Ercole e AnteoOggi è san Maurizio: il pensiero corre al mio professore che mi fu relatore in occasione della laurea; sono passati molti anni ma sempre lo ricordo con stima e gratitudine.

A parte la lieta ricorrenza è stata una giornata da incubo, anche se non l’ho capito subito; tornato dalla Messa delle 8, ho commesso l’errore di chiedere cosa ci fosse da fare, praticamente un’azione suicida; la risposta, in dialetto: “tutto, è 50 anni che abita da solo e non sa ancora cosa c’è da fare”.

Mi dedico a pulire i pavimenti, ma l’aspirapolvere è troppo lento; passo a lavare il bagno ma l’ordine in cui lavo i sanitari è sbagliato; lavo quindi i pavimenti, o almeno ci provo, perchè inizio dal bagno e la cosa proprio è intollerabile: l’ansia che provoco è tale da dover smettere.

L’epiteto più gentile è che non so fare nulla, quello meno, è che sarebbe stato assai meglio che non fossi nato.

Mi pareva di sentire parlare mia nonna e mi sono sentito come una sagoma, una figura indistinta, anche se ben precisa (sono io di solito l’oggetto preferito di queste attenzioni) sulla quale vomitare un’ondata irrefrenabile di odio.

Odio, covato, nutrito giorno per giorno: in queste occasioni scopro come sia assolutamente reale che l’eredità che si riceve, normalmente, è quella dei rapporti devastati, patologici, negativi.

Nè il cattivo rapporto col de cuius preserva dal ricevere questa malevola eredità, anzi, probabilmente ne è ottimo bacino di coltura: mi convinco sempre più che la fissazione all’altro, che sia dovuta all’odio o alla venerazione, è comunque mortifera.

Di fronte a questi maltrattamenti non mi so difendere, e non è cosa buona.

Nel pomeriggio mi concedo un momento di svago facendo due passi in città, alla faccia della vescica che ancora tormenta il mio camminare, rendendomi quasi claudicante.

Visito la chiesa di San Sepolcro, con interessanti dipinti ed un soffitto a cassettoni nero come la pece, che oscura non poco l’ambiente. Vige divieto di fotografare e riprendere e mi ci attengo anche perchè tutta la visita è seguita dall’occhio arcigno di una sorvegliante che non mi perde veramente di vista un istante. Non capisco il senso di un tale divieto, ma tant’è.

In piazza Garibaldi fa bella mostra di sè una statua, donna distesa, di Fernando Botero.

Altre chiese non riesco a visitarle causa orario di celebrazione, per cui me ne torno verso casa.

Ritrovo, sulla destra, del Palazzo del Comune, la statua, per me famosa di Ercole e Anteo, che i miei conterranei chiamano “I du Brasè”: i due, nudi, effettivamente, si abbracciano, ma non stanno festeggiando l’approvazione della legge sull’omofobia (altra priorità irrimandabile per il parlamento italiano), piuttosto, in un profluvio di virile muscolatura, Anteo sta morendo, ucciso dalla stretta di Ercole, che lo tiene sollevato da terra, perchè Gea (la madre) non possa ridonargli forza.

Il nome che i parmigiani gli hanno attribuito, a parte l’ignoranza, di qualcuno, mi sembra giustamente equivoco e ben rappresentativo della confusione che regna, e già dai tempi della creazione (siamo verso fine Seicento): I du Brasè, appunto.

Vi è abbraccio e abbraccio o meglio, sotto lo stesso nome si nascondono realtà ben diverse: Amore e Psiche di Canova sono ben diversamente abbracciati rispetto ad Ercole ed Anteo: dimmi chi ti abbraccia e ti dirò Chi sei.

Chi, nell’abbraccio, può rischiare la vita.

Cercando immagini di Amore e Psiche mi sono imbattuto in altri due abbracci famosi nella storia dell’arte; due opere che conoscevo già, ma che non avevo a portata di mano nella memoria, entrambe del mio amatissimo Bernini: Apollo e Dafne ed il Ratto di Proserpina.

Nel primo, in realtà, non v’è abbraccio perchè la donna sfugge alle brame del Dio; che faccia bene è fuor di dubbio: si sottrae all’istinto sessuale di Apollo (che la ama perchè colpito dalla freccia di Cupido, insomma a prescindere dalla bellezza di lei, una sagoma, parola ricorrente stasera), ma non ha a disposizione una soluzione valida.

Dafne già in partenza si era consacrata a Diana, dea della natura, “sovrana delle zone che restano ‘al di fuori’ di un mondo organizzato in città e strade” (dal sito dell’enciclopedia Treccani): la natura non ha risposte valide alle provocazioni dell’istinto e Dafne non ha altra via di scampo che trasformarsi in vegetale.

In Proserpina la sorte sembra migliore, mitigata dal compromesso che si inventa Giove, ma a ben vedere le alternative non paiono esaltanti: da un lato c’è la madre, dall’altro il maschio stupratore (perchè la Cassazione già a vedere le mani di Plutone sulla ciccetta di Proserpina una condanna per violenza carnale gliela confermava senza dubbi): in questo caso l’abbraccio è violento, rapinoso ma l’alternativa qual è? la mamma.

Sono emersi alcuni abbracci che sono, in realtà, strette (mortali).