L’idea mi è venuta a seguito dell’imbeccata di un’amica (che mi è amica appunto anche per questo) Miranda Corradi, delle cui qualità ho già intessuto le lodi: durante un piacevole colloquio mi informava che è in corso a Verona una mostra dedicata al pittore Henri-Marie-Raymond de Toulouse-Lautrec-Montfa.

Incuriosito, ho deciso di concedermi un salto nella città veneta, dov’ero stato anni fa, prima di affrontare l’avventura ospedaliera, prevista per il 26 di aprile.

Sono partito di buon mattino, non troppo presto, ed arrivato  a Verona senza intoppi, fino ad un viale non meglio identificato dove ho potuto parcheggiare agevolmente l’auto gratuitamente, essendo giorno festivo.

A piedi, in pochi minuti, sono arrivato all’Arena proprio mentre iniziava la cerimonia di apertura della cittadella della Croce Rossa Italiana, ovvero i festeggiamenti per il 130mo anniversario di fondazione.

Autorità schierate in buon ordine, militi e crocerossine, banda, inni, una cerimonia come di prammatica in questi casi, che mi offre l’occasione, non sarà l’unica, di vedere da vicino un importante esponente politico, qual è il sindaco, Flavio Tosi.

Mi intrattengo poco visto che le celebrazioni non mi entusiasmano e considerato che di solito rischiano di cadere nell’autoreferenzialità (non so se sia questo il caso).

Nel tragitto verso il luogo della mostra incontro un’altra manifestazione che non riesco a identificare con chiarezza (ci riuscirò più tardi): in piazza Erbe trovo un gruppo di strani personaggi vestiti con costumi militari d’epoca che procedono ad un solenne alzabandiera con tanto di fucilate e cannonata d’onore e grida di lealtà a san Marco.

Non sapendo bene di cosa si trattasse, mi è venuto da pensare a qualche bizzarra manifestazione di un qualche gruppo di autonomisti nostalgici; ho scoperto casualmente poi che si trattava, invece, della rievocazione delle Pasque Veronesi, un episodio di insurrezione contro le truppe napoleoniche avvenuto il lunedì dell’angelo, 17 aprile dell’anno del Signore 1797. Nei pressi della chiesa di San Giorgio in Braida (se non ricordo male) si è svelato il mistero, il tutto senza risparmio di rumorosissimi botti che hanno messo a dura prova il mio già precario udito.

Prima di arrivare in mostra sono casualmente capitato accanto alla chiesa di santa Anastasia,  una delle più belle di Verona; è quasi inutile dire che mai avrei potuto soprassedere alla visita e così eccomi in questo gioiello, scrigno di bellezza.

La chiesa, in stile gotico, venne iniziata verso fine del Duecento, economicamente sostenuta dagli Scaligeri ma anche dal popolo veronese che contribuì largamente: tra i sostenitori spicca un certo Guglielmo di Castelbarco, amico di Cangrande I, che si è fatto costruire la tomba, come arca a baldacchino, a lato della basilica, anticipando così le successive sepolture dei Della Scala ovvero le famosissime arche scaligere (che stavolta non ho visitato).

L’esterno non venne mai portato a termine tanto che si hanno una porta gotica, i pilastri rinascimentali, la parte superiore, priva di rivestimento, di mattoni; anche la storia del nome è curiosa perchè, in realtà, la chiesa doveva essere dedicata a san Pietro martire, famoso frate domenicano, la cui arca sepolcrale è custodita nella cappella Portinari, nella basilica di sant’Eustorgio a Milano dove si trova anche l’affresco, curiosissimo, della Madonna “cornuta”. Venne, invece, mantenuto il nome di santa Anastasia perchè il popolo continuava ad utilizzare questo nome a causa della presenza di una preesistente chiesa di culto ariano, dedicata alla santa dal re Teodorico.

All’ingresso si incontrano subito due pezzi fantastici, le acquasantiere, ciascuna costituita da una figura maschile di diversamente dritto (cioè gobbo) coi baffi, davvero molto molto belli.

Di quello di sinistra l’autore parrebbe essere il padre di Paolo Caliari, detto il Veronese, Gabriele Caliari, mentre quello di destra, chiamato Pasquino perchè introdotto in basilica il giorno di Pasqua, è di Paolo Orefice anche se c’è chi sostiene sia da attribuirsi ad Alessandrino padre di G. Battista Rossi detto il “gobbino”: secondo la miglior tradizione, toccare la gobba del gobbo porterebbe fortuna.

Lo sguardo mi corre comunque subito in alto, al soffitto, riccamente decorato da motivi floreali tardogotici e rinascimentali che hanno quella luminosità, movimento, variazioni di colore che sembrano fatte apposta per soddisfare le aspettative di visitatore poco incline alla sobrietà.

Dopo il soffitto devio a sinistra attratto subito da un curioso altare, l’altare Boldieri, che risale al XV secolo e che vede rappresentato, tra gli altri, il mio san Sebastiano che non perdo mai di vista.

L’altare è dedicato, in verità a san Pietro martire ma non mancano come detto san Sebastiano, la Madonna col Bambino e san Rocco, statue in pietra tenera colorata.

Le cose da vedere sono tante, la messa è in corso e sarà seguita da un’altra subito dopo per cui non posso trattenermi e fotografare quanto avrei voluto ma…

Ma faccio in tempo a godermi gli affreschi di Pisanello, La principessa e san Giorgio e ad intravedere il Monumento a Cortesia Serego.

Chiesa davvero imperdibile, fantastica.

Uscito di lì c’è subito a portata di mano un’altra chiesa, a dire il vero sconsacrata, chiamata chiesa di san Giorgetto o di san Pietro martire.

Chiesetta costruita per i domenicani ma utilizzata da cavalieri tedeschi, anzi brandeburghesi, scesi in città in aiuto di Cangrande II della Scala; costruita quindi nella prima metà del Trecento ed affrescata con scene di devozione da parte di cavalieri alla Vergine o a santi vari, tra i quali spicca, ovviamente, san Giorgio.

La presenza di cavalieri con diverse armature lascia supporre che dopo i soldati tedeschi altre compagnie di ventura l’abbiano utilizzata.

Terminata anche questa visita, mi metto in cerca dell’ingresso del museo che ospita la mostra, che trovo casualmente; mi aspettavo, ed ero rassegnato, una lunga coda e invece … nessuno.

Il che mi permette di visitare l’esposizione senza confusione, che è sempre un plus da apprezzare.

Devo ammettere da subito che questa mostra non mi ha particolarmente entusiasmato, tanto è vero che ho deciso di non acquistare nemmeno il catalogo, cosa che succede molto raramente.

Una premessa: 14 euro costa il biglietto, è vero che comprende anche l’audioguida, ma mi sembra decisamente costoso; la mostra, invece, propone sicuramente dei bei manifesti e delle stampe interessanti ma mi è parsa un po’ “ridotta”, insomma non è sbocciato l’amore.

L’ambiente parigino dell’epoca viene ben rappresentato, ma sono rimasto comunque insoddisfatto.

Uscito dalla mostra e trovandomi nei pressi del duomo cittadino, Cattedrale di Santa Maria Matricolare, mi sono concesso anche questa tappa giusto per saltare il pranzo.

Molto bello, con affreschi colorati come piace a me, sebbene poco fruibile per i lavori di restauro del soffitto.

sequitur

Verona, 23 aprile 2017 memoria di san Giorgio, martire.