Caro Federico, è trascorso un anno, volato come si dice in questi casi; ormai mi sono abituato alla tua assenza, non penso più, quando si avvicina la sera, che devo chiamarti o aspettarmi una chiamata da te.

Sapevo che sarebbe successo ed è giusto che accada, si chiama elaborazione del lutto: oggi quando penso a te non mi viene subito da piangere (non ogni volta perlomeno) ed anche questo è un buon segno.

In questi tempi difficili mi sarebbe piaciuto moltissimo averti accanto, sentire i tuoi commenti, placare le tue incazzature perché, ne sono sicuro, ti sarei imbufalito e più di una volta vedendo come vanno le cose tra i camici bianchi che giocano a fare le star in tv.

Non so cosa stia facendo anche adesso, sono molto curioso, lo sai benissimo; vorrei continuare a parlare con te, a scambiare opinioni e battute, so che non è possibile ma so anche che in qualche modo l’affetto che ci univa non andrà sprecato.

Sai che tutta l’esperienza della Bibbia, te l’ho già detto ma mi ripeto, in fondo è basata sull’idea che il Signore non ha nessun guadagno dalla morte degli uomini.

Ogni sera, durante il vespro, ti ricordo sempre, è l’unico momento del giorno che ti dedico, un istante fugace, troppo breve probabilmente, ma c’è sempre, ogni santa sera dell’anno prego perché tu possa pregare e quindi lavorare per me e non solo per me ovviamente.

Il nostro dialogo è tutto qui ma non credo sia poco o che valga poco, è un momento per tenere a mente che ho avuto la fortuna di conoscere persone straordinarie, una delle quali sei tu, straordinario nella tua ordinarietà, nelle contraddizioni e negli errori che non ti sei risparmiato, ma straordinario anche per la ricchezza che hai prodotto ed offerto a chi ti ha conosciuto, ai tanti che hai aiutato, ai tantissimi bambini di cui ti sei preso cura con un’attenzione ed un’amorevolezza non comuni.

Io ho continuato a vedere Paolo, sempre matto come al solito, burbero in apparenza ma con un cuore non meno generoso del tuo; sono ancora in attesa di rivedere Guido, prima o poi ce la faremo a scambiare 4 chiacchiere e, magari, parlare un po’ male di te, sennò ti monti la testa.

Mi congedo anche stasera, caro Federico, affidandoti un amico che è ricoverato in terapia subintensiva, sta lottando contro questo virus e soffrendo non poco: dagli una mano e resta accanto anche a noi che ti portiamo nel cuore.

Alla prossima occasione, ciao Federico

Parma, 12 novembre 2020, memoria di san Diego