Queste preziosissime righe sono state scritte da un carissimo amico che da anni riconosco come uno dei miei padri (ne ho ben più di uno), Gabriele Trivelloni, che ringrazio ben sapendo quanto sia restio a fissare su un supporto cartaceo i frutti della sua elaborazione.

Debbo precisare che sono state scritte a seguito di queste mie che metto di seguito per rendere più fruibili le sue successive.

Pensieri sulle mie tele

“E pluribus unum, riempimento, ordine e disordine

L’idea è quella di riempire, anche troppo, lo spazio, partendo sempre da questo dato: un vuoto da colmare o, ancor meglio, un essenziale da decorare, da elaborare, in un’attività in cui mi è difficile trovare un punto d’arrivo; si potrebbe usare, non a sproposito, anche se non totalmente, l’inglese neverending works.

E pluribus unum è la lotta tra l’ordine e il disordine, non è ricerca di impossibili equilibri quanto, piuttosto, la rappresentazione di una precarietà, così pure il continuo vagare tra un equilibrio da rompere e un ordine da costituire per poi spezzarlo nuovamente.

Il tutto giocato nella materia, densa eppur lucida, pastosa, carnale, eppure, insieme, brillante; ancora una volta una conciliazione impossibile, anzi un continuo emergere e sprofondare di due temi contrastanti; ribollire del magma vulcanico che trasporta dalle viscere della terra elementi pesanti che poi raffreddandosi ricadono, in un continuo saliscendi. Le figure non sono possibili se non come eventuale risultato di un fortuito incontrarsi di contrasti; non la figura ma il moto deve avere il predominio, come il continuo scontrarsi delle onde contro le alte scogliere, quasi anelito a voler lasciare l’oceano per aspirare al cielo.

È una timida esperienza di libertà, di liberazione dalle catene imposte dal pregiudizio altrui, ancora insicuro e timoroso, quasi incapace di difendersi, ma desideroso di gridare che non esiste impensabile; è un’operazione che richiama il lavoro di Adamo … dare i colori a tutte le cose.”

L’arte senza il delirio


L’arte senza il delirio? Mi domando spesso di fronte a certe opere che nascono dall’iniziativa “artistica” di un pittore, non ha importanza se famoso o no – ciò che conta è il pensiero da cui parte quella iniziativa, – la seguente domanda: da dove nasce l’arte? Perché qualcuno mette su tela colori e immagini?

Il tuo commento rivela una piccola summa, come non vedere anche in questo caso, quanto il pensiero individuale sintetizzi un pensiero consolidato nei secoli.

Una piccola summa di tanta critica d’arte, il “vuoto” da riempire. Ma questo vuoto o è lo spazio lasciato da un talento negativo perché altro ne prenda posto o è la sospensione nevrotica volta all’assenza ( e all’essenza).

Mi domando sempre, specie a fronte di un’arte cosiddetta contemporanea, se non ci sia una necessità di delirio perché avvenga. Ovvero il vedere visionario al di là del vedere come eccitamento endosomatico da una fonte eccitante.

L’eccitamento non può che venire dall’esterno o è dato, gestalticamente, dalla visione dei propri colori. Il ricorso alla visione della precarietà, dell’ordine e disordine, dell’equilibrio infranto, la loro lotta…e poi il magma vulcanico, le viscere della terra…perché cercare di rappresentare questo?

L’inevitabile profondo che fa da pendant al cielo, all’altissimo. Le metafore delle onde, del saliscendi del movimento che per natura, o meglio per istinto, sale e scende, si infrange e ritorna a infrangersi. Come conquista di libertà. Eppure è proprio questo movimento che è impensabile. Non libero perché non pensabile. Ma anche ben raffigurante il movimento della rimozione e del suo tornare ad infrangersi contro la coscienza.

La rimozione non vince il pregiudizio altrui, solo ne limita l’angoscia. Summa delle summae sull’origine dell’arte, allora: l’arte come oggetto della rimozione sublimata nel naturalismo affinché l’angoscia nella sua rappresentazione, nella materia esteriorizzata, diventi fuori di noi.

C’è Schopenhauer (il riferimento a Schopenhauer è solo per la sublimazione della voluntas nell’arte, ovvero il suo oggettivarsi nella rappresentazione estetica, come dire l’arte vale per sé stessa, l’arte per l’arte come si dice amare l’amore. E in questo l’ossessione si purifica “uscendo” dal soggetto) in te. Aggiungo un semplice ma non ovvio pensiero sui tuoi quadri: tutti mi sembrano privi di malinconia nel loro contenuto manifesto.

Sono semplicemente belli e molto realistici, ovvero l’uso del colore e del contrasto come dell’immagine che ne viene fuori evocano qualcosa che accade come imprevedibile. Non sono per niente prevedibili e scontati nell’immagine riflessa. Soddisfano la vista. E non è poco!

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