L’inaspettato giorno in più me lo sono concesso a Segovia.

Città che conoscevo per il famoso Alcázar e il famosissimo acquedotto romano e per vedere quelli sono andato.

Partenza dalla stazione della metro di Moncloa dove si trova anche quella degli autobus e in un’oretta si arriva in città; a parte l’intelligente soluzione di collocare nello stesso edificio il terminal bus e la metro, così che uno manco deve aprire l’ombrello se piove, mi ha colpito il viaggio in autostrada: di lunedì mattina non c’erano che pochissimi camion, cosa impensabile in Italia.

Arrivo dunque a Segovia con un caldo micidiale; intravedo la sagoma dell’enorme cattedrale e decido di darle la priorità poiché non si sa mai coi preti ed i loro strambi orari.

L’edificio è enorme, bello sicuramente e imponente; l’ingresso è a pagamento (6 €) con possibilità di visita anche dei chiostri e del museo.

Questa cattedrale è nota anche come  “la dama delle cattedrali” per via della sua eleganza, edificata tra  XVI e XVII secolo in stile gotico con tratti rinascimentali; dedicata all’Assunzione della Vergine e a san Frutos patrono della città ha una torre campanaria, la più alta di Spagna, che misura 100 metri e che mi sono ben guardato di andare a visitare.

L’interno è bello, io ho apprezzato in particolare i soffitti con le decorazioni a figure geometriche morbide e con angoli tondeggianti; è composto di 19 cappelle non tutte del medesimo interesse.

Opere significative sono El Retablo del Santo Entierro, opera di Juan de Juni, un altro retablo nella cappella di sant’Andrea, opera di Pedro de Brizuela datato al 1621, un curioso dipinto intitolato El árbol de la vida, che è una rappresentazione della vanità della vita rappresentata come un albero che sta per essere tagliato dalla morte, un Cristo Yacente, opera di Gregorio Fernández realizzato tra il 1628 e il 1631.

La visita mi impegna per un po’ perchè la cattedrale è davvero bella, il chiostro non è da meno ed il piccolo museo annesso è un gioiellino.

Considerato che le altre chiese di Segovia sono chiuse per il pranzo decido di dedicarmi al primo dei due obiettivi che mi ero prefissato, l’acquedotto romano edificato da Traiano nel I secolo per portare l’acqua in città dalle sorgenti del Riofrio che dista circa 17 km.

All’improvviso scorgo questi colossali archi di pietre non legate da altro che dagli incastri tra loro stesse, uno spettacolo mozzafiato; un’opera di ingegneria che sa unire anche una sobria eleganza con un effetto spettacolare.

Purtroppo ne rimane solo un tratto, una parte è stata interrata ed utilizzata dai canonici della cattedrale, mica fessi, che vi hanno edificato un quartiere a loro riservato, chiamato “las Canonjías”, in modo da avere le abitazioni servite dall’acqua.

Mentre contemplavo quest’opera mi veniva in mente, non so proprio spiegarmi il motivo, la famosa autostrada Salerno Reggio Calabria: lascio a chi leggerà le valutazioni del caso (è vero, però, che adesso abbiamo castorino che concluderà i lavori, probabilmente anche in anticipo).

Dall’acquedotto mi trasferisco, passando per la piazza della chiesa di san Martin, molto bella esternamente, al secondo obiettivo, l’Alcázar.

L’ideale sarebbe vederlo dal basso ma è improponibile per cui mi accontento della meno spettacolare, ma non meno bella facciata del lato opposto dov’è situato l’ingresso.

Giù questa è comunque molto bella.

L’Alcázar è stato, come spesso accade per questo tipo di edifici, utilizzato per diversi scopi: “primero fortaleza, luego palacio real, prisión de estado, Real Colegio de Artillería y Archivo Histórico Militar”, non credo serva la traduzione.

Sfortunatamente nel 1862 un incendio provocò ingenti danni e distrusse moltissimo del materiale archivistico conservato per cui la costruzione attuale è frutto dell’opera di ricostruzione dell’Ottocento.

Resta comunque un monumento imperdibile; all’interno è molto interessante il museo dedicato alla storia del collegio di artiglieria, probabilmente il più antico del mondo, dove si formavano gli ufficiali addetti a questa specialità.

A differenza della torre campanaria della cattedrale che proprio non mi attirava, stavolta cedo alla tentazione di salire sulla torre di Juan II, costituita di 152 peldaños, belli alti.

L’esperienza va bene, stentavo a crederlo, perchè seppur alti, i gradini, non sono poi così tanti come sembra ma soprattutto perchè si salgono senza avere degli spazi vuoti attorno che possano scatenare la mia ben nota acrofobia; chiaramente una volta giunto alla sommità ho evitato come la peste di avvicinarmi troppo agli spalti per cui non ho avuto problemi e mi sono gustato solo la bellezza del panorama, senza effetti collaterali.

Una bella scarpinata lungo le mura ed è ora di tornare; Segovia mi ricorda un verso di una poesia di cui non riesco a trovare i riferimenti, ma forse è di Eliot che dice qualcosa del tipo: come un contadino chino sulla terra, color della terra il suo colore…

Tutto è monocromo, in Segovia, che mi ricorda Malta; com’è normale che accada, l’uomo ha utilizzato soprattutto i materiali che aveva a disposizione e con questi ha creato la città ed i monumenti; in questo caso quindi la definirei una città terrosa, che non è una notazione negativa.

Visita assolutamente soddisfacente.