli di fronte ai soprusi di chi si faceva beffe della legge.

Ma non è questo che mi interessa, né le facili polemiche su un ordinamento giuridico (codice penale, di procedura penale, leggi speciali) che prevedono competenze che prescindono di gusti e dalle illusioni che ciascuno può coltivare; la cosa che mi ha interessato, invece, è quella sul ruolo di “assistenti dei cittadini dei vigili di un tempo”.

Mi è piaciuta questa affermazione per via dell’età: sto invecchiando ed avvicinando al termine della vita e come tutti i vecchi tendo più a ricordare che a guardare al futuro.

Ho cercato, dunque, nei ricordi personali, di gioventù per vedere se ricordavo la figura del vigile assistente del cittadino: è risaputo che ho poca memoria del passato, da buon post traumatico, tuttavia nessuno dei miei ricordi mi rimanda a questa mitica figura.

Mi è venuto in mente che in passato i vigili, sì allora si chiamavano vigili, di Parma venivano chiamati vopi (dalla storpiatura di vopos, soprannome della polizia popolare della famigerata DDR); l’appellativo derivava da una presunta (quanto reale fosse non saprei dire, non frequentavamo, in famiglia ambienti politici) appartenenza politica degli addetti o, per dirla più brutalmente, correva voce che non si entrasse nei vigili se non tramite appartenenza ad una certa area politica.

Ripeto, non ho motivi per affermare che questa fosse una realtà, è vero di sicuro il soprannome di vopi, che io sappia andato (fortunatamente) perduto nel corso dei decenni, senza dispiacere da parte mia per motivi esclusivamente legati alla cacofonia del nomignolo.

Ai tempi del liceo, cioè del motorino, ricordo che sfuggivo i vopi con sacrosanto terrore, sapendo che avrei rischiato le sanzioni (lo fui da quelli di Sant’Ilario d’Enza, una volta) dovute alla circolazione in due, allora vietata.

Sanzione che avrebbe comportato una ulteriore sanzione: una dura reprimenda materna.

La mia esperienza personale, quindi, non mi ha aiutato a recuperare questa figura assistenziale in uniforme; ho pensato di rivolgermi altrove e chiedere a chi è più anziano di me: tra mamma zia e zio arrivo a poco meno di 250 anni, memoria storica che risale ai tempi della seconda guerra mondiale: con non poco stupore ho scoperto che anche per loro i vigili (e prima le guardie) non sono mai stati percepiti come degli assistenti, ma delle persone in divisa che svolgevano un compito di controllo e repressione.

Statistica minimale e priva di valore ma mi ha lasciato con l’impressione che questa idea dei vigili assistenziali sia un caso di laudatio temporis acti, come tale rispettabilissima in chiunque.

Essendo personalmente un convinto laudator temporis acti, fautore del ritorno del Sacro Romano Impero, nelle forme di un impero con capitale a Vienna, vicerè a Milano, con dinastia Asburgo, mi fa enorme piacere scoprire di non essere l’unico con questo modo di pensare.

Facendo riferimento a me, non intendo parlare di politica locale, mi è precluso dai regolamenti e dalla deontologia, mi rendo conto di avere scelto questa posizione poiché incapace di vedere un futuro positivo: è una regressione in un passato costruito ad usum delphini (sti latinismi, che vezzo retrò), non smentibile perchè morto.

 Una delle forme che ha assunto la mia granitica nevrosi che mi spinge verso un elitarismo sterile e inconcludente: lavoro perché abbia fine, poiché la mia vita è nell’oggi, nelle sfide quotidiane dell’anno 2018 e dei prossimi che il Signore mi concederà di vivere, non in un passato mitizzato che esiste nella memoria autoconsolatoria.

Concludo con un ultimo avvenimento: ho avuto il privilegio di essere ospite di don Luigi Valentini, presso la comunità Betania, in Marore.

Accoglienza cordiale e generosa di cui sono grato; di quella visita conservo in particolare un dettaglio: la cura.

La chiesa, la cucina, il salone, la mensa, tutto mi è sembrato in quell’ottimo ordine che è frutto di una cura attenta, non il risultato di una mania ossessiva.

Cura come attenzione all’ambiente di vita, quotidiano perchè la vita è quotidianità, ai rapporti, agli appuntamenti quali sono i pranzi, le cene, gli incontri; questo mi faceva ripensare alla trascuratezza che io per primo vivo spessissimo nell’attesa frustrante di qualcosa che possa cambiare l’esistenza o nella rivendicazione di qualcosa che non è stato.

La vita è cura, è avere cura, cioè avere a cuore, qualcuno ha detto: “Ubi enim thesaurus vester est, ibi et cor vestrum”, “dove si trova, infatti, il vostro tesoro, lì sarà anche il vostro cuore”.

Parma, 23 dicembre 2018 IV domenica d’avvento