A Roma col SULPL

Un invito a Roma non si rifiuta mai, se poi a farlo sono dei colleghi dell’unico sindacato cui mi onoro di appartenere da decine di anni, il SULPL, l’invito è non declinabile.

Levataccia, dunque, per andare in quel di Reggio Emilia, stazione dell’alta velocità e godermi un viaggio in compagnia di persone con le quali mi trovo da sempre particolarmente bene.

È stato previsto un sit in a Largo di Torre Argentina dove sono intervenuti vari politici del centrodestra, ai quali sono state rappresentate le solite ormai consuete questioni relative allo status della polizia locale in Italia.

Ho apprezzato il fatto che i politici sono usciti dai palazzi, anzi dal palazzo, per venirci ad incontrare in piazza. Proprio perché il nostro lavoro è un lavoro di piazza. È un lavoro su strada, è un lavoro pubblico nel senso veramente più profondo di questo termine, senso profondo e positivo. Questo l’ho molto apprezzato.

Rimango tuttavia convinto che non sortirà nessun risultato, come è sempre stato da quando io svolgo questa professione ad oggi: non otterremo alcun risultato o se qualcosa si dovesse muovere, temo che possa essere peggiorativo.

Di questo sono assolutamente convinto, d’altronde non ci sono alternative se non provarci e quindi è stato giusto farlo e sinceramente ci riproverò ancora, nel caso ce ne fosse bisogno, da qui alla pensione.

Come ben sappiamo c’è stata anche una scissione: una parte di colleghi ha ben pensato di percorrere altre strade, buon per loro.

Da parte mia, nonostante ritenga non convenienti a nessuno le scissioni dell’atomo, un po’come i divorzi, che impoveriscono tutti lasciando strascichi dolorosi; tuttavia, sono ben felice di avere perso una dirigente sindacale che non ho mai stimato; ci ho collaborato, in spirito di disciplina ma obtorto collo.

Lei e i suoi compagni godano di tutta la fortuna che meritano ed è bene che percorrano strade che ritengono più proficue.

Debbo anche prendere atto che nella realtà in cui lavoro ho perso già ben tre capetti sindacali di spicco ed ho brindato a champagne ogni volta; ne sto allevando uno adesso, spero che porterà buoni frutti.

Pranzo condiviso in piacevole compagnia e poi, secondo consuetudine, ognun per sé Dio per tutti, ovvero ho lasciato i colleghi al treno del ritorno e mi sono dedicato a quelle che sono le consuetudini romane, ormai consolidate, ovvero la visita di chiese, musei, esposizioni temporanee e via elencando.

Un primo giorno già pieno di opportunità.

Roma, 28 ottobre, festa dei santi Simone e Giuda

– 2925 giorni

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