Una scoperta nel giorno di san Sebastiano.

Un ragazzo, anni fa, ai tempi della scuola superiore (ma non solo, ho saputo) si preoccupava di scrivere i temi (quindi compiti in classe di italiano) non solo in modo che piacessero al professore, cosa che sarebbe abbastanza logica, ma cercando di sapere cosa piaceva al docente in modo da fornirgli esattamente quel che lui si aspettava.

Questo pensiero è stato poi esteso ad ogni ambito della vita, professionale, affettiva…

Un giudizio in cui il regime dell’appuntamento è la bussola.

L’uomo è descrivibile anche secondo la formula freudiana: spinta, fonte, oggetto, meta ben chiarita dal dottor Giacomo Contri  nel suo recente “Una logica chiamata uomo”, Sic edizioni, Milano, ottobre 2014 (assolutamente da acquistare e da tenere sul comodino come si usa dire) [cfr. pag. 26].

L’io dunque è “soggetto passivo dell’eccitamento” (la Drang freudiana, fonte) il cui sinonimo è vocazione, senza predeterminazioni di sorta; diventa quindi attivo nell’elaborazione  della meta (fonte, la Quelle di Freud).

Questo Io non intrattiene rapporti soggetto oggetto, gli oggetti sono materia prima  (Objekt di Freud); non tratta l’altro come oggetto ma come partner (col quale è possibile produrre frutti). Il godimento del bene, infine è ciò che può accadere una volta che il soggetto abbia “la certezza pacifica del profitto condiviso ossia il tesoro”.

Nella salute il giovanotto avrebbe potuto produrre un testo sul quale altri, il professore, avrebbe espresso un giudizio di gradimento o meno ed avendone anche eventuali materiali per un lavoro personale: lavoro su lavoro.

Nel caso specifico, invece, non c’è stata l’idea di un lavoro proprio da sottoporre al giudizio altrui ma un tentativo di andare a sostituirsi all’altro, offrendogli (o meglio cercando di offrirgli) quel che l’altro si aspettava: il soggetto si schiaccia sull’altro, non gli offre nessun materiale nuovo ma soltanto lo specchio, conferma e spiegazione, magari arricchita di mille dettagli, di quel che l’altro già sapeva. L’Io non si pensa come “altro di un altro”, egli pensa che esista un solo Io, il potente/sapiente di cui vuole prendere il posto. Perchè la sottomissione è spesso vestita di falsa umiltà; penso a Saruman e Grima Vermilinguo di cui ho già avuto occasione di parlare.

Appuntamento (con possibile profitto per entrambi) in alternativa alla sottomissione al narcisismo dell’altro, gratificato (in attesa di accoltellarlo alle spalle) nella sua posizione di sapiente/potente.

Con alcuni corollari logici: la sottomissione corrisponde la “paghetta” di un piacere che è certo anche se miserando (infatti il nevrotico qualche beneficio secondario lo ottiene sennò mollerebbe le sue fissazioni): pochi maledetti e subito.

Secondo corollario: l’angoscia di fronte ad un qualunque nuovo potente/sapiente perchè fino alla scoperta di quel che pensa e vuole c’è l’incertezza del pensiero che non sa come procedere, ignora i modi della nuova sottomissione.

Terzo corollario: c’è sempre un qualche potente/sapiente che è più “alto in grado”, il che comporta l’abbandono ciclico del più debole in favore di quello ritenuto più forte: fedeltà pronta al tradimento inevitabile.

Poichè la fedeltà – sottomissione è un criterio di rapporto con la realtà il potente/sapiente, alla fine non è nemmeno detto che esista, quel che conta è la teoria, anzi l’Ideale.

La “paghetta” è l’amore che l’Io, malridotto, pensa di ricevere dal suo potente/sapiente, un amore che, ormai lo sappiamo bene, non esiste poichè, tra l’altro, non esiste l’Ideale, se non nella creazione di colui che ci crede.

L’Io crea l’Ideale, lo proietta all’esterno di sè, Dio, il professore del ragazzo di cui parlavo prima, la Mamma, vi si sottomette sperando di non esserne abbandonato ed anzi di divenirne il prediletto, in un circolo vizioso da cui non sembra esserci via d’uscita.

Non possiamo non dirci … sottomessi.

Il pensiero di natura offre un’alternativa, praticabile.