Invitato dagli amici di sempre, Gabriele Trivelloni e Silvia Sangiorgi, torno nel tempio parmigiano della lirica, il teatro Regio.

Confesso l’emozione all’inizio: mi sento spaesato e a disagio in mezzo a tanta gente speranzosamente elegante e molto appariscente, poi l’arrivo degli amici mi mette a mio agio. L’occasione è la “La forza del destino” del nostro Giuseppe Verdi: ne conoscevo l’ouverture, famosissima, e nient’altro.

Ho sentito numerose critiche in loggione: i cantanti ritenuti insufficienti, salvo il basso – il padre priore – (qualche buh immeritato al soprano che non è stata peggio degli altri): un benevolo commento diceva che sono almeno omogenei, nessuno spicca in maniera da mettere gli altri in imbarazzo.

Anche la scenografia non è piaciuta, troppo omogenea e monotona, come pure i costumi, mentre tutti hanno elogiato il direttore d’orchestra e criticato il coro.

Personalmente m’è piaciuto tutto, anche la scenografia sebbene sia evidente che la scelta di non cambiare, di fatto, mai alcun ambiente e nemmeno costume la dice lunga sui costi e la crisi.

Ho cercato di valorizzare comunque la scelta attribuendo  all’uniformità una valenza universale: nel regime della melanconia in cui tutti i personaggi sono immersi nulla vi è di diverso: è sempre la stessa zuppa!

Le scene apparentemente più gaie o quasi farsesche altro non sono che l’uguale e contrario della melanconia, come accade ai maniaco depressivi.

Le uniche eccezioni Preziosilla, vestita di rosso, e Leonora di bianco.

Tragedia molto religiosa, anche se nient’affatto cristiana: il clero vi compare ma sembra essere il mistico custode consolatorio dell’ordine costituito.

Leonora non sembra avere trovato pace nemmeno nella religione e nell’isolamento eremitico; il fratello fissato nella ricerca della vendetta, accecato ed immerso nell’unica ragione di vita che riesce a concepire: la salvaguardia dell’onore famigliare.

Di getto direi che questa tragedia rappresenta la religione civile dell’onore: è l’onore che muove i protagonisti maschi, che sterilizza la gratitudine, che fissa tutti ad un presunto crimine, non commesso, di cui si deve lavare l’onta: si rompono i legami familiari fino ad un momento prima considerati sacri ed inviolabili, le profferte di eterna amicizia, la gratitudine per la vita salvata.

Tutto viene travolto dall’idea dell’onore, proprio come il Baganza in piena ha travolto tutto lungo il suo corso, senza che fosse possibile fermarlo: il titolo dell’opera la dice infatti lunga sull’idea di fondo. Il destino mescola, rimescola, scaravolta e scompagina per ricompaginare in diversi modi ma tutti accomunati da una costante: è la forza del destino che è ineluttabile arbitro di ogni esistenza.

Vittima predestinata, ancora una volta, una donna, per di più innocente: normalmente (sigh) sono le donne e i bambini a pagarla, salvo poi restituire con gli interessi quando potranno. Le donne di Verdi devono starsene a casa a fare quel che compete loro: affidarsi al padre e successivamente al marito che le inserirà nell’ordine borghese delle cose. Ho letto recentemente un bellissimo libro di George Mosse, “Sessualità e nazionalismo” e mi sembrava di trovare in Verdi l’eco delle analisi, acutissime, dello storico: rispettabilità, onore, donna angelo del focolare, sottomessa custode dei valori eterni.

La riprovazione della trasgressione di Leonora è mitigata giusto dal fatto che il suo amante è comunque di nobile lignaggio, ma anche i potenti, gli aristocratici devono sottostare alle rigide regole che la costituenda società borghese impone.

Il padre di Leonora, disobbedito, la maledice – le maledizioni hanno un’efficacia straordinaria, ben diversamente dalle benedizioni; il padre di Alfredo non riesce a valutare le ottime intenzioni di Violetta e la induce alla rinuncia la partner che ama.

La figura del padre, in Verdi, si conferma problematica, basta aggiungere Amonasro e Rigoletto, mentre la madre non c’è o quando c’è fa danni a sua volta (vedi Azucena).

Il padre qui come in Traviata è l’esigenza borghese della rispettabilità la cui violazione rende reprobi; da cittadini a reietti condannati a vagare senza nome, senza lignaggio e senza onore.

Leonora si porta sulle spalle il fardello di una colpa non commessa, per la quale deve espiare, così come Alvaro.

Ecco la melassa religiosa che nella mistica dell’espiazione sostiene l’idea che una colpa da espiare c’è, ma non come elaborazione bensì attraverso la rinuncia. E forse davvero una colpa c’era; chissà che quella morte troppo accidentale del padre non fosse, in realtà, assai desiderata da tutti: non è forse l’illusione dei fratelli dell’orda primitiva? Solo se uccido il padre potrò prenderne il posto: nella società borghese il padre deve morire, ma morto lui non resta che guerra, emarginazione ed odio.

Il mondo di Verdi doveva essere decisamente cupo.