Dalle nevi del Trentino ho ricevuto gli auguri della coppia più bella del momento: Giggino & Dibba, l’ineffabile vice presidente del consiglio dei ministri e il suo alter ego barricadero.

Hanno fatto benissimo a lanciare alla nazione (e al mondo, perché no?) i loro saluti che mi hanno molto colpito per via di un dettaglio; prendo la citazione dal Corriere della Sera: “«Un mondo di auguri per un grande 2019. Vi auguro per il 2019 di fare le cose che più vi piacciono e vi rendono felici. A noi è sempre piaciuto combattere quei signori che godevano di qui diritti di cui non dovevano godere», ha detto Di Maio, apparendo al fianco di Di Battista da Moena nel video di saluto ai loro elettori e fan”.

L’augurio che Giggino rivolge ai suoi non è niente di diverso dalle banalità di fine anno che contraddistinguono tutti noi e che abbiamo manifestato (chi è senza peccato scagli la prima emoticon) inviando slogan e immaginette ricevute in rete e rimandate in circolo con la solerzia che contraddistingue i pecoroni internauti quali ci stiamo riducendo.

Fate le cose che vi piacciono e vi rendono felici! manco il Papa oserebbe tanto, ma veniamo al sodo: cosa rende felice Giggino (e pure il gemello diverso Dibba)? Fare del bene all’umanità stile Santa Madre Teresa di Calcutta? Studiare per scoprire la cura di terribili tumori o malattie genetiche? Costruire ponti, grattacieli o altre opere che renderanno più bello o vivibile il pianeta?

Niente di tutto questo, quel che piace loro è «combattere quei signori che godevano di qui diritti di cui non dovevano godere»: un manifesto più palese e programmatico dell’invidia non era facile trovarlo.

Mi ha fatto notare un amico, acuto osservatore di questioni politiche, che questo è davvero il governo del popolo, il popolo al potere, quel popolo rancoroso ed invidioso che ha come programma la distruzione di ogni privilegio.

Nell’orda primordiale il padre godeva di ogni diritto e del potere di escludere i figli dal soddisfacimento delle pulsioni: sappiamo com’è andata a finire (tenendo presente che l’idea di orda non è originaria, ma rielaborazione – in cerca di soluzione e legittimazione – di qualcosa che è andato male)

Il parricidio ha portato alla nascita di Dio da un lato e alla comunità dei fratelli in perenne lotta dall’altro: il principio di eredità pacifico scompare perché il padre è un nemico al quale usurpare il potere ed i fratelli non sono meno ostili perché le spoglie di quel potere (ripeto usurpato e non ereditato) sono contese a brandelli.

Nel mondo dei fratelli, tutti uguali per forza, ma con ciascuno che ambisce a prendere il posto del padre e sottomettere gli altri, servono catene, camicie di forza o il discorso politicamente corretto (versione più recente delle catene) per evitare la guerra civile (un tempo la “religione” cristiana dava una mano).

Ne hanno parlato tantissimi, nel corso dei secoli; richiamo soltanto Gesù, Shakespeare e Freud (e, ultimamente Giacomo Contri), tutti come possibile alternativa al discorso invidioso.

La versione grillesca dell’uno vale uno altri non è che la riproposizione delle istanze invidiose con altri mezzi: Giggino ne è il profeta e Dibba il competitor (come si usa adesso); entrambi definiscono l’altro un fratello, cosa che mi fa pensare a Caino e Abele, Giuseppe e i suoi fratelli, Eteocle e Polinice, il che non promette bene se il contenuto della parola fratello non viene ben precisato, e non mi pare.

Dal discorsetto augurale della strana coppia emerge chiaramente quanto non vi sia potere in chi esercita il Potere.

Cito “Le Confessioni” di sant’Agostino: “se potesse esistere una benevolenza malevola – il che non può darsi – si avrebbe il caso di una compassione vera e sincera che desidera l’esistenza degli infelici per poter averne pietà”.

Gli abominevoli uomini delle nevi hanno bisogno di individuare qualcuno o qualcosa, che sia un nemico nel vecchio schema o un privilegio nel nuovo della formazione reattiva poco importa, che permetta loro di occuparsene.

Senza questo altro da trattare con spietata uguaglianza e fraternità non saprebbero che fare: un altro caso, l’ennesimo, di un Potente impotente o l’impotenza al Potere.

Il Potere ostile al potere dell’io posso.

Tutta la sinistra italiana che si strappa le vesti con ipocrisia di fronte a questi giovanotti è stata quella che li ha amorevolmente coltivati perché questi sono i frutti del fallimento del Sessantotto.

Sembra che me la sia presa particolarmente coi five stars o cinco estrellas, come preferite, ma non è così: si tratta di un male diffuso in tutta la società, non solo nel mondo della politica, da cui nessuno è immune.

Parma, 4 gennaio 2019 memoria di santa Angela da Foligno terziaria francescana e del beato Tommaso Plumtree  Sacerdote e martire