filippo-de-pisis-Il-marinaio-franceseOggi non avevo nessuna voglia di starmene in casa, così ho provato a contattare le due persone che da gran tempo sono nel Gotha dei miei amici: l’ottimo Gabriele e la fantastica Dadà: il primo aveva impegni, così ci siamo trovati io e la Dadà, con obiettivo la mostra dedicata a De Pisis presso la fondazione Magnani Rocca di Mamiano.

Bel pomeriggio insieme, sempre piacevole, come sempre cara, simpatica e piacevole è la mia carissima Dadà.

La mostra si è rivelata un’autentica scoperta: ricordavo vagamente del pittore ferrarese solo tacchini o altri volatili spennati e malridotti, ho scoperto invece un ottimo artista, eccellente nelle vedute urbane e niente male anche nella ritrattistica. La visita la consiglio caldamente, sia alla mostra sia alla fondazione stessa che custodisce in maniera eccellente il “tesoro” di un cultore delle arti, in un luogo che non ti aspetti, uno dei tanti sottovalutati gioielli italiani.

Certamente i colori di De Pisis non sono i miei, i grigi, i marroni, sono tinte che non ho mai amato e che continuo ad apprezzare poco, tuttavia i colpi veloci dei suoi tratti me l’hanno fatto apprezzare, come mai fino ad ora.

Un pittore melanconico, specie nelle ossessive nature morte, che mi ha colpito per l’assenza di rappresentazioni di rapporti: le sue opere, almeno quelle esposte sono tutte nature morte, paesaggi urbani o ritratti: la vita di relazione sembra non avervi cittadinanza.

Le persone che compaiono nelle vedute sono abbozzate, piccole, sfuggenti, mai riconoscibili; i ritratti sono sempre di individui, singoli, isolati, a volte sensuali, altre algidi ma mai in rapporto con qualcun altro. In questo mi è parso inquietante e molto novecentesco.

Apprezzo la sua opera, anche se in controluce poichè mette in risalto la crisi che in lui ha preso una determinata strada, verso una soluzione che non credo di poter conividere, ma c’è quache autore che abbia percorso alternative?

Parlando in questi giorni con Gabriele, che sta lavorando ad un breve saggio filosofico, ne apprendevo l’elaborazione in corso sulla doppia metafisica. Mi faceva notare come ogni filosofo si sia trovato, nel corso della vita, di fronte ad un certo bivio (non anticipo qui i frutti del suo lavoro, se vorrà mi autorizzerà lui a renderlo pubblico in maniera più compiuta) che, tuttavia ha tralasciato o rinnegato.

Si potrebbe riscrivere l’intera storia della metafisica e della filosofia a partire dall’oblio o dal rinnegamento di tale alternativa possibile.

Lo stesso criterio di giudizio lo applicherei all’arte, avendone, temo, analoghi risultati, anche se, forse, con qualche spiraglio in più per via di quella certa libertà che l’artista si concede rispetto al rigore richiesto al filosofo.