Sono stato varie volte a Piacenza ma mi era sempre sfuggita la Galleria Ricci Oddi; complice il caldo e un senso di malinconica solitudine che volevo spezzare, ho avuto la malaugurata idea di voler tornare nella seconda città del Ducato proprio il giorno del famigerato contro esodo estivo.

Mal me ne incolse per via delle code e rallentamenti che hanno ritardato il mio cammino, compensato però dalla piacevole visita alla Galleria.

Il fondatore, cui si deve il nome, è Giuseppe Ricci Oddi, possidente piacentino, formatosi a Roma sul finire del XIX secolo; da subito mi è venuto da stabilire un parallelo col più giovane Luigi Magnani, l’uomo che ha creato la Villa dei Capolavori in quel luogo dimenticato da Dio e dagli uomini che ha nome Mamiano di Traversetolo.

Entrambi celibi, hanno legato il proprio patrimonio e la passione per l’arte a fondazioni, destinando un gran numero di opere straordinarie o comunque eccellenti anche alla pubblica fruizione.

Il parallelo finisce qui: Giuseppe Ricci Oddi non esordisce, a differenza dell’intellettuale Luigi Magnani, come studioso appassionato d’arte; da giovane, anzi, sembra studiare con poco profitto e rivolgere l’interesse verso gli sport; è al momento del ritorno a Piacenza che inizia ad acquistare alcuni quadri per abbellire le disadorne pareti del suo appartamento.

Si conoscono con certezza anche queste prime opere: “Pecore tosate” di Francesco Filippini e “Dopo Novara” di Gaetano Previati, due opere di sicuro interesse ma che mai e poi mai avrei acquistato per arredare casa mia visto il predominare di temi, diciamolo così, non entusiasmanti (ma fortunatamente il Nostro aveva ben altri gusti).

La passione collezionistica si è accesa comunque alcuni anni dopo, probabilmente grazie all’amicizia col bancario e pittore dilettante Carlo Pennaroli, fino a diventare l’interesse centrale di Giuseppe Ricci Oddi che tralascia scherma, canottaggio, sollevamento pesi per dedicarsi completamente all’acquisto di opere, attività che metterà in atto grazie alla collaborazione di amici e conoscenti artisti o critici ma anche operando delle scelte in totale autonomia, ed anzi, in dissenso rispetto alle indicazioni dei consulenti.

Nasce e si sviluppa una collezione che ha come termine di partenza il periodo del romanticismo e che comprende le opere dei movimenti contemporanei al collezionista con esclusione di cubismo e futurismo che probabilmente riteneva, da buon borghese, troppo “destabilizzanti”.

Per la custodia delle opere ha commissionato all’architetto Giulio Ulisse Arata un edificio apposito, in stile rinascimentale e di forma basilicale (un “tempio dell’arte”), quello attuale sede dell’esposizione.

Questa lunga premessa per dire che, arrivato  Piacenza, non conoscendo la città e temendo di entrare in zone a traffico limitato, ho parcheggiato ad una certa distanza, il che mi ha permesso di farmi una piacevole camminata e di percepire quell’aria che già avevo notato nei precedenti passaggi: si respira aria di chiese e caserme, di prelati e militari in quei palazzi che mi accompagnano fino all’agognata meta.

All’arrivo, un cortese addetto, quasi ancor prima del buongiorno, mi chiede il famoso e famigerato green pass di cui tanto si discute in questi giorni e che io esibisco con umile fierezza.

Non avendo diritto ad alcun sconto pago i 9 euro del biglietto e sono ammesso nei locali della Galleria che posso visitare in pressoché totale solitudine: solo in alcune occasioni il mio vagare per le sale incrocia qualche altro raro visitatore, che presto scompare nelle sale per non riapparire più.

Come per tanti altri luoghi, fa male al cuore non vedere le sale affollate, ma pazienza.

La Galleria punta, il che è comprensibile, sul “Ritratto di signora” di Gustav Klimt, ritrovato recentemente dopo un furto alquanto strano, una vicenda dai contorni di una spy story: l’opera è decisamente bella, splendida come tante opere del maestro austriaco. A fianco c’è la riproduzione di un ritratto sul quale Klimt ha poi compiuto l’opera finale.

A parte questa, tutta la collezione merita la visita; purtroppo, a causa del ritardo dovuto al traffico, ho dovuto farlo di corsa ma non è detto che non ci ritorni.

Il criterio di esposizione è prevalentemente di tipo geografico, regionale, le opere rivelano la predilezione di Ricci Oddi per i paesaggi, tutte sono assolutamente piacevoli e rivelano il buon gusto del collezionista.

I nomi sono tutti di peso: la storia dell’arte italiana è ben rappresentata a livelli molto alti, da Francesco Hayez a Giovanni Segantini, Tranquillo Cremona, Giovanni Fattori, Silvestro Lega, Giuseppe Pellizza da Volpedo, Gerolamo Induno, Gaetano Previati, Felice Casorati, Carlo Carrà.

Tutti artisti che mi piacciono molto, anche quando non ne condivido la scelta risorgimentale dei temi.

Una nota particolare la dedico al mio compaesano Amedeo Bocchi, presente con una splendida “La colazione del mattino”, opera acquistata direttamente da Ricci Oddi, su segnalazione di Laudedeo Testi, all’epoca Soprintendente alle Gallerie di Parma e Piacenza (al quale è dedicata una strada vicino a casa mia).

L’opera, ambientata nel giardino della villa romana Strohl-Fern, all’interno di Villa Borghese, dove il pittore parmigiano ha vissuto ospite di un mecenate tedesco, ritrae tre donne importanti per Amedeo Bocchi: la madre Clelia, la moglie Niccolina, già sua modella, e la figlia Bianca avuta dalla prima moglie, inondate di luce.

Davvero una splendida opera, che fa il paio con “Sui gradini della cattedrale” che ritrae i fedeli che riposano sui gradini della Cattedrale di Terracina nel giorno della Madonna e “Pescatori delle Paludi Pontine” che riproduce una famiglia di pescatori a pranzo sotto un capanno.

Altra opera che segnalo per la predilezione che nutro verso questo straordinario artista è il “Ritratto di Giulia Alberta Planet di Adolfo Wildt: stavolta è una scultura, creazione di questo maestro italiano che ho scoperto anni fa a Forlì, non abbastanza valutato presumo a causa di qualche contiguità col fascismo, ma la bellezza delle sue opere gli fa perdonare tutto.

Altra opera splendida “Le fumatrici di oppio”, di Gaetano Previati, rappresentazione della dissoluzione di povere donne abbandonate al vizio.

Ci sarebbe da continuare, perché la collezione è davvero scrigno di squisitezze, quasi come un cofanetto di cioccolatini tra i quali c’è l’imbarazzo della scelta.

Come sempre, a conclusione, l’invito ad andare a visitare questa Galleria, lo merita.

Piacenza, 29 agosto 2021, XXII domenica del tempo ordinario e memoria del martirio di san Giovanni Battista