Ostia antica era l’obiettivo della giornata domenicale, ma prima, com’è giusto e doveroso Santa Messa e, nelle mie intenzioni, colazione; la seconda salterà, non la prima, in Santa Maria Maggiore.

Arcibasilica molto bella, con splendidi mosaici; quelli della navata centrale, poco visibili a causa dell’altezza e in varie parti sostituiti da affreschi causa deterioramento, accompagnano a quello, maestoso, dell’arco trionfale che delimita l’abside dove troneggia l’etimasia (che abbiamo già visto a Ravenna), il trono vuoto in attesa della parousia.

Nell’abside, invece, molto più recente (risale a metà XIII inizio XIV secolo, contro il resto dei mosaici coevi all’edificazione della basilica, della metà del V sec.) campeggia l’Incoronazione della Vergine di Jacopo Torriti.

A parte questo spettacolo, eccomi alla Messa, alle 9 del mattino, celebrazione tranquilla, col distanziamento richiesto dalle regole.

Terminata la cerimonia, vedo aggirarsi, in vista della successiva celebrazione, alcuni prelati coi paramenti tipici di liturgie orientali; incuriosito, mi trattengo per cercare di capire chi sarà il celebrante mail destino cinico e baro me lo fa sfuggire dalle grinfie dell’obiettivo fotografico, con mio sommo rammarico.

Doveva trattarsi, comunque, di un cardinale, visto il codazzo di addetti alla sicurezza che gli facevano ala.

Profluvio di incenso ma nessun paramento pontificale mi hanno lasciato il dubbio sull’identità del celebrante, pazienza.

Uscito dalla basilica mi dirigo alla stazione Piramide dove inizia il tragitto verso Ostia.

Arrivato poi alla fermata di Ostia antica, in pochi minuti arrivo al parco archeologico.

Mi addentro subito nella zona delle tombe, la necropoli, sia perché è proprio nei pressi dell’ingresso sia per la mia conclamata predilezione per le sepolture.

Devo fare alcune premesse: la giornata è bella, splende un caldo sole che rende la visita molto piacevole; sfortunatamente avevo scelto di indossare un paio di scarpe assolutamente inadeguate e questo errore lo pagherò caro perché ad ogni sassolino, radice che sbucava dal terreno, avvallamento, insomma alla minima asperità i miei piedi, già provati dalla camminata del giorno precedente, gridavano vendetta al cospetto di Dio.

Il caldo, piacevole lo ripeto, mi ha tuttavia prosciugato di ogni liquido: avendo dimenticato a casa la borraccia, ho vagato per buona parte dell’escursione senza poter bere un sorso d’acqua.

Avevo saltato la colazione e così il pranzo tanto che appena ho intravisto alcune more di rovo mature mi ci sono fiondato avidamente: questo è stato l’unico nutrimento fino alla fine della visita alla cattedrale, quando mi sono concesso un gelato preconfezionato.

Ma veniamo alla visita: tutta l’area archeologica è costituita, lo dice la stessa parola, di ruderi, mura sgretolate o aree perimetrali soltanto accennate, ma il fascino è dato dalle strade e dalle costruzioni che le costeggiano, dal fatto che ci si trova a camminare all’interno di una città antica, con l’intrecciarsi di strade e stradine, di abitazioni appena accennate, di locande, templi, abitazioni signorili.

Insula, caupona, cardo e decumano sono parole che ho cominciato ad imparare ai tempi del liceo, che emozione vedere come queste vaghe parole, perse in un passato mitico, riprendevano colorito e vigore camminando tra quelle rovine.

E le terme, i luoghi dei traffici, degli affari? Ostia antica era città portuale di grande importanza: eccomi davanti ai vari mosaici, tutti in bianco e nero, ma tutti molto belli: delfini, elefanti, cervi, navi, centauri, la lupa coi gemelli Romolo e Remo, tutto riprendeva vita davanti ai miei occhi incantati.

Ho notato, tre le varie cose, una curiosa scritta “dedicata” ai delfini, animali ritenuti infausti per la pesca: “inbide, calco te”, “invidioso, ti calpesto” scritto sopra un simpatico delfino che tiene in bocca un polipo.

Notevole è il teatro ancora ben conservato, che poteva ospitare fino a 4000 spettatori ed essere utilizzato anche per spettacoli acquatici grazie alla possibilità di allagare l’orchestra; di fronte ad uno degli ingressi sono stati martirizzati alcuni cristiani.

Purtroppo non erano accessibili le Terme di Nettuno ma molto mi ha colpito la caserma vigilum: ai tempi di Domiziano venne creata una vexillatio cioè un distaccamento fisso di 320 vigili.

320 vigili, mi spiego? mi è venuta la depressione guardando l’ampiezza e ricchezza di quegli ambienti, in particolare l’area del pronao del sacrario dedicato al culto imperiale con lo splendido mosaico del sacrificio del toro.

Numerose le terme, una delle quali, piccola e di proprietà privata, ha il proprietario rappresentato nel mosaico: Epictetus Buticosus, balneator munito di strigile e situla.

Balneator era il bagnino, situla la secchia e lo strigile che è uno strumento abbastanza noto perché utilizzato dagli atleti e soldati per detergersi dalla polvere o dall’olio.

Curiosamente l’uso dello strigile era riservato, tra i romani, ai soli uomini, mentre tra gli etruschi lo utilizzavano anche le donne.

C’è poi a parte riservata ai magazzini, città commerciale e industriosa, che aveva anche una zona di rappresentanza delle corporazioni ed è più che ci sono tanti mosaici, tutti curiosi: barche, navi, animali, tutto testimonia ricchezza e laboriosità.

Sfortunatamente alcuni locali erano chiusi quindi non ho potuto vedere tutto ma la visita è stata tanto stancante quanto interessante.

Da profano, non ho potuto godere di tutte le informazioni che si potrebbero ricevere da una visita guidata: questo è un caso in cui è indispensabile, nonostante io sia spesso così asociale da guardarmi le cose in solitaria perché devono essere innumerevoli le cose da trarre fuori da quei mattoni, da quelle tessere di mosaico, da quelle strade e stradine.

Ho dedicato la parte finale della permanenza ad Ostia alla visita della chiesa cattedrale di Santa Aurea, edificata sul luogo ove era morta santa Monica, le cui spoglie sono state effettivamente custodite in questo luogo per secoli fino a quando, nel 1430, vennero trasferite nella chiesa di Sant’Agostino in Campo Marzio, a Roma, chiesa famosa per la Madonna dei Pellegrini di Caravaggio.

La madre di sant’Agostino qui è deceduta ma qui è stato anche il figlio, col quale la santa donna ebbe l’ultimo colloquio prima di morire, in attesa di tornare in Africa per condurre la vita monastica cui tanto ambiva.

Sinceramente mi aspettavo qualcosa di più da questa cattedrale per una diocesi suburbicaria il cui vescovo, dal 1585, è il Decano del Sacro Collegio, anzi è bene essere più precisi: non esiste un vescovo residenziale di Ostia ma un amministratore apostolico che è  il Cardinale Vicario del Sovrano Pontefice mentre il titolo di Cardinale vescovo del titolo suburbicario di Ostia resta legato alla figura del decano del sacro collegio, colui che presiede, quale primus inter pares, il collegio dei cardinali.

Uno degli ultimi cardinali vescovi di Ostia è il Papa Emerito Benedetto XVI.

La piazza è comunque molto suggestiva e da vedere.

Imponente, ma chiuso almeno quel giorno, il castello di Giulio II, costruzione cinquecentesca che ha inglobato il precedente torrione edificato da Gregorio IV; anche in questo caso una curiosità: una piena del Tevere, tra le più disastrose, il 15 settembre 1557, con un’altezza di 18,90, deviò a tal punto il corso del fiume da spostarlo di alcuni km così che la costruzione perse le sue funzioni di opera di difesa e venne, nel tempo, abbandonata per essere poi utilizzata nei modi consueti per questo tipo di edifici, deposito e carcere.

Dopo queste visite mi sono nutrito con un gelato confezionato e, abbandonata Ostia antica, sono tornato a Roma per continuare nelle mie visite, ma questa è un’altra storia.

Ostia antica, 13 settembre 2020 domenica XXIV del tempo ordinario