Il 10 agosto è sempre stato un giorno famoso perché già alle elementari la mia rigorosissima maestra (santa subito) ci faceva studiare la poesia di Giovanni Pascoli e quelle rime, come quelle di Manzoni o Foscolo ma anche Leopardi (che ho letto più tardi ovviamente), mi affascinavano, con un ritmo a volte martellante, ansioso come di chi corre all’impazzata inseguito dai propri demoni ai quali sa di non poter sfuggire.

Il 10 agosto termina con quell’atomo opaco del male che esprime, con estrema sintesi, un giudizio sull’umanità intera.

Non parlo del lavoro, ero a casa per motivi ospedalieri, né della politica che è motivo di sconforto quotidiano, ma di una pessima notizia che ho ricevuto da un amico: nonostante terapie ed interventi si è ripresentato il suo grande nemico, occorre ricominciare la battaglia.

Mi sento inutile ed impotente, non so cosa dire e non voglio ripetere banalità di circostanza, ma vorrei essergli accanto fattivamente.

Mi ritrovo la faccia della morte ad ogni angolo.

Parlando con un collega, il giorno prima, altro giorno di grandi delusioni, mi confidava di avere problemi a credere in Dio perchè permette la sofferenza ed il male.

Sulla sofferenza ho rimandato, sul male mi sono permesso di far notare che è nostra responsabilità; la sua obiezione era semplice: “visto che è onnipotente, perché quando facciamo certe azioni, non ci prende per un orecchio e ci rimette in riga?”.

La sua logica è quella dell’addestratore; se il Signore esiste non si pensa né opera come un Grande Addestratore, che è in fondo una visione sadica della divinità.

Il Signore non è il Grillo parlante di Pinocchio, né il Pavlov che si diletta coi cani o, ancor peggio, lo psicologo John Broadus Watson che sottopone il piccolo Albert ad un test criminale.

Non ho certamente convinto il collega, poche battute durante il trasferimento su un intervento non hanno effetti miracolistici, ma spero ci rifletta.

Quando mi viene da essere critico o dubbioso nei suoi confronti mi torna in mente l’episodio del ricco Epulone e del povero Lazzaro; una volta morto il ricco chiede al Signore di avere sollievo dalle sue, ricevuta risposta negativa, domanda che venga inviato qualcuno ad avvertire i propri parenti perché, almeno loro, possano salvarsi da una fine così orribile.

La risposta del Signore è importante: ci sono a disposizione Mosè e i Profeti, ignorandoli sarebbe comunque inefficace ogni altro intervento divino.

Ancora una volta il Signore si sottrae alla proposta di diventare il custode morale, il censore: nessuno può esimersi dal vivere la propria vita, cioè dall’elaborare la legge di moto del proprio corpo.

Per questo l’uomo è metafisica, anche di fronte alla morte.

Parma, 11 agosto 2018 memoria di Santa Chiara vergine, dei Beati Giovanni Sandys, Stefano Rowsham e Guglielmo Lampley Martiri, Maurizio (Maurice) Tornay Sacerdote e martire, Michele (Miguel) Domingo Cendra Salesiano  martire, Raffale Alonso Gutierrez e Carlo Diaz Gandia Padri di famiglia martiri