Ieri ho finito il trasloco a Rimini, vuotato tutto, una faticaccia non da poco anche se di molto alleviata dal mio fantastico fratello che mi ha aiutato – faticando assai più di me – in maniera assolutamente determinante e imprescindibile; quando la gentile persona che mi presta il garage tornerà dalle vacanze secondo me mi disereda: credo non sia possibile far entrare manco uno spillo.

Svuotata casa, manco io pensavo di avere tante cose, direi che si è definitivamente compiuta la fine di un’epoca, quella della mia vita riminese.

Sono ormai 9 mesi che lavoro a Modena, con alti e bassi com’è normale, con colleghi di cui ho molta stima – non tutti – qualche imbecille non manca mai, è una categoria che si sparge equanimemente in tutti gli strati sociali e le professioni.

Mi chiedo spesso se ho fatto bene a fare questa scelta: ad oggi direi di si.

Ho approfittato del week end anche per salutare la mia mitica nipotina con la quale ho preparato dei deliziosi involtini: oso sperare che lei vorrà essere la mia erede; ama leggere e questo mi fa ben pensare, le ho detto che la mia piccola biblioteca è a sua disposizione.

Ho fatto anche un passaggio presso l’ospedale dove ho trovato il buon Federico di cui già ho parlato: tutto bardato da medico volante, presta servizio in elicottero, debbo ammettere che mi ha fatto una certa impressione.

Lo ricordo ancora ragazzino che dichiarava senza se e senza ma, che “da grande” avrebbe fatto il medico; credo sia l’unica persona che conosco che abbia manifestato così precocemente una scelta di vita e l’abbia seguita con una caparbietà e costanza encomiabili (encomiabili?).

Pomeriggio gradevole anche se la tentazione dei ricordi … beh l’ho lasciata cadere velocemente e d’altronde come dice il buon San Roberto: se uno non sente per 20 anni i propri ex compagni di scuola, un qualche motivo ci sarà pure.

Il buon Federico, sentendosi forse un po’ in colpa, ma ignorando quanto fece bene, ha negato spudoratamente di avermi rifiutato e per più anni, il posto di compagno di banco.

Non ricordo come un periodo particolarmente piacevole quello liceale, senza censure però, ben disposto a riaprire qualunque capitolo purché si tratti di guadagnarci, cioè di affari.

Il Vangelo di domenica parlava di perdono, 70 volte 7, ma in fondo cosa è il perdono se non la possibilità di chiudere rapporti in perdita o infruttiferi ed aprire a nuove possibilità; non ho da perdonare ai miei ex compagni di classe ma non mi interessa rivedere gente solo perché ha condiviso con me un’aula scolastica.

Ripensando al Vangelo noto una, almeno apparente, contraddizione: il re che condona il debitore dei 10.000 talenti compie un gesto “generoso”, condonando al debitore quanto a lui dovuto; quest’ultimo, invece, decide di non condonare, a sua volta, al suo debitore, la cifra ben più esigua di 100 talenti, cosa che indigna il re che lo condanna.

Cosa non mi torna? Il fatto che questo debitore spietato, in realtà, non ha abusato del suo diritto, non ha chiesto ciò che non gli spettava, né aveva obblighi di rimettere quanto voleva riscuotere: giuridicamente ha agito in perfetta legittimità e Gesù sapeva bene che è sempre questione di diritto, vedasi l’obolo a Cesare.

È certo che non di solo diritto statuale viveva, ma questo non era avversato ed è altrettanto vero che non era un buono (in Romagna si dice di un fesso che è tre volte buono); resto con la questione aperta.