Un episodio di oggi, banale nella sua semplicità.

Due colleghi, di un altro comando, mi parlano di una questione, un accertamento affidato ad uno dei due; questo si era rivolto al comandante per avere chiarimenti, ma lo aveva fatto per iscritto; il capo gli risponde con lo stesso metodo, puntualizzando, probabilmente in maniera imprecisa, alcuni dettagli.

Oggi vengono rivolte a me svariate domande sulla questione, con aggiunta di una serie di precisazioni e approfondimenti che oltre a essere degni di miglior causa, dimostravano però quanto a cuore stesse l’argomento.

Mi è stato, dunque, benignamente spiegato quale sia l’autorità cui presentare ricorso, cosa sia il responsabile del procedimento, quale situazione si trovi e quali siano i comportamenti tenuti da altri enti, quali ordinanze siano state emesse e da chi e con quali motivazioni, insomma una quasi tesina da esame universitario.

Facondia di argomenti, riferimenti, precisazioni che manco un avvocato ci avrebbe sprecato tanto tempo.

Direte allora che dovrei ben essere contento di avere  come colleghi così acuti conoscitori del diritto, azzeccagarbugli degni di ben altra causa e non certo delle mansioni che svolgono quotidianamente, fari del foro che Demostene era un dilettante allo sbaraglio.

Immaginiamo che di fronte a qualsiasi questione, dalla più banale (una sanzione di 15 €) alla più complessa, ci sia sempre uno sbarramento di obiezioni, ci sia sempre un “problema”, credete che si possa lavorare con un clima del genere?

[Nel caso specifico la vicenda avrebbe potuto trovare felice conclusione con la redazione di un verbale per un importo di 15 €, da far notificare tramite messo comunale e da trasmettere alle autorità competenti: tempo per compiere il tutto una mezzoretta al massimo.]

Di fronte alla continua obiezione “è un problema” passerebbe la voglia di iniziare qualunque attività.

Ecco cosa ho colto nelle parole dei colleghi: una minaccia che, ovviamente, smentirebbero decisamente e con … gran numero di argomentazioni.

Ho toccato con mano la politicamente (sono entrambi di sinistra, ma la vicenda non ha colori politici anche se certi atteggiamenti sindacali…) corretta obiezione di principio all’idea dell’iniziativa.

Non invidiavo, dentro di me, il povero comandante che si trovava ad avere due punte di diamante del diritto come i due agenti; non ho ritenuto opportuno contraddirli, sarebbe stato inutile.

Mi veniva in mente il dottor Giacomo Contri: “L’invidia non può, e vuole che nessuno possa.”

Travestita di intellettualismo, di falso spirito di collaborazione, l’invidia è tentacolare.

Mi viene in mente la scena del film “state buoni se potete” in cui Johnny Dorelli interpretava san Filippo Neri; se ben rammento in una scena di tentata seduzione da parte di una donna (da sempre sono vascelli del demonio, è risaputo) il futuro santo si mette a correre per sfuggire alle grinfie della procace e provocante tentatrice.

Commenterà poi dicendo che le tentazioni non si affrontano, cioè non si combattono frontalmente, ma si fuggono.

Allo stesso modo la patologia: il prenderla di petto induce alla battaglia cioè al fronte contro fronte che altro non è che la fissazione.

L’invidioso, inoltre, mi sembra già fissato, nel suo restare fermo nell’autocontemplazione della propria squallida miseria.

Invidia e narcisismo mi sembrano facce di una medesima medaglia.

A dispetto poi della presunta autosufficienza, il narcisista è anche un ardente missionario.

L’averla individuata è un buon guadagno, anche se resta la pesantezza che accompagna l’agire.

Intanto mancano 96 giorni all’alba, anche se sarà un’alba nebbiosa perché mancano, al momento, alternative percorribili, il che è fonte di certa angoscia ed inquietudine.