Solo ieri ho saputo di un post dell’ottimo Francesco Gallina dedicato all’estasy ovvero l’unione di estasi ed ecstasy di cui avevo anch’io parlato alcuni giorni fa a proposito della morte di un sedicenne a causa di una maledetta pastiglia.

Non ne tesserò le lodi, non è il caso; mi preme piuttosto evidenziare come quel che scrive magari non sia tutto o del tutto condivisibile ma è sempre un’occasione, una proposta di riflessione.

In questo caso faceva riferimento all’estasi di Teresa d’Avila, come raffigurata da Bernini; gli ricordo anche la straordinaria beata Ludovica Albertoni dello stesso autore, custodita a Roma nella chiesa di san Francesco a Ripa, a Trastevere.

L’opera, ultima scolpita interamente di sua mano, sarebbe stata il pagamento di un “debito” cioè il modo per far rientrare in Roma il fratello che ne era stato espulso per via di qualche incontro carnale con persone del medesimo sesso.

Dunque Bernini è stato un autore di tale straordinario rilievo nella sua epoca che sarebbe da studiar bene cosa egli pensasse della scultura; per parte mia ne sono un entusiasta e devoto ammiratore, come lo sono, generalmente del barocco romano (e per quel che ho potuto vedere, pure di quello siciliano).

Anche se so bene che rappresenta il pensiero sintetizzato nella famosa frase di Giacomo Contri “non è vero niente”.

Francesco sostiene che l’estasi è morte: nutro qualche dubbio, che spero fecondo: il mistico, ma ci sarebbe da vedere meglio in ogni esperienza mistica, normalmente cerca di svuotarsi di sé per far posto ad un altro; è un riempimento da parte di Dio, sperato da chi si è svuotato: Tu sei tutto io sono nulla, anzi mi faccio nulla per far posto a Te.

Questo discorso potrebbe valere non solo per l’estasi e la mistica…

Ricordo a me stesso che santa Caterina d’Alessandria ha celebrato le nozze mistiche con Gesù Bambino, altro episodio decisamente improntato di estatica contemplazione.

Mi fermo qui volendo capir meglio la questione.

Torno al busillis per accennare anche ad un altro post, dedicato alle copertine dei libri.

In particolare a un’opera di D’Annunzio che costituì un regalo di compleanno che l’amico (allora non tanto amico visto il genere di regali) Federico pensò per me secoli addietro: Il piacere di Gabriele d’Annunzio.

Francesco critica la scelta dell’immagine di copertina, ovvero un giovanotto a torso nudo, tatuato e con orecchini d’ordinanza oltre che depilazione rigorosissima del predetto torace, non magro ma neanche particolarmente muscoloso, insomma un pupattolo politicamente e adamiticamente corretto.

A parte che mi è piaciuta moltissimo l’idea di parlare delle copertine, trovo che Francesco abbia commesso un errore di valutazione: l’intento non è lo scatenamento dell’ormone femminile, bensì quello dello scatenamento dell’ormone, punto e basta.

L’immagine è destinata ad un pubblico ambo sessi (gli uomini nudi oggi attirano più gli uomini delle donne) anche se la mano che tiene il nastro è femminile.

A me viene da dare rilievo al nastro che benda il giovanotto, impedendogli di sperimentare il piacere della lettura e insieme rinviando a quelle pratiche sado masochistiche che sembrano andar molto di moda dopo il gran successo di quei libri dedicati a certe sfumature… di idiozia.

Dalla copertina si potrebbe ricavare che il partner è indifferente poiché, essendo bendato, è un altro qualunque, il che ha poco a che fare col piacere.

L’altro che non si vede potrebbe ben presto e facilmente trasformarsi in una sagoma ovvero bersaglio.

Per contrasto penso ad uno dei più conosciuti libri biblici in cui si parla d’amore, il Cantico dei Cantici:

«mostrami il tuo viso,
fammi sentire la tua voce,
perché la tua voce è soave,
il tuo viso è leggiadro».

e continuando

«Come sei bella, amica mia, come sei bella!
Gli occhi tuoi sono colombe,
dietro il tuo velo.
Le tue chiome sono un gregge di capre,
che scendono dalle pendici del Gàlaad.
I tuoi denti come un gregge di pecore tosate,
che risalgono dal bagno;
tutte procedono appaiate,
e nessuna è senza compagna.
Come un nastro di porpora le tue labbra
e la tua bocca è soffusa di grazia;
come spicchio di melagrana la tua gota
attraverso il tuo velo.
Come la torre di Davide il tuo collo,
costruita a guisa di fortezza.
Mille scudi vi sono appesi,
tutte armature di prodi.
I tuoi seni sono come due cerbiatti,
gemelli di una gazzella,
che pascolano fra i gigli.»

Rimane, nella copertina, la bendatura come privazione sensoriale (come l’estasi?) e la connessione privazione piacere.