Ernst Jünger ed Erich Maria Remarque, due tedeschi accomunati dall’esperienza della guerra, della Grande Guerra.

Ne ho letto due scritti, uno dei quali particolarmente famoso: “Niente di nuovo sul fronte occidentale”, l’altro “Nelle tempeste d’acciaio”; entrambi raccontano l’esperienza vissuta sul fronte occidentale ma con accenti decisamente diversi.

Remarque fa emergere la sua partecipazione emotiva alla catastrofe che sta vivendo, facendone emergere l’orrore e l’insensatezza; al contrario Jünger sembra un patologo legale, intento a descrivere un’autopsia.

Entrambi evidenziano il legame speciale, il cameratismo, che tanta influenza avrà anche nel dopoguerra, come tratto distintivo di coloro che hanno condiviso l’inferno: sopra ogni valutazione emerge proprio questa esperienza, la condivisione di qualcosa di così intensamente terribile da sovvertire ogni canone di giudizio e stringere l’uomo al proprio simile, superando ogni distinzione di cultura o classe sociale.

Il giudizio sulla guerra di Remarque è durissimo tanto che i suoi libri saranno bruciati in pubblici roghi dai nazisti, mentre Jünger sembra non avanzare critiche, almeno esplicitamente.

Dei due autori e delle opere ci sarebbe da scrivere fiumi di inchiostro, com’è già stato fatto, né sono certo io quello che può aggiungere qualcosa di nuovo; piuttosto ci colgo una dimostrazione, ove ce ne fosse bisogno, di un’affermazione di Giacomo Contri che mi ha fornito un criterio di giudizio che prima non avevo.

Faccio riferimento al concetto di sagoma: per uccidere l’altro, chiunque sia, è necessario ridurlo prima ad una sagoma, reificarlo in modo da renderlo impensabile come partner.

Ne tratta Jünger, quasi parlasse di tiro al piattello, coi ruoli di vittima o omicida intercambiabili: “Si osservano le posizioni avversarie … col binocolo o col periscopio da trincea e sovente si ha anche occasione di tirare con la carabina di precisione fornita di cannocchiale, arma riservata per la mira alla testa.  Ma non c’è da fidarsi perché gli inglesi possiedono a loro volta occhi buoni e buoni cannocchiali.”

Questa è la versione cruenta raccontata “sportivamente”, Remarque non ne fa una descrizione così asettica ma conferma la necessità di spersonalizzazione perchè si possa uccidere.

Ma ne esistono versioni meno sanguinolente seppur non meno violente.

La sagoma è il punto d’arrivo di un cammino, percorso di pensiero che spoglia l’altro di ogni interesse economico, credo si possa definire come uno degli esiti dell’agire disinteressatamente.

Un modo di fare la guerra anche in tempo di pace, sotto gli occhi di tutti ma, a differenza della guerra con la sua evidenza, spesso non colto.

Parma, 14 ottobre 2017 memoria di San Gaudenzio di Rimini Vescovo e martire