Mentre una farfalla bianca svolazza allegra tra i pochi fiori che ancora sopravvivono alla canicola e due sue compagne ben più piccole e di color nocciola, fanno la spola, leziose, tra i fiori rossi della diplodenia e quelli giallissimi dell’elicriso, mi sono dedicato, in mattinata, alla lettura di un altro capitolo del bel libro di Alberto Mario Banti.

Ne ho tratto due citazioni che sono, in realtà, a loro volta citazioni; una di Ilaria Porciani, l’altra di Arno Mayer.

La prima: “In un’Europa segnata dalle ombre lunghe dell’antico regime proprio l’immagine della famiglia svolge un ruolo decisivo nello spostamento del concetto d’onore, nella costruzione di una sorta di aristocrazia della nazione che si sostituisce o si sovrappone a quella antica.

Funziona come cemento etico e costruzione di modelli di comportamento ma anche come percorso di cooptazione all’interno delle élites di ceti sociali nuovi. La famiglia viene consapevolmente indicata come luogo dell’onore nazionale e la nazione come punto di riferimento dell’onore della famiglia.”

Ecco, invece, Mayer: “Per tutto l’Ottocento, e ancora nel primo Novecento, i grandi borghesi insisterono nel rinnegarsi, imitando e appropriandosi il modo di vivere della nobiltà nella speranza di inserirvisi. I grandi degli affari e della finanza acquistarono tenute, costruire una casa in campagna, mandarono i propri figli nelle scuole di élite e assunsero pose e stili di vita aristocratici. Cercarono anche di introdursi a forza di gomiti nei circoli aristocratici e di corte, e di imparentarsi con la nobiltà titolata. Infine – ma non è la cosa meno importante – sollecitarono decorazioni e, soprattutto, patenti di nobiltà. […] Il borghese cercava la promozione sociale per ragioni di vantaggio materiale, di status sociale, e di remunerazione psichica. Un altro elemento, non meno importante, da tener presente è che rinnegandosi al fine di ottenere l’ammissione al vecchio establishment, i borghesi aristocratizzati giudicavano la formazione della loro propria classe e della relativa coscienza di classe, e accettavano e prolungavano la loro collocazione subordinata nell'”attiva simbiosi dei due strati sociali”. […]

Il risultato fu che […] Il borghese si fece irretire in un sistema culturale ed educativo che favoriva e riproduceva l’ancien régime. E così facendo minò la propria capacità di ispirare l’elaborazione di una nuova estetica e di un nuovo pensiero.”

Perchè queste citazioni? Semplicemente mi sembrano molto pertinenti al cimitero monumentale.

Non esaustive o completamente corrette, forse, ma sicuramente descrivono bene alcuni tratti che emergono anche dalle statue: la famiglia, il decoro, l’onore e l’emulazione dell’aristocrazia nel costruirsi monumenti che rappresentino, agli occhi del mondo, il successo ottenuto.

Non è aristocrazia di sangue, ma aristocrazia civile e del lavoro; il cimitero, infatti, ma potrei esserne smentito, mi pare un luogo borghese, di ritrovo della borghesia e per la borghesia, non manca qualche titolo di nobiltà, ma poca cosa.

L’ingegno, l’industriosità sono i blasoni che questi arricchiti possono e vogliono esibire come titoli di merito: il nobile che, dal medioevo e per secoli, aveva come caratteristica proprio quella di non lavorare, qui si troverebbe a disagio.

Il nobile taccerebbe di parvenu questi imprenditori così fecondi di iniziative.

Oggi l’aristocrazia pare scomparsa come gli stessi imprenditori: ci restano i manager e non mi sembra una gran notizia.

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