Alphonse Mucha a Roma

Dopo il sit in sindacale di cui ho già parlato, trovandomi a Roma ho messo come primo obiettivo una nostra temporanea dedicata ad un artista molto particolare: Alphonse Mucha.

Il luogo è Palazzo Bonaparte, un bel posto, l’addetto alla biglietteria un giovane biondo coi ricci, che mi ricorda un giovane etrusco (chissà poi se gli etruschi erano biondi e riccioluti).

Cortesissimo, ci intratteniamo sui biglietti: quello “ridotto” per le forze dell’ordine usufruisce dello sconto stratosferico di ben euri 1 (stessa riduzione per gli anziani non over 65, come di solito, ma con ben 70 primavere compiute; quando me lo dice rispondo rinunciando perché mi sembra uno sconto ridicolo.

Il giovane mi ribatte: “ci si paga un caffè”, ottimista, non deve essere mai venuto in visita a Parma, poi conclude con un soddisfatto: “almeno potrà vantarsi di avere ottenuto lo sconto”.

Ringrazio l’organizzazione ma fare uno sconto di un euro su 18 meglio evitarlo, si fa più bella figura.

La mostra devo dire che è bella, merita la visita.

Le immagini sono molto tipiche di una certa epoca, davvero coincidono ed identificano quel periodo conosciuto come Belle Epoque: l’onnipresente abbondanza di forme voluttuose, floreali, che riempiono ogni dove, quasi una riedizione in forme moderne dell’horror vacui barocco.

Protagonista assoluta delle opere di Mucha è la donna, Sarah Bernhardt ne è la rappresentante più famosa anche se, in realtà, non la collocherei nel novero delle donne create da questo artista; Mucha le rappresenta in una versione diversa dalla fatalona rovina maschi e patrimoni (matrimoni compresi) che trovava tanto spazio in artisti suoi contemporanei, ad esempio la “Regina Semiramide” di Cesare Saccaggi  e “Le tigri” della ceramica della Fabbrica Lenci, autore Sandro Vacchetti; nemmeno somiglia alle donne di Boldini, parigine e non solo, ricche, consce di una libertà e posizione sociale di primo rilievo, sfacciate nell’esibizione di una sicurezza di sé che sembrano anticipare tante future battaglie sui diritti.

Le donne di Mucha rimandano ad un mondo astratto, stereotipato ma positivo dove la donna non è pericolosa ma desiderabile, tanto da costituire il veicolo per pubblicizzare qualsiasi prodotto: la trovi assieme a gustose praline, nei menù del ristorante, nelle confezioni di biscotti, nei calendari e nell’oggettistica.

I richiami all’antico, la Venus Pudica o la Venere (straordinaria) di Botticelli ed altre opere esposte, a mio parere servono per mostrare le fonti di ispirazione ma non è possibile aggiungere più di tanto: Mucha come ogni altro autore, trae spunto, occasione, dal materiale che ha sottomano o che va a cercarsi, in base a quello di cui dispone o che gli ha suscitato interesse, lo fa proprio e lo riutilizza, come è giusto che sia.

La costanza del tema della donna bella e seducente, che unirebbe il passato al presente di Mucha e alla contemporaneità dei tatuaggi a lui ispirati mi sembra un filo rosso troppo scontato e che meriterebbe moti approfondimenti.

Mi verrebbe da obiettare, peraltro, che la Venere dei tempi passati era destinata ad un’élite che sapeva decodificarne le riflessioni filosofiche; al contrario le donne di Mucha sono una “banalizzazione” borghese.

L’opera d’arte diventa infinitamente riproducibile, a portata delle tasche di chiunque, come testimonia la pubblicità americana che invita a prenotare presso il proprio giornalaio un’immagine di Mucha a 5 dollari.

Modernissimo, questo artista, precursore di tanti movimenti del secolo successivo: a me viene in mente l’infinita riproducibilità delle opere di Andy Warhol e di tutta la pop art.

Temi di enorme portata, non ho le competenze per affrontarli, né è la sede giusta, mi limito a notare che l’arte, in questo periodo, diventa sempre più patrimonio della borghesia, il bell’oggetto è a portata di “quasi” tutte le tasche, si banalizza e al contempo, con la riproducibilità se ne ha una diffusione che crea un gusto molto più “popolare”; non è un caso, credo, che a fine Ottocento nascano i grandi magazzini, a Parigi ma ben presto diffusi ovunque (a Milano nel 1877, a Napoli coi magazzini Mele nel 1889).

Un precursore dei moderni pubblicitari, quindi onore al merito.

Un altro tema molto caro a questo autore è l’epopea del suo popolo d’origine, quello boemo ma, lo ammetto, non mi ha suscitato molto interesse, probabilmente a causa della mia poca sensibilità al tema nazionalista (Salvini & Vannacci, forse si esalterebbero) in questo è stato uomo del suo tempo, come tanti artisti di casa nostra, che hanno dedicato opere (anche bellissime) alle imprese guerresche e patriottiche.

Identica freddezza ho provato di fronte al tema del Pater, che Mucha, massone pervenuto ai più alti livelli gerarchici, riteneva il suo capolavoro: spiritismo (all’epoca molto di moda) e filosofia massonica, uno spiritualismo che proprio non è nelle mie corde.

Tutto sommato una mostra interessante, da visitare con attenzione perché testimonianza di un periodo ad un tempo fantastico e critico per i tanti nodi che stanno arrivando al pettine.

Roma, 28 ottobre 2025 festa dei santi Simone e Giuda, apostoli

– 2925 giorni

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