Il collegio Alberoni era uno dei luoghi che avevo in programma di visitare da tempo ma, per varie ragioni, non ero mai riuscito a concretizzare fino a quando ho scoperto che era prevista la riapertura il 22 settembre ed ho deciso di fiondarmici commettendo un grave errore: ho trascurato la partita di calcio casalinga del Parma (quando sprofonderà definitivamente in serie y?) col dispositivo di sicurezza attorno all’uscita dell’autostrada che ne consegue.

Mi sono trovato coinvolto in una lunga coda ed ho avuto modo di apprezzare, per l’ennesima volta, la stupidità di tanti che, pur di evitare un po’ di coda, facevano manovre da chiodi in tangenziale; in questi casi sono per la pena capitale mediante frullatore: andrebbe ritirata la patente, miscelata con le chiavi dell’auto ed immessa in un buon frullatore che restituisca il tutto in frammenti delle dimensioni di qualche micron.

Ma pazienza; sono arrivato al collegio Alberoni in ritardo, col fegato che ribolliva ma, fortunatamente, ho trovato un cortesissimo addetto che, fidandosi della mia conclamata aria di rispettabile signore di mezza età avanzata, mi ha rimandato il pagamento del biglietto all’uscita e mi ha accompagnato dove il gruppo era già radunato per la visita guidata.

Grazie a questo addetto ignoto!

La visita è stata bella, interessante e piacevole; il collegio prende il nome dal cardinale Giulio Alberoni, personaggio di cui ho scoperto la grande importanza a livello storico mentre non ho trovato traccia della sua eredità chiamiamola ecclesiastica salvo il collegio piacentino.

Alberoni fu un grande diplomatico, ministro spagnolo, a lui si devono le nozze tra Filippo V ed Elisabetta Farnese, nipote del duca di Parma Francesco Farnese, legato pontificio e uno dei pochi che occupò, in un tentativo di annessione, la Repubblica di San Marino (prima di lui ci provò Cesare Borgia e dopo gli eserciti coinvolti nella seconda guerra mondiale).

Insomma un abile politico e diplomatico, alla fine emarginato a Piacenza ove venne nominato amministratore dell’ospedale di San Lazzaro, un’istituzione ospedaliera in grave decadimento, nata per l’assistenza ai lebbrosi.

Considerato che, fortunatamente, la lebbra era scomparsa, l’Alberoni chiese ed ottenne di modificare i locali da ospedale a luogo di studio per la preparazione di nuovi chierici indigenti, lasciando all’uopo una sostanziosa parte della sua eredità.

L’Alberoni era uomo illuminato, non politicamente (poiché lavorava per sostenere l’assolutismo regio e con certa durezza), ma intellettualmente ed il riflesso delle sue aperture lo si nota chiaramente nei locali del collegio che porta il suo nome: attrezzature scientifiche  e locali per la ricerca sono un connotato che ancora oggi caratterizza questa benemerita fondazione.

Ma inutile tacere che io ero attratto da ben altro e precisamente dall’Ecce Homo di Antonello da Messina, opera datata al 1473 di grandissima bellezza; in questo dipinto c’è la sintesi tra la figura dell’Ecce Homo (quando Pilato espone Gesù flagellato e coronato di spine alla folla) e quella del Cristo alla colonna (prima o durate la flagellazione), un uomo dolorante ancor più nello spirito che nel corpo, manifesto di dolorosa rassegnazione di fronte a una sconfitta.

Ho trovato la frase del profeta Isaia: “ho faticato invano; per nulla e inutilmente ho esaurito la mia forza (Isaia, 49, 4)”, citata a proposito di questo capolavoro, è una citazione perfetta che ben rappresenta il sentire di quest’Uomo che aveva ben presente il fallimento del insegnamento.

Gesù era riuscito a coagulare l’astio dei ceti dominanti e della folla che, dopo averlo momentaneamente esaltato lo ha abbandonato al suo tragico destino, Antonello da Messina sa cogliere proprio il momento in cui Gesù pare arrendersi di fronte allo strapotere della religione che lo ha condannato.

Poco prima aveva detto che avrebbe potuto invocare a propria difesa 12 legioni di angeli, perché non l’ha fatto? perché si è lasciato arrestare, giudicare, condannare e infine crocifiggere senza reagire?

Credo che non volesse comportarsi da Dio: è stato quel momento, l’attimo in cui ha rinunciato definitivamente alla tentazione di Satana di sottomettere il mondo con la forza (della religione) ed in quel medesimo istante ha accettato di vedersi rinnegato e abbandonato.

Freud cita una splendida frase di Goethe, “Ciò che hai ereditato dai padri, riconquistalo, se vuoi possederlo davvero”, Gesù ha voluto accettare questo rischio, non volendo imporre a nessuno il suo pensiero, lasciato in eredità a tutti.

L’Ecce Homo sembra interpellare ciascuno, con quello sguardo così triste, a prendere posizione perché non abbia faticato invano.

Ovviamente ci sono altre cose da vedere, nel collegio Alberoni, ad esempio una natura morta ed una Madonna col Bambino credo di origine fiamminga, bellissimi, uno splendido ostensorio, vari quadri di buona fattura ed una statua lignea di San Rocco davvero deliziosa, per finire con la magnifica collezione di arazzi che meritano la visita sebbene io non sia un gran amante del genere.

Sono ben 18 pezzi che raccontano tre storie: due, i più antichi (risalgono a metà del Cinquecento) episodi della storia di Priamo, gli altri, tutti seicenteschi raccontano, otto la storia di Enea e Didone (prendendo spunto dall’Eneide di Virgilio) ed altri otto le vicende di Alessandro Magno tratte con buona probabilità dal De rebus gestis Alexandri Magni di Quinto Curzio Rufo.

Abbiamo visitato anche i locali che custodiscono tutta una serie di alambicchi o curiosi strumenti scientifici di cui ho capito poco o nulla, così come siamo stati accompagnati sul tetto dell’edificio ma la parte scientifica della visita mi ha interessato davvero poco anche se c’è un curioso caimano imbalsamato che fa un certo effetto.

Collegio Alberoni da non perdere, ecco la sintesi del pomeriggio.

PS: prima di uscire ho pagato il biglietto, a scanso di equivoci.

Parma, 22 settembre 2019